facciamo un gioco: mi piace/non mi piace

18 July 2010

 Inizio con il dire che ci sono alcune cose che non mi piacciono.

Non mi piace che l’editorialista di una testata locale ci dica cosa dovremmo fare (perchè sempre i comitati? i comitati sono una parte dell’Assemblea Cittadina, non ne sono il 100%, ma neanche il 50%), ripetendo quello che è stato già detto in assemblea un mese fa, e quindi elaborato come autonomo pensiero dai cittadini.

Non mi piace che lo stesso trucco venga usato da Stefania Pezzopane, che in televisione va a riportare come fossero parole sue e idee sue tutte le analisi fatte "ad alta voce e in pubblico" da mesi dai cittadini sotto il tendone (mesi durante i quali lei avrebbe avuto tempo e potere per fare qualcosa per la città).

Non mi piace che si faccia il giornalismo sui nostri comunicati stampa, o sulle dichiarazioni "riservate" (su fb) di un singolo.

Non mi piace che tutti i politici cittadini continuino ad ignorare l’Assemblea Cittadina, salvo poi ancora non aver fatto niente di quello che compete loro, ma che i giornali locali siano pieni di dichiarazioni false e strumentali, giocando sulla disattenzione dei più e credo anche sulla stanchezza di tutti, rese sempre nel consenso di una stampa che non fa nessuna  domanda, che non incalza la verità.

Non mi piace chi fa politica su facebook: io parlo con i miei amici, tu  parli con i tuoi …….. e il confronto, lo scambio di idee, l’interazione, le alleanze, la tolleranza, l’ascolto di chi non la pensa come me come mezzo indispensabile per capire se io sbaglio o sono nel giusto?

Non mi piace chi fa il grillo parlante, stando fuori dalla mischia (oooops!!!!!!!! dimenticavo il carattere degli aquilani, veri campioni nella specialità!)

Non mi piace che la classe politica locale non abbia un suo progetto, ma venga a rubare il nostro, curiosare in assemblea, incapace perfino di capire quello che diciamo.

Non mi piacciono le assemblee dalle quali si vuole a tutti i costi tenere fuori la politica, evitando così l’analisi e l’approfondimento dei problemi: restiamo in superficie, li sfioriamo, non riusciamo a compiere analisi approfondite (che tra l’altro richiedono tempo!!). Ci neghiamo il dibattito e ci limitiamo a delle esternazioni.

Non mi piace chi viene solo in assemblea e non partecipa al lavoro dei tavoli, di nessun tavolo, dove invece i dibattiti c’è tempo per farli, le analisi, gli approfondimenti. I tavoli sono nati come strumento di studio e di analisi dei problemi e di crescita della consapevolezza (dato che per ragioni diverse in assemblea si parla di cento cose: Sembriamo tutti d’accordo, in realtà ognuno porta la sua istanza e sommariamente si consente o no). 

Ci sono cose che mi piacciono.

Mi piace darmi da fare per risolvere i nostri problemi, cercando di chiarire all’interno dell’Assemblea, nel confronto democratico di chi parla guardandosi negli occhi e si scontra anche da posizioni differenti.

Mi piace aver incontrato alcune persone che non restano arroccate sui loro punti, nutrendosi di narcisistica autoreferenzialità, che sono disposte a confrontarsi sui problemi e a rinunciare ai propri pregiudizi nel dialogo. Persone laiche che non hanno paura degli altri, non temono di doversi sempre difendere.

Mi piace incontrare la gente dell’Aquila negli sperduti luoghi del day after, affrontarne la diffidenza, a volte anche il velato disprezzo iniziale, e poi scoprire che è la solitudine in cui siamo stati costretti a renderci diffidenti.

Mi piace ascoltare il punto di vista delle associazioni di categoria datoriale e scoprire che non sanno come affrontare i nostri stessi problemi, gestori di un potere che non hanno più nell’era del primato dei partiti.

Mi piace capire che il cammino è molto più lungo di quanto pensiamo, e quindi il viaggio che faremo insieme sarà lunghissimo.

Mi piace camminare al fianco di cittadini generosi, che regalano il proprio tempo e soldi e lavoro per investire in obiettivi che condividono (quale partito o partito-travestito-da-finta-associazione avrà mai supporters così!!). Mi riconosco.

 

 

I Mutui del dopo terremoto all’Aquila

2 July 2010

Il Commissario per la Ricostruzione, Gianni Chiodi, sbandiera la sospensione del pagamento delle rate di mutuo e dei finanziamenti alle imprese inserite nei comuni del cratere, ovvero, un accordo con l’Ufficio del Commissario e l’ABI (Associazione Bancaria Italiana), che di fatto proroga, con alcune importanti novità (a detta del commissario), la sospensione già fissata dal comitato esecutivo dell’associazione alla fine del 2009 e in scadenza il 30 giugno 2010.
La tabella di seguito mette a confronto l’attuale provvedimento del Commissario alla ricostruzione, con quello adottato dal Ministro Tremonti nel 2009 e con le recenti misure adottate dal Monte dei Paschi di Siena:

PROVVEDIMENTO CHIODI E ABI A FAVORE DEI TERREMOTATI

Termina la logica dell’ dell’automatismo: le facilitazioni non si applicavano più ex lege ai finanziamenti in essere, ma su richiesta dei contraenti e, quindi, su approvazione dell’istituto.

PER LE FAMIGLIE

  • Sospensione del pagamento delle rate di mutuo per almeno sei mesi e per una volta sola, al verificarsi di specifici eventi, salvo il caso in cui la banca aderisca offrendo la sola sospensione della quota capitale.
  • La sospensione è operativa entro 45 giorni lavorativi dall’accoglimento della richiesta del cliente. Non sono ricomprese nella sospensione eventuali rate scadute e pagate al momento del verificarsi dell’evento al momento della sospensione.
  • La sospensione non determina l’applicazione di interessi di mora (se il debitore prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile non può essere soggetto all’applicazione della mora, come recitato dal c.c.); la sospensione non comporta l’applicazione di alcuna commissione o spesa istruttoria e avviene senza richieste di garanzie aggiuntive.
  • La presentazione della richiesta di sospensione va sottoscritta da tutti i cointestatari del mutuo ovvero gli eredi.
  • Gli eventi che determinano l’avvio della sospensione e che si verificano con riferimento almeno ad uno dei cointestatari: cessazione del rapporto di lavoro subordinato, ad eccezione delle ipotesi di risoluzione consensuale; cessazione del rapporto di lavoro di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata; morte o insorgenza di condizioni di non autosufficienza; sospensione del lavoro o riduzione dell’orario di lavoro. Queste requisiti di ammissibilità devono verificarsi dal primo gennaio 2009 al 31 dicembre 2010. La sospensione si applicherà ai mutui di importo non superiore a 150 mila euro, il cui intestatario abbia un reddito imponibile inferiore a 40 mila euro annui.

PER LE IMPRESE
Sospensione dei debiti per 12 mesi del pagamento della quota capitale delle rate di mutuo; sospensione per 12 mesi dei canoni di operazione leasing immobiliare e mobiliare; allungamento a 270 giorni delle scadenze del credito a breve termine per sostenere le esigenze di cassa.

PROVVEDIMENTO TREMONTI E ABI 2009
A FAVORE DI TUTTI GLI ITALIANI

  • Sospensione del pagamento delle rate di mutuo per 12 mesi per le famiglie maggiormente colpite dalla brutta crisi.

Il beneficiario del provvedimento era il “sottoscrittore del mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o un componente del nucleo familiare convivente, che avesse usufruito dalla data del provvedimento e fino alla fine del 2011 di interventi per il sostegno al reddito per la sospensione del lavoro ovvero avesse subito la perdita della prima occupazione da lavoro dipendente”.
Tra i beneficiari, oltre a chi fosse rimasto senza lavoro, erano inclusi anche i collaboratori coordinati e continuativi a favore dei quali il Decreto anti-crisi all’articolo 19 aveva previsto l’assegnazione di una somma una tantum. Mentre per i lavoratori coinvolti in processi di ristrutturazione, riorganizzazione o chiusura delle aziende per i quali era previsto l’utilizzo della Cassa Integrazione Straordinaria o in deroga, le banche si impegnavano a favorire accordi che avrebbero permesso alla clientela di accedere all’anticipo delle quote di cassa integrazione straordinaria.
La sospensione, comunque, poteva essere richiesta per tutti i mutui ipotecari stipulati da privati. Inoltre per poter beneficiare dell’intervento era necessario che il mutuo fosse in corso di ammortamento, con un massimo di tre rate scadute non pagate e che fosse già superato un periodo di 24 mesi di regolare ammortamento”.

MISURE ADOTTATE DALLA BANCA MPS A FAVORE DEI TERREMOTATI

PER LE FAMIGLIE E PER LE IMPRESE SENZA DISTINZIONE DI REDDITO

  • Mutui ipotecari (immobili categoria E - o in zona Rossa)
  • senza rate insolute: su richiesta del cliente dietro la sola presentazione del documento che attesti la classificazione sospensione di tutte le rate del mutuo fino al 30/04/2014 (5 anni esattamente dalla data del sisma) senza aggravio di interessi;
  • Con rate insolute, prima del sisma, rinegoziazione del mutuo con nascita di un nuovo mutuo con un periodo di preammortamento fino al 30/04/2014;
  • Mutui su immobili non categoria E e non zona rossa a richiesta del cliente: senza rate insolute, sospensiva fino a mesi 24; con rate insolute,sospensiva fino ad un massimo di n. 12 rate retroattive.

Per coloro che non inoltreranno richiesta di sospensiva i mutui ripartiranno mantenendo inalterato l’importo della rata e della durata, secondo un ammortamento particolare che permetterà di smaltire l’arretrato in cinque anni, senza aggravi di interessi.

Il recente accordo è assolutamente inadeguato ed offensivo.
Complimenti al Monte dei Paschi di Siena per la lodevole iniziativa.
Gli abitanti del cratere auspicano nel buon senso degli istituti bancari che hanno già autonomamente ricercato soluzioni adeguate, prima di questo offensivo e ridicolo provvedimento ottenuto grazie all’intervento politico.

Manifestazione 7 luglio a Roma

2 July 2010

Adesione C.C.I.A.A. dell’Aquila

L’Aquila, 1 luglio 2010

Con riferimento alla mail del 1° luglio 2010, in calce indicata, si esprime formale adesione da parte delle Camera di Commercio dell’Aquila alla manifestazione prevista per il 7 luglio p.v. a Roma, ribadendo con forza tutti i contenuti dei vari documenti elaborati e sottoscritti dal Comitato per le Attività Produttive, con particolare riferimento all’ultimo documento diffuso a seguito della riunione del Comitato del 9 giugno 2010.

Giorgio Rainaldi - Presidente della Camera di Commercio dell’Aquila


ACCADEMIA DELL’IMMAGINE

L’Accademia dell’Immagine conferma la propria adesione alla manifestazione

SOS – Ricostruzione prevista per il 7 luglio a Roma.

Questo nell’augurio di dare un contributo - insieme ai cittadini, enti ed istituzioni - per l’ottenimento di adeguate misure economiche per il nostro territorio e di sostegno all’occupazione, che scongiurino il concreto rischio di un definitivo declino per la Città dell’Aquila.
L’Aquila, 1 luglio 2010


CISAL

La CISAL - Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori - d’Abruzzo continua a stare al vostro fianco in una lotta più che giusta contro le assurdità di un governo che, dopo la corretta gestione dell’emergenza, sta facendo lo struzzo nascondendosi dietro le varie crisi dell’economia nazionale e globale per non affrontare seriamente la fase di ricostruzione dell’economia aquilana.

Il Segretario RegionaleVincenzo Lucente


Adesione Senatori Italia dei Valori

Confermata adesione per l’iniziativa del 7 luglio p.v. dei senatori Idv abruzzesi:

  • sen. Elio Lannutti
  • sen. Giuliana Carlino
  • sen. Alfonso Mascitelli


24 GIUGNO: agitazione permanente delle forze produttive a sostegno della ripresa nelle aree del sisma delle micro, piccole e medie imprese

7 LUGLIO: mobilitazione generale a Roma

Le Organizzazioni:

  • Comitato Piccola Industria di Confindustria L’Aquila
  • ANCE L’Aquila
  • Apindustria-Confapi L’Aquila
  • Confcommercio L’Aquila
  • Confesercenti L’Aquila
  • Confartigianato L’Aquila
  • CNA L’Aquila
  • Casa Artigiani
  • Coldiretti L’Aquila
  • CIA L’Aquila
  • CIDEC L’Aquila
  • Cooperfidi Abruzzo
  • U.N.C.I.L’Aquila

VISTI

  • gli scarsi provvedimenti emessi a favore della ripresa economica, soprattutto delle micro e piccole imprese del cratere, in sofferenza già da prima per le contingenti condizioni di crisi generale
  • le mancate risposte da parte degli Organi di Governo Locale e Nazionale agli interventi fin’ora sollecitati dalle organizzazioni datoriali, sindacali, e di categoria
  • l’imminente scadenza della ripresa del pagamento delle tasse e degli oneri tributari con innegabile indebolimento del potenziale di rilancio delle attività
  • l’incertezza che incombe sul sistema produttivo per mancanza di una programmazione adeguata con interventi certi a sostegno dell’imprenditorialità

CONSIDERATO CHE

  • la crisi che investe L’Aquila e i Comuni del cratere a seguito del sisma del 6 aprile è destinata, senza misure correttive, ad assumere proporzioni sempre più gravi
  • i dati tracciano un andamento in netta regressione in termini occupazionali e di sviluppo del territori, martoriato e colpito nella sua anima vitale (vedi dati CRESA 1° trimestre 2010 o dati A.B.I.)
  • che la rinascita passa necessariamente attraverso lo sviluppo economico e sociale a cui le piccole imprese vogliono partecipare, concorrendo con il proprio impegno e sviluppo

TUTTO CIÒ PREMESSO

Le Organizzazioni firmatarie intendono assumere posizioni di fermezza, insieme a tutte le associazioni di categoria, aderendo allo

STATO DI AGITAZIONE PERMANENTE

proclamato dalla Città il 24 GIUGNO
con seduta straordinaria del Consiglio Comunale a P.za Navona, Roma, condividendone le motivazioni.
invitano tutti gli imprenditori ad aderire il 7 LUGLIO alla mobilitazione delle forze locali che si recheranno a Roma a manifestare
per dare sostegno alla causa della Rinascita dell’Aquila.

L’impegno è quello di farsi portavoce soprattutto dei problemi delle micro, piccole e medie imprese, chiedendo al Governo Centrale e Locale le seguenti misure:

  1. salvaguardia delle attività produttive dei comuni del cratere con azioni di coinvolgimento nelle attivita’ di ricostruzione generale delle aree colpite;
  2. no tasse ma tempi certi per la restituzione in linea con gli esempi dei terremoti passati;
  3. vera zona franca e no alle forme discriminanti che vedono escludere dai benefici le imprese attive al 6 aprile 2009;
  4. favorire gli insediamenti delle nuove imprese inserendo la premialita’ per accordi di partnership con le imprese locali;
  5. un netto miglioramento del funzionamento della burocrazia che, ormai, pervade la gestione di tutti gli enti locali che sono completamente scollegati tra di loro e non riescono a dare risposte certe in tempi certi alle imprese ed ai cittadini.

L’Aquila, 1 luglio 2010

Info: Modesto Lolli Presidente Comitato Piccola Industria Confindustria L’Aquila
Cell. 348/3815322


Vabbè ….. è la democrazia

24 June 2010

Vabbè, non è facile. Vabbè si può fare meglio. Vabbè non si approfondiscono i discorsi. Vabbè ma il problema è un altro ……… 

Si, vabbè, è tutto vero. Avete/abbiamo ragione tutti.

Ha ragione chi si fa le assemblee, ha ragione chi non se le fa, ha ragione chi non se le fa più, ha ragione chi non se le è mai fatte, ha ragione chi va in assemblea a fare lezioni, ha ragione chi va in assemblea a lamentarsi, ha ragione chi sospetta e ha paura di tutti e per questo aggredisce tutti.

Ognuno ha una sua piccola ragione, ognuno ha una piccola parte di verità in tasca.

Ed è proprio vero, non è che voglio farmi tutti amici: è proprio così.

Benvenuti nel mondo reale, a scuola di democrazia.

Si perchè tutto questo e tanto altro se viene fuori, se viene "comunicato", condiviso, "partecipato" rappresenta nè più nè meno che il cammino comune verso una "nuova" democrazia.

L’importante, il trucco, è mettersi in gioco.

E quindi, non ha ragione chi ha un secondo fine, non ha ragione chi si maschera, non ha ragione chi non condivide, non partecipa.

L’unico problema è che bisogna andare avanti, veloci, e avere il coraggio di approfondire sempre di più, analizzare le differenze, discuterle, e cominciare a dare a queste differenze onestamente e consapevolmente dignità di esistenza. 

Anche secondo me le differenze dei punti di partenza, delle appartenenze ma anche delle provenienze, vanno esplicitate, proprio per poter arricchire i discorsi, proprio per fidarci conoscendoci.

Solo se non abbiamo paura delle differenze, siamo veramente tutti uguali, e quindi non ci sono strumentalizzazioni o imposizioni.

Se non abbiamo paura delle differenze possiamo insieme costruire il laboratorio l’aquila, nel quale la parola politica ha il suo originario significato, e nel quale persone diverse per cultura e tradizione, per scelta ed appartenenza insieme costruiscono un percorso per raggiungere obiettivi condivisi per il bene della intera comunità.

Se abbiamo il coraggio di parlare seriamente di tutti i problemi, condividendo l’onestà dei punti di partenza e il rispetto delle competenze, cominciando anche a condividere il linguaggio, la democrazia può decollare.

Il linguaggio comune deve essere un obiettivo: un linguaggio che ci consenta di superare le sordità dei pensieri preconcetti, le sordità dei sospetti, le sordità della sfiducia, le sordità delle manipolazioni, le sordità della mancanza di abitudine al dialogo costruttivo.

Così com’è organizzata oggi l’asseblea è ogni volta una bomba innescata: troppi argomenti sempre e troppo poco tempo, la fretta di concludere, la necessità di decidere, il linguaggio non comune, la rivendicazione di alcune "supremazie", il rischio di presenze sempre diverse "a rotazione", va a finire che si fanno 4 passi indietro ogni 2 che si fanno in avanti.

Questo discorso risponde alla fatidica domanda sulla quale ci arrovellavamo, senza saper dare risposta, un mese fa: gli approfondimenti devono essere fatti, veloci, snelli, concordando linguaggi e contenuti, ai tavoli di lavoro (tasse, macerie, comunicazione, ricostruzione, pettino, ecc. ecc.).

Il lavoro dei tavoli deve essere condiviso, riportato in assemblea, discusso più ampiamente, mantenendo la fiducia in chi ha lavorato, analizzato, prodotto e "studiato" il problema.

Chiunque abbia sentore di non essere d’accordo, o di avere altri elementi da produrre, deve partecipare alle riunioni dei tavoli.

Chiunque voglia essere informato sui discorsi, le proposte, e farne a sua volta, o approfondire o contestarne qualcuna deve partecipare alle riunioni dei tavoli.

E’ troppo facile, oltre che inutile, presentarsi solo in assemblea, e dire no (o anche dire si).

E’ troppo scorretto nei confronti di chi quei discorsi li ha approfonditi, costruiti, anche spendendo di professionalità e competenza.

E’ troppo scorretto nei confronti di tutti, perchè si continua a bloccare un movimento che sarebbe già molto più avanti.

E lo si fa con il criterio di una facile tuttologia, che nega il percorso della democrazia che abbiamo comunemente deciso: studiare i problemi, assumere competenze, proporre soluzioni possibili, giuste e democratiche, coinvolgendo nel cammino quanta più gente possibile.

Il modo per venirne fuori c’è. Alcuni piccoli passi:

1) lavoriamo per il linguaggio comune, anche con workshop, come aveva già indicato 2 mesi fa il tavolo comunicazione (comunicazione interna);

2) aumentiamo l’attività dei tavoli, e in assemblea riportiamo le elaborazioni dei tavoli: almeno un tavolo ogni assemblea;

3) incrementiamo la presenza ai tavoli, e l’attività degli stessi;

4) rendiamo un po’ più solida la struttura dell’assemblea/tavoli con i referenti, la comunicazione delle riunioni, una organizzazione di una parte almeno degli odg delle assemblee (lasciando sempre una parte disponibile per la discussione delle vicende calde), la produzione di materiali informativi che vengano distribuiti o messi a disposizione dai gruppi di lavoro ai partecipanti alle assemblee, per non dover sempre cominciare da zero tutti i discorsi tutte le volte, preparando periodicamente dei report che diventino strumenti di lavoro per le fasi successive.

5) sollecitiamo la presenza di persone competenti ad ognuna delle riunioni che facciamo, per cercare di evitare di scambiare le opinioni soggettive per realtà e i "dice che" per oro colato.

Ricordo che buona parte di questo discorso è stato già fatto nel tavolo comunicazione, ma non si è mai riusciti a riportarlo nelle assemblee e a discuterlo, a causa di altre urgenze. Io lo riprenderei, altrimenti dopo la manifestazione del 6 luglio si rischia di dover ricominciare da capo (soprattutto perchè ho sentito parlare di pausa estiva (!!!!))

E per quello che riguarda la partecipazione, che comunque di fatto è già praticata, almeno nell’ultimo mese, con gli amministratori comunali, e che va perfezionata al più presto con il documento che ancora dovremo discutere, ricordiamoci che un po’ di tempo speso per ognuno di noi ci vuole, altrimenti i principi restano vuote chiacchiere.

L’Aquila, Manifestazione del 16 Giugno 2010

18 June 2010

Conferenza stampa indetta dalla Assemblea Cittadina dopo la manifestazione del 16 giugno.

I nostri ringraziamenti agli intervenuti, e a quanti hanno contribuito, seguendo con attenzione e costanza il nostro percorso, nei momenti migliori e nei momenti di stanchezza del movimento, a costruire una attenzione della città e delle istituzioni sulle nostre azioni, e in definitiva a convogliare tutte le forze sociali nella più grande manifestazione che la nostra città ricordi.

Il mio compito è di lanciare 2 messaggi: uno ai cittadini, uno alle istituzioni e ai vertici delle associazioni sindacali e datoriali e di tutti i soggetti economici del territorio.

La manifestazione del 16 giugno è stata ideata e organizzata dall’assemblea cittadina e dai comitati che, come tutti sapete, nell’ambito di un percorso lungo e difficile, di crescita democratica dei cittadini e di rivendicazione della partecipazione alle scelte che vengono effettuate sul nostro territorio, continuamente si sono riuniti e hanno strutturato e qualificato questa partecipazione con i tavoli di lavoro, nei quali le competenze  di ognuno vengono indirizzate sui temi di spettanza, ottimizzando le intelligenze e costruendo proposte democratiche si, ma anche competenti e qualificate.

Ed è stata proprio la nostra proposta, la piattaforma che abbiamo formulato il 1 giugno e sottoposto alle istituzioni, il motore che ha portato alla manifestazione.

Con essa abbiamo dimostrato che la città, unita, ce la può fare.

Abbiamo dimostrato che i cittadini sanno e possono contare, elaborare proposte risolutive, abbiamo dimostrato che a L’Aquila la città è pronta per una azione comune fra cittadini ed istituzioni, ma di più:  abbiamo potuto finalmente dimostrare che senza i cittadini, le istituzioni hanno le armi spuntate.

Senza i cittadini, senza la loro elaborazione e consapevolezza, senza la discussione dei problemi e la condivisione degli stessi, non si va da nessuna parte.

E da nessuna parte infatti siamo andati per 14 mesi.

Le adesioni alla manifestazione hanno stupito persino noi, che pure abbiamo  lavorato molto per la massima unitarietà.

Certo il tema era abbastanza coinvolgente, e per di più urgente.

Certo pensare che la controparte è il governo, lontano da noi, ha reso più facile la coesione.

Ma i cittadini, convinti e decisi, hanno portato uno dopo l’altro gli amministratori, i sindacati, le associazioni di categoria, a scendere  in Piazza, ad avere il coraggi di contarsi.

I due messaggi: uno alla città, ai cittadini, agli imprenditori, ai professionisti, ai lavoratori, a quanti hanno avuto il coraggio di scendere in campo,di mettersi in gioco: abbiamo fatto la cosa più bella e più grande che potevamo fare, siamo stati bravi, ci siamo contati davvero.

Ma questo è stato solo un inizio. Adesso sappiamo che possiamo e dobbiamo andare avanti. Venite in piazza, partecipate alle assemblee, come abbiamo fatto negli ultimi 10 giorni. Costruiamo insieme altre azioni che ancor più spingano, stimolino, costringano chi deve ad affrontare, finalmente, e risolvere uno dopo l’altro tutti i nostri problemi, tutti i problemi di una città terremotata.

L’altro alle Istituzioni, ai vertici di tutte le forze economiche e sociali, civile e religiose del territorio: 20.000 cittadini sono la vostra sola forza, l’assemblea cittadina e i comitati e tutti devono essere resi partecipi, attraverso gli strumenti della informazione, della trasparenza e della sussidiarietà, previsti dalla legge italiana e presenti anche nello statuto comunali, partecipi delle discussioni, dei progetti, delle proposte e delle scelte che siete chiamati a fare. I cittadini sono coinvolti e quindi devono partecipare.

I tavoli delle attività produttive della CCIAA, dei comuni, della provincia devono continuamente relazionarsi e confrontarsi qui, in piazza duomo, con la gente dell’Aquila, con i professionisti, i lavoratori, i professori e gli studiosi che generosamente rinunciano al proprio tempo e investono anche i propri soldi per “dare una mano”, sapendo che solo tutti insieme ce la possiamo fare.

E’ un laboratorio politico, quello che oggi stiamo vivendo: è una svolta storica nella vita di una città prima assonnata e poi terremotata.

I cittadini dentro le stanza del comando, gli amministratori fuori dai palazzi.

Solo sostenendo questo progetto, potremo dire di aver fatto tutto quello che dovevamo per noi e per i nostri figli.
La politica dei partiti, delle risse, dei tifosi con le magliette, dei contrasti obbligatori è una politica che mortifica il territorio e mette in serio pericolo la sopravvivenza stessa della città.

Noi stiamo proponendo un modo diverso di lavorare, che porterà inevitabilmente ad un modo diverso di votare:  il cittadino che sul campo, consapevolmente, confronta gli impegni  e i fatti, sulla base dei quali giudicare i nostri politici.

Un modo che parta dai problemi e dalla soluzione degli stessi, e che non si basi invece sull’appartenenza  a questo o quel partito, a questa o quell’Associazione datoriale,  di chi ha l’onere e il privilegio di compiere scelte che decidono i destini delle persone.

Questa è l’assemblea cittadina, nella quale i comitati, le associazioni, e anche i singoli cittadini e imprenditori non organizzati, si confrontano parlando dei problemi, mantenendo ognuno i propri ideali, le proprie ideologie, ma disposti a verificare e condividere le soluzioni.

Un percorso comune di soggetti differenti.

L’Assemblea cittadina conferma l’impegno e la continuità dell’attenzione ai problemi della città dell’Aquila, riavviando le iniziative di sostegno ai cittadini come lo sportello di assistenza ai cittadini, l’assistenza per le problematiche fiscali, tributarie e contributive, laddove necessario ed applicabile provvederemo ad avviare class-action a tutela dei diritti.

Ma non ci fermiamo qui perché abbiamo intenzione di perseguire anche gli obiettivi grandi per la città:

La legge regionale di “L’Aquila capoluogo”

La ricognizione delle risorse in modo tale che non vengano dispersi in rivoli insufficientemente utili, ma gestiti secondo una progettualità economico – finanziaria che soggiaccia alla progettualità vocazionale della città

La pressione forte dell’intera città per raggiungere l’obiettivo della Tassa di Scopo o la rimodulazione dell’utilizzo dell’accisa sui carburanti finalizzandola alla ricostruzione fisica ed economica della città, unico flusso costante di entrate per la ricostruzione

Il sostegno al sistema delle cooperative per garantire occupazione ai disoccupati aquilani, che sicuramente possono trovare un ruolo nella ricostruzione soprattutto sociale della città

Non ci fermeremo davanti alle promesse o ai comunicati come non ci siamo fermati mercoledì 16 giugno.

Il peso di migliaia di email inviate ai siti della RAI1 e RAI2, bloccandone l’operatività, è più forte della volontà di censura, peraltro inutile perché denota la loro debolezza di motivazioni.

A chi ci chiede quali saranno i prossimi passi rispondiamo che saranno i cittadini in assemblea a decidere fino a che punto portare la difesa dei nostri diritti: se serve andremo a Roma, sia presso la RAI che in Parlamento, se serve pagheremo le nostre tasse in mano al Sindaco per dargli gli strumenti per la ricostruzione, se serve, con la forza di decine di migliaia di persone oggi, e domani anche di più, si può fare tutto.

VEDIAMOCI TUTTI INSIEME DOMENICA 20 GIUGNO ALLE 11.00 IN PIAZZA DUOMO

tasse

10 June 2010

 da Vola quindicinale dell’Arcidiocesi dell’Aquila n. 11\2010

 

Mentre si avvicina la fatidica data del 30 giugno, e si torna a vedere, concreto, all’orizzonte, il rischio di dover ricominciare a pagare le tasse normalmente occorre fare una riflessione. E’ sicuramente giusto pensare ad una proroga della sospensione delle tasse e dei mutui ma forse questa volta è giusto fare delle distinzioni. Ad esempio, un lavoratore a tempo indeterminato, dunque con lo stipendio assicurato, che ha la fortuna di avere ancora una casa propria, magari classificata B e in procinto di poterla riabitare, potrebbe anche ricominciare a pagare le tasse. Se penso a tante imprese, invece, soprattutto quelle più piccole, a cui non manca il lavoro (in particolare quelle edili) ma che vengono pagate con molto ritardo perché i soldi per la ricostruzione arrivano con lentezza, è giusto che siano beneficiarie della sospensione delle tasse dovute. Oppure, pensando alle attività commerciali che ancora non riaprono o a chi ha perso il lavoro a causa del terremoto, come si fa a far pagare loro le tasse? Dunque il Governo, nonostante la crisi che stiamo vivendo, non potrà non fare la sua parte rinnovando la sospensione della tasse soprattutto per le categorie più deboli. Certamente anche un rinnovo della sospensione per tutti avrebbe dei vantaggi perché potrebbe essere di aiuto all’economia anche se c’è bisogno di molta chiarezza. Sembra, infatti, che i depositi bancari di una parte di aquilani siano aumentati. Se si vuole far sì, però, che questi soldi vengano spesi dagli aquilani per aiutare l’economia a rialzarsi, allora è altrettanto importante che, oltre la sospensione, il Governo ci dica con chiarezza quanto e quando dovremo restituire le tasse non pagate. Diversamente quei depositi faranno molto comodo solamente alle banche ma non all’economia locale. 

don Claudio Tracanna

 

 

 

 

Il velo delle tasse e il tabù dello sviluppo

7 June 2010

 

di Alberto Bazzucchi

 

Nella mitologia indù il velo di Maya separa gli esseri individuali dalla conoscenza della realtà e li tiene relegati nel samsara, il continuo ciclo delle morti e delle rinascite. Il rischio delle popolazioni terremotate del 2009 sta esattamente in ciò: nel considerare la restituzione delle tasse come un velo inespugnabile, gravoso, soffocante. Una visione opprimente che inevitabilmente distoglie da un’altra fondamentale domanda: come riprendere e su quali basi un qualche sentiero di crescita e con quali risorse? Fare “come Umbria e Marche” si dice. E se invece no? Se provassimo a rovesciare questo paradigma con uno scatto culturale, prima ancora che economico, una battuta in controtempo verso la dottrina del dilazionamento e del paternalismo istituzionale. Non sarebbe un cortocircuito benefico fuori dalle retoriche della rinascita, dei palliativi, degli infingimenti di ogni governo centrale o locale?

 

Se nulla cambia nel frattempo, l’art. 39 del Decreto legge 31 maggio 2010 n. 78 ci comunica chiaro chiaro che dal prossimo luglio riprendono tutti gli adempimenti fiscali e contributivi dei residenti del cratere secondo le modalità previste, eccezion fatta per i redditi d’impresa e da lavoro autonomo con un volume d’affari inferiore a 200 mila euro (cioè una buona parte). Una gran mazzata. Allo stato delle cose, inaccettabile. Ma il trattamento concepito per Umbria, Marche e Molise è, esso stesso, accettabile? Un dilazionamento di anni per il ristoro del debito con sensibile sconto, l’estensione d’ufficio degli incentivi, nel caso del Molise, da pochi comuni fino a ricomprendere come per incanto l’intera regione. 

 

E sì, un bel modello il Molise. Diamo un’occhiata al dossier dell’associazione Primonumero di Termoli dal titolo “Il terremoto cinque anni dopo” che in varie puntate ci racconta lo squallore, in salsa molisana, dello sperimentato ménage dei fondi pubblici nel nostro paese. L’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3268 del 12 marzo 2003, molto ispirata dal Commissario straordinario per l’emergenza sisma e alluvione, conteneva un articoletto, il 15, in cui si diceva che la Regione avrebbe predisposto “un programma pluriennale di interventi diretti a favorire la ripresa produttiva nel territorio della regione Molise ….”. Con un tratto di penna un piccolo cratere di appena 14 comuni, un’area che l’annuale rapporto della Banca d’Italia locale descriveva come “prevalentemente collinare, caratterizzata da un’economia a forte connotazione rurale, scarsamente industrializzata, con centri abitati a bassa densità di popolazione”, assumeva, dopo un primo allargamento a tutti gli 84 comuni della provincia di Campobasso mediante un altro decreto del 2003, le dimensioni dell’intera regione Molise.

 

Un modello di successo, in ogni caso, visto che il 2 giugno scorso Angelo Caruso, vicesindaco di Castel di Sangro, con l’assenso di tutti gli altri centri abruzzesi confinanti con il Molise, ha incontrato alcuni rappresentanti della provincia di Isernia col progetto di integrare 13 comuni dell’Alto Sangro nel territorio del Molise in forza delle loro “affinità culturali, sociali ed economiche”. Una secessione veramente sui generis. Ma che c’è da emulare in tutto ciò? Non è proprio l’uso populistico, dissennato e irresponsabile, del denaro pubblico che sta alla base dell’attuale dissesto finanziario di questo paese? E di conseguenza della necessità, tutta e solo nostra, di dover oggi strappare con le unghie un euro alla volta per la ricostruzione in uno stillicidio estenuante, questo sì iniquo e insopportabile? 

 

È evidente che così come è stato formulato l’art. 39 della manovra di bilancio si tradurrebbe in un inutile accanimento. Una proposta alternativa potrebbe vedere una proroga della sospensione, per tutti i soggetti, fino alla fine del 2010 e poi uno svolgimento tipo il seguente: 1) il debito pregresso, annualità 2009 e 2010, viene restituito a partire da gennaio 2011 in 120 rate, cioè in dieci anni; 2) i versamenti correnti da gennaio 2011 avvengono al 50% del dovuto per tre anni, nel quarto e quinto anno al 70%, dal sesto anno in poi avvengono normalmente. Una sorta di phasing out dinamico, che consentirebbe di onorare il debito ma anche dare respiro alle proprie tasche e all’economia locale. Una soluzione di mercato, non assistenzialista. Sopportabile, sia per il lavoratore dipendente che per quello autonomo. Un esempio: un lavoratore dipendente con un reddito netto mensile medio di mille e 300 euro paga ogni anno circa 6 mila euro di tasse, quasi 500 euro al mese. Il suo debito 2009-2010, ammontante dunque a circa 12 mila euro, dovrebbe essere restituito in 120 (magari più) rate di 100 euro ciascuna. Inoltre, il debito corrente sarebbe pagato al 50%, dunque circa 250 euro mensili. Sommando i due importi avremmo un totale di quasi 350 euro al mese per almeno tre anni (il 30% in meno del regime ordinario).

Ci sarebbero da aggiungere due notazioni nient’affatto secondarie. 

La prima riguarda il fatto che lo Stato rinuncerebbe in questo modo ad una frazione davvero modesta dei 197 milioni di euro di minore entrata previsti per il 2010 e dei 154 per il 2011 dovuti alla dilazione e rateizzazione dei pagamenti per le popolazioni terremotate dell’Abruzzo.

La seconda è che questo regime avrebbe anche l’effetto indiretto di contenere l’evasione fiscale e di favorire un’emersione parziale del sommerso (se fosse accompagnato anche da misure di incentivazione per il risparmio energetico, di compatibilità ambientale e così via). Sotto il profilo della diligenza fiscale andrebbe aggiunto che gli aquilani, intesi come provincia, hanno storicamente dimostrato una condotta integerrima relativamente a tutti gli altri italiani. Uno studio del 2006 dell’Agenzia delle Entrate colloca infatti l’Aquila al primo posto tra le province italiane nella graduatoria per entità (crescente) dell’evasione Irap, con appena 226 milioni di euro (Teramo e Pescara oltre 1 miliardo, Chieti 1 miliardo e 400 milioni di euro) e al terzo per l’intensità del fenomeno evasivo (appena il 6%, mentre Chieti, Teramo e Pescara si collocano tra il 40% ed il 50%). Insomma, almeno uno sconticino per buona condotta potremmo meritarlo, o no?

 

Tutto questo discorso sulle tasse porta diritto alla Zona Franca e simili che corrono sugli stessi binari. Il Decreto sulla manovra finanziaria contiene due norme che usano la leva fiscale per attirare le imprese a investire nel Mezzogiorno e, quelle estere, in tutta Italia. La prima norma introduce la possibilità, per alcune regioni del Sud compreso l’Abruzzo, di modificare le aliquote Irap “fino ad azzerarle e di disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni nei riguardi delle nuove iniziative produttive”. Una fiscalità di vantaggio simile al regime previsto dalla Zona Franca Urbana. Sembrerebbe bene. Tuttavia, è difficile immaginare che una regione come l’Abruzzo, al pari di altre del Mezzogiorno con un prorompente disavanzo sanitario, abbia oggi risorse per attivare una concorrenza fiscale nei confronti delle altre aree con lo scopo di attirare nuove iniziative. Guardiamoci negli occhi: anche assumendo che la concorrenza fiscale sia di stimolo alla crescita produttiva è tutto da dimostrare se, data la situazione di arretratezza, carenza di infrastrutture, degrado e caos istituzionale, sia sufficiente abolire l’Irap o altre imposte per compensare i maggiori costi che un investitore deve sostenere per avviare un’attività. Il rischio è quello di avere una “fiscalità di vantaggio”, come l’ha chiamata il Governo, fine a sé stessa ma non una “fiscalità di sviluppo” come invece dice la delega sul federalismo.

 

Eccoci dunque al nodo delle risorse. La Japan Tabacco International, una fondazione nata nel 2001 per sostenere le popolazioni colpite da catastrofi naturali, nel novembre 2009 ha offerto una donazione di 1 milione di euro al Formez per una serie di attività di supporto agli enti locali e in particolare al Comune dell’Aquila: si chiama progetto GEA. Alcune azioni consistono in corsi di formazione per tecnici sulla progettazione anti sismica e nell’assistenza alla popolazione aquilana in ordine a tutta una serie di fabbisogni. Poi vi sono azioni di supporto al Suap e a favore della business continuity con il corredo di programmi informatici per la georeferenziazione. In aggiunta a ciò, l’art. 6 dell’Ordinanza 3870 del 21 aprile 2010 ha autorizzato il commissario delegato per la ricostruzione a stipulare apposita convenzione con Formez nel limite di euro 600 mila per la prosecuzione di queste sue attività. Recentemente il Formez ha aggiornato il suo crono programma di cose realizzate e da fare, e sicuramente c’è del buono in quello che ha fatto, ma 1 milione e 600 mila euro sono tanti. Qualche perplessità è pur lecita in merito alla proporzione tra cose realizzate, quelle da fare e costo relativo. Due esempi: se è noto che sul GIS si stanno esercitando una molteplicità di soggetti, perché non coordinarsi? Coinvolgendo, a fronte di quella cifra, professionalità locali e soprattutto giovani? In ultimo, ma è solo una curiosità, è davvero il Suap dell’Aquila ad essere stato supportato o quello di qualche altro comune? Perché, come in molti hanno notato, il Suap dell’Aquila assomiglia più alle malebolge che a un’area strategica per il futuro della città. E l’analisi sui settori “connotati da possibilità di sviluppo”? E l’individuazione dei “settori innovativi” su cui investire? E gli altri pezzi del lungo elenco che doviziosamente i funzionari del Formez ci novellano, li possiamo vedere? Hanno qualcosa a che vedere con elaborati di Confindustria, Camera di commercio, associazioni categoriali e sindacali, che pur si sono espresse sul rilancio della città? Sono state definiti di concerto col Comune? Così si corre il rischio di dissipare risorse (scarse) senza alcuna conoscenza della loro efficacia ed efficienza.

 

Il velo delle tasse impedisce di distinguere i fattori distorsivi che tormentano il faticoso tentativo di restituirci una normalità. Sottrae anche energie alla giusta battaglia per la certezza delle risorse. Ma, soprattutto, ci allontana da una discussione sana e non fideistica sui reali fattori di crescita della città e del suo territorio. 

 

 

 

 Banca d’Italia, Note sull’andamento dell’economia del Molise 2002, Campobasso 2003.

 Servizio studi del Servizio bilancio dello Stato, Nota informativa 2010-2012, Doc. XXVII, n. 19, febbraio 2010.

 S. Pisani e C. Polito, Analisi dell’evasione fondata su dati Irap. Anni 1998-2002, Agenzia delle Entrate, Documenti di lavoro dell’ufficio studi, 2006.

 L’intensità dell’evasione fiscale si ottiene rapportando l’ammontare di base imponibile sottratta allo Stato alla base dichiarata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

zona franca e zone a burocrazia zero - comunicato di Angelo Ludovici

30 May 2010

 

Nel comunicato del 14 maggio u.s. sulla zona franca criticavo l’eccessivo entusiasmo dei dirigenti della destra e, per errore, nel fare riferimento alla normativa approvata con l’art. 9, comma 4, del D.L. 30 dicembre 2009 n.194 (in G.U. n. 302 del 30/12/2009) denunciavo che essa era peggiorativa rispetto alla precedente che istituiva le Zone Franche Urbane (art.1 , comma 340, della Legge n. 296 del 27/12/2006). Avendo notato l’errore volevo fare una giusta precisazione ma, in coscienza, non l’ho fatta, perchè, in fondo, ho sempre pensato e penso che il Ministro del Tesoro Tremonti è uno che non molla l’osso. Infatti, è da segnalare come si sia spento l’entusiasmo della destra locale con la rivendicazione della primogenitura e non ne parlino più. Infatti, questo silenzio non sorprende in quanto con la manovra correttiva approvata dal Consiglio dei Ministri si ritorna sull’argomento e le zone franche vengono trasformate in “Zone a Burocrazia Zero”. Come abbiamo verificato in questi due anni, in cui si è negata la crisi economica e finanziaria che avanzava e che ognuno tocca con mano, la creatività è una costante dei nostri ministri. In fase di crisi di un sistema economico degli ultimi trent’anni, i cui danni ci prepariamo a pagare amaramente, non poteva mancare il tocco del genio. Con questo cambio di denominazione, “Zone a burocrazia Zero” in pratica, i provvedimenti conclusivi dei provvedimenti burocratici per le aziende che inizieranno l’attività dopo l’entrata in vigore del decreto legge, saranno adottati esclusivamente dal Prefetto o dal Commissario di Governo tramite la convocazione, eventualmente, delle Conferenze di servizio. Il procedimento si concluderà, salvo provvedimenti di natura diversa, entro trenta giorni dell’avvio dello stesso (silenzio assenso). Altro che federalismo, lo Stato, tramite le Prefetture, ritorna a gestire le politiche di sviluppo locale.
Inoltre, le “Zone a Burocrazia Zero” possono coincidere con le Zone Franche Urbane già individuate dal CIPE in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, ai sensi della L. n. 296/2006, come modificata dalla L. n.244/2007 e dalla L. n. 77/2009 (L’Aquila). In ogni caso, e qui torniamo alla proposta di Legge Finanziaria sopra richiamata, le risorse previste per le Zone Franche ai sensi dell’art.1, comma 340, della L. n 296/2006 (in questo caso L’Aquila non era prevista), “sono utilizzate dal Sindaco territorialmente competente per la concessione ed erogazione di contributi diretti alle nuove iniziative produttive avviate”. Tale contributo sostituisce le esenzioni fiscali e contributive. Risultato dell’operazione: le zone franche sono soppresse e le risorse dirottate.
Se questa normativa verrà approvata, ci ritroveremo che le Regioni di cui sopra si ritroveranno la “Zona a Burocrazia Zero” mentre nel Lazio, in Toscana e Liguria avremo le Zone Franche.
Con questo giochetto, il danno peggiore lo pagheranno le imprese già esistenti in quanto solo nelle Zone Franche Urbane è prevista l’esenzione fiscale e contributiva sia pure nel limite de minimis. Aspetto una smentita e, questa volta, sono disposto a fare un’adeguata rettifica.

L’Aquila, 29.5.2010

Il Segretario Provinciale del PdCI
Angelo Ludovici

 

report

28 March 2010

 Il 21 marzo a L’Aquila è iniziata una nuova era. I cittadini insieme a dialogare, pacatamente, con il desiderio di dire ma anche di ascoltare. Con il bisogno di condividere, di suggerire di partecipare. Con l’intento di agire e non aspettare che altri facciano per loro.

La nuova era della consapevolezza del fallimento del sistema politico amministrativo attuale, la consapevolezza del fallimento del sistema economico assistenziale clientelare.

Le proposte sono piccole, perchè è sulle piccole cose che si deve iniziare a discutere, a testaare la civiltà, la ragionevolezza, la concordia, la collaborazione.

Un nuovo modo di essere cittadini, ma soprattutto un nuovo modo di comunicare ed interagire.

Adesso non perdiamo il filo. 

La nostra città si trasformi in fucina di iniziative e di sperimentazione.

Tutti noi oggi, quelli che c’erano e quelli che avrebbero voluto esserci, e che ci saranno, siamo come bambini che devono imparare a camminare.

Fianco a fianco con civiltà. Fianco a fianco al di là delle diversità.

E giovani, anziani, uomini e donne, professori ed artigiani, commercianti e studenti.

Diversi, evviva, e senza etichette. Cioè, finalmente, tutti uguali.

Mi sono seduta al mio tavolo, conoscevo 2 persone su 10. Non mi sono chiesta chi fossero gli altri (figli di chi, amici di chi, di che partito), non era proprio l’ambiente giusto per queste presupponenti classificazioni.

Non erano neanche "famosi leader" dei comitati. Nessuno di noi lo era.

E forse nel sentirli parlare non si è neanche capito se fossero "di destra" o "di sinistra".

Eravamo dei cittadini in assoluta parità riconosciuta da tutti noi.

E così abbiamo parlato di noi, dei problemi, delle idee, delle proposte. Abbiamo fatto anche un po’di analisi, cercando i punti di condivisione, senza urla, senza atteggiamenti da tifosi, senza preconcetti. Nessuno dinoi ha pensato, neanche per un istante, di avere la verità in tasca.

Quasi guardinghi, ci scambiavamo idee, guardando di sottecchi i nostri colleghi di tavolo, timorosi di dire cazzate, timorosi di ferire o offendere.

Che bello.

Che civiltà.

Non restasse niente delle "carriole", questo sarebbe già tanto.

Ma non credo che non resterà nulla.

I progetti sono già partiti, i gruppi si sono riuniti, si riuniranno ancora. I G.A.S. sono in corso di realizzazione. Collemaggio è stata "sopralluogata".

E la piazza domani sarà di nuovo piena, e di nuovo riusciremo a parlare fra di noi.

Ho voluto contribuire a diffondere il report del s-ost, affinchè si capisca che cosa abbiamo fatto, di che abbiamo parlato, cosa pensiamo di voler fare domani.

Leggetelo.

Un report sintetico, giustamente, e per questo leggibile con poco sforzo.

Lo regalo ai cittadini di tutta italia, da parte di tutti gli aquilani, bruscamente risvegliati dal terremoto. 

Trovate il report nella home del sito www.anno1.org

 

come si fa a dimenticare?

6 March 2010

 

OPERATORE – TERREMOTO – MORTE

di Marco Busolini

 

Marco Busolini è nato a Roma il 10 dicembre 1959. È volontario della Croce Rossa Italiana ed in particolare appartiene alle squadre SSEP Squadre di Supporto nell’Emergenza Psicologica. E’ intervenuto a L’Aquila nei primi giorni del terremoto, ed in più riprese successive. Si riporta di seguito un suo scritto in merito a quei primi giorni.

 

Il nostro vivere quotidiano che si apre ai nostri occhi, con la sua storia di guerre e sopraffazioni, ci induce a riflettere sul valore del morire, ma ancor prima sul significato che attribuiamo alla vita. Difficile pensare che si possa ancora parlare di vita e morte come di una dialettica pura, spesso le due cose si confondono: si vive come in un incubo mortale o si muore senza neanche accorgersene.

Sono le 3,32 della notte del 6 aprile 2009, sto dormendo con mia moglie nella tranquillità del mio letto, della mia casa, con i miei gatti quando all’improvviso il tremore del letto ci sveglia, la spalliera del letto sbatte contro il muro, tutti i mobili tremano ed i gatti scappano rifugiandosi sotto il letto. Non riesco ad alzarmi, il tremore non mi fa muovere, mia moglie che mi strattona il braccio e poi la calma…

Dico a mia moglie: “è stata una bella scossa e se l’epicentro non è Roma vedrai che arriverà una telefonata, preparati, se mi chiamano parto”. Arriva immancabilmente un messaggio sul telefonino, richiesta di disponibilità a partire causa forte scossa di terremoto nell’area aquilana. La richiesta è da parte della Croce Rossa Italiana, immediatamente allertata, presentarsi presso la sede centrale di Via Ramazzini a Roma, partenza immediata con le squadre SSEP, squadre appositamente formate per il supporto psicologico nell’emergenza. Comincio a preparare la mia roba e la mia mente, rassicuro mia moglie, non starò via molto, la prima squadra che interviene deve restare al massimo tre o quattro giorni poi viene sostituita obbligatoriamente, non preoccuparti ti chiamo appena mi sistemo ora torna a dormire.

Ci sentiremo dopo tre giorni.

Arrivo a L’Aquila con la squadra CRI del supporto psicologico, ci dirottano immediatamente al campo principale che è stato allestito in Piazza D’Armi. È un continuo andare e venire di persone, di mezzi, si danno tutti da fare, le facce dei superstiti sono quelle di allucinati, chi va chi viene. Hanno allestito il PMA (Posto Medico Avanzato), è qui che arrivano tutti, anche noi del supporto psicologico. Ci mettono a sistemare su delle barelle dei feriti in attesa di essere visitati dai medici, la nostra psicologa responsabile si presenta al medico coordinatore di quella “metropolitana” di feriti e sbandati, una volta capito chi siamo veniamo nuovamente dirottati laddove c’è più bisogno di noi, la chiameremo la tenda dei codici neri. È qui che vengono portate le prime vittime. Al nostro arrivo ce ne sono dodici, messe tutte in sacchi, teli, o qualsiasi altra cosa che sia servita per trasportarli, in comune hanno tutti una cosa, sono morti. Devono essere identificati, decine di “parenti” o probabili tali si accalcano per capire se il loro terrore si debba trasformare nella disperazione di chi ha perso qualcuno, per molti sarà così. Dobbiamo aprire i sacchi, ma non possiamo ogni volta far vedere tutte le vittime a tutti quelli che cercano un loro caro, è un’inutile sofferenza, cerchiamo allora di fare delle schede, intanto ne arrivano degli altri, le schede ci permetteranno di “limitare” la visione della morte laddove non serve, mostreremo le vittime che corrispondono agli aspetti somatici, anagrafici che ci indicano i parenti. Comincio a fare le schede, sesso, età presunta, adulto, bambino, colore dei capelli, colore della pelle, vestiti, segni particolari, tatuaggi, piercing, grasso, magro, alto, basso, luogo di provenienza, apro tutti i sacchi, finisco il mio lavoro.

Nel primo “sacco” c’è un bambino di nove anni, a fianco il suo fratellino e di fronte ai due “sacchi” un altro “sacco” più grande, vi è la madre. La morte li ha presi così come erano nella loro casa, e le macerie li hanno ridotti a dei “cumoletti” di carne e calcinacci, nel sacco non c’è solo il morto c’è anche quello che aveva indosso, quello che il crollo della loro casa ha lasciato nei loro corpi, sono lì davanti a noi così come sono stati trovati, i visi, o meglio quel che ne resta, sono sereni, probabilmente non hanno avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. Non c’è tempo e possibilità di prepararli, la morte che ci si presenta è una morte diretta non preparata, non siamo in una stanza di obitorio dove la salma è “preparata”, vestita, truccata, quasi “pronta” per l’ultimo saluto ai suoi cari. Arriva il nonno dei due bimbi, il papà non si trova, il nonno è un medico ci chiede se può lavare i suoi nipotini, inizia con il fratellino più grande, vacilla, ma va avanti, finisce la sua opera e passa al bimbo più piccolo. Gli apriamo il sacco, quel corpicino aveva 9 anni, ora è un cumolo di macerie e carne, il nonno non regge, crolla, si sente male, lo dobbiamo soccorrere ed allontanare, il dolore è stato troppo forte, non lo rivedrò più. Questi bambini e la loro madre mi sono rimasti vivi nella memoria, in un turno successivo mi hanno portato al cimitero dell’Aquila, dove è stato fatto un memoriale e messe tutte le vittime del terremoto, i primi loculi che vedo sono proprio di loro, non ci sono più quei corpicini distrutti ma due splendide fotografie di due bambini bellissimi, l’emozione mi travolge, non riesco neanche a parlare, devo andar via.

Mi sento fagocitato in un paesaggio dantesco. Il nostro compito è da subito gestire. Ma cosa dovevamo gestire? La vita era rimasta sospesa alle 3.32 della notte, e chi aveva subito il tocco della morte veniva portato nella tenda per i codici neri e noi eravamo lì. I corpi vanno gestiti, ti devi organizzare per riuscire a rispettare il più possibile sia il defunto nonché i parenti che vengono a cercarli. La morte non si ferma al corpo inanimato messo dentro un telo ma, continua la sua opera distruttiva nei confronti dei parenti che vengono e dei volontari che partecipano alle attività di riconoscimento delle vittime. È un continuo crescere emozionale che deve essere in qualche modo smaltito. Dopo una giornata alla tenda del dolore ci dirottano alla casa dello studente, ci sono ancora persone vive che i vigili del fuoco stanno tentando di tirare fuori ma, ci sono anche i familiari e gente che non centra nulla e i giornalisti e le macchine fotografiche e le telecamere, non ci sono solo più delle persone che stanno sperando di rivedere i loro cari ma anche la macchina mediatica che rivendica il suo ruolo. Abbiamo la fortuna di stare vicino ad un pulmino della RAI che è carico di generi alimentari, riusciamo a sfamare i parenti, almeno chi di loro riesce a mangiare, piove, fa freddo e la notte è lunga, davvero lunga, sarà una notte lunghissima.

Dopo la prima giornata passata ad assistere i familiari nella tenda dei codici neri e la notte alla casa dello studente è quasi l’alba quando andiamo alla caserma degli alpini, ci aspetta una tenda ed una brandina. Passano poche ore ed ecco che ci chiamano, dobbiamo andare a Coppito, presso la caserma della Guardia di Finanza, lì vi hanno allestito un obitorio nell’autorimessa, le vittime cominciano ad essere diverse ed anche l’afflusso dei parenti è notevole. Arriviamo sul posto e cominciamo subito ad accompagnare i parenti al riconoscimento dei propri cari. Le bare sono poche, la maggior parte dei corpi è avvolta in coperte o lenzuola. Si entra dagli uffici e si esce dal portone centrale della rimessa. Un circolo di vita e di morte, dove si entra con la speranza di non riconoscere nessuno e si esce con la disperazione di chi ormai ha la certezza che la morte è confermata. È un continuo andirivieni di ambulanze ma, al contrario di quanto succede normalmente nei servizi di emergenza in ambulanza, questa volta non c’è la speranza che chi stai portando possa essere curato e salvato, in questo caso hai la certezza che chi stai portando è morto.

Vedo le facce di quei volontari, sono distrutte, stanche, affrante ma piene di dignità e rispetto per quei corpi che stanno portando. Molti sono del posto, a volte portano parenti, amici, ma non mollano, sono due giorni che non dormono, arrivano a sirena spiegata, di fronte il portone dell’autorimessa le spengono, entrano in retromarcia e si fermano. Aprono il portellone posteriore e consegnano il loro carico, a volte più di una salma alla volta. Come chi trasportano anche loro sono sporchi, pieni di polvere, consegnano il loro carico dando quelle poche informazioni che sono riusciti ad avere, luogo di provenienza, sesso, età presunta, eventuale nominativo dato da parenti o amici presenti al momento del recupero. Le informazioni vengono date ad un ufficiale di polizia che le appunta su un modulo e poi riscritte su di un foglio che verrà messo sul lenzuolo o sacco, sarà la carta di identità di quella persona. A fianco dell’ufficiale c’è un suo collega che fa le foto della salma, ovvero di quello che ne resta, di tutti quei particolari che potrebbero essere di aiuto nel riconoscimento, un piercing, un tatuaggio, un gioiello, una particolare conformazione fisica, un vestito. È straordinaria la professionalità di queste persone, della loro freddezza, chissà quante volte hanno fatto simili foto, mi sembra come se si stesse facendo un book a delle modelle, solo che non è così.

Un lato dell’autorimessa è stato approntato come deposito per le bare. È lì che, una volta riconosciuti ufficialmente i corpi, questi vengono messi nelle bare, queste non si chiudono subito, si aspetta a chiuderle, i coperchi sono solo appoggiati sopra, capirò dopo il perché. Dopo averli messi nelle bare e riconosciuti da qualche parente, c’è sempre qualche familiare o amico che vuol dare l’ultimo saluto. C’è chi li vuole vedere e toccare per l’ultima volta, chi porta una medaglietta, chi un rosario, chi delle foto, chi un semplice oggetto che li legava emozionalmente. Mi è rimasta impressa una vecchietta che aveva con sé un crocefisso, lo voleva mettere sulla bara del suo parente ma occorreva un trapano, delle viti, o magari semplicemente dei chiodi, la realtà del terremoto si percepiva anche da questo, non si aveva più neanche un chiodo per fissare un crocefisso. Molte persone che venivano ad identificare i loro cari non avevano con sé più nulla, avevano perso tutto, non avevano più neanche un documento per dimostrare chi fossero, nel perdere tutto avevano perso anche la loro identità ma non la loro dignità. Intanto l’immagine della morte cambia, si passa da una morte cruda ad una morte semi preparata. La bara fa sì che si rientri in quell’immaginario collettivo che si ha del defunto. Il morto deve stare in una bara, deve “riposare” deve essere in qualche modo protetto.

È il terzo giorno e mentre ci avviciniamo a Coppito, siamo lungo la strada che porta alla caserma, ci colpisce qualcosa, è l’odore, l’odore che si sente nell’aria, è un odore a cui non siamo abituati ma che da ieri conosciamo benissimo, è l’odore della morte. Non si pensava che la morte potesse avere un odore così pregnante, ci rimane addosso, nei vestiti anche nei giorni a seguire. Arriviamo all’autorimessa e notiamo che è stata lavata, è un odore differente, di detersivi e disinfettanti, nel frattempo è arrivato un enorme autotreno e, mentre mi trovo ad accompagnare dei parenti ad un riconoscimento, gli autisti del camion aprono le portiere, sono tutte bare, decine e decine di bare, la conferma della morte e del suo trasformarsi. All’ingresso dell’autorimessa sono stati messi degli elenchi con il nome delle salme ed il loro numero di bara, è incredibile mi ricorda gli esami di quando andavo a scuola, promosso bocciato, ora vivo o morto. L’odore è di nuovo insopportabile, ora si aggiunge anche quello del piombo che viene usato per sigillare le bare, le ambulanze sono diminuite, siamo giunti al terzo giorno, dobbiamo andare via, dobbiamo essere sostituiti, è obbligatorio non possiamo rimanere di più. Aspettiamo la squadra che ci deve sostituire nel piazzale antistante all’autorimessa, continuiamo a lavorare, a stare vicino ai parenti, ad accogliere chi ha riconosciuto i propri cari. Vicino a me c’è la madre di Sara, una studentessa che è morta nella “casa della morte”, così ribattezzata dopo l’evento, l’hanno trovata insieme al suo ragazzo anche lui morto nel crollo. La madre e tutta la famiglia di Sara ha atteso l’arrivo dei genitori di lui, vengono dal sud Italia. Ora le due famiglie sono insieme, mi chiede di accompagnarli al riconoscimento, i corpi di Sara e del suo fidanzato sono stati messi vicino l’uno all’altra, uniti nella morte così come lo erano nella vita. È un’esplosione di emozioni, faccio fatica a resistere, sto per crollare, mi si avvicina la madre di Sara, mi prende sotto braccio, sul viso di questa donna non c’è più nessuna lacrima, nonostante la sua giovane età ha difficoltà a restare in piedi, troppo dolore, mi guarda dritta negli occhi, mi sorride, mi ringrazia e va via. Sono io che devo ringraziare Lei, mi ha dato una lezione di vita che rimarrà per sempre nella mia memoria.

274, questo è il numero posto sull’ultima bara che vedo prima di andare via, vi accompagno una coppia di persone anziane a salutare per l’ultima volta il loro nipote, è la “mia” duecentosettantaquattresima vittima…

 

in Quaderni di Psicologia Archetipa - "Terremoto" Portofranco Editore

per gentile concessione dell’Autore e dell’Associazione Culturale Syncrònia - L’Aquila

in omaggio alle vittime, per non dimenticare