Per prima cosa l’intolleranza.

30 September 2010

Per prima cosa l’intolleranza.

Poi la violenza (verbale).

Poi il maschilismo (soprattutto quello delle donne).

Poi la banalità, la stupidità, il luogo comune.

Poi la politica da bar.

Poi le magliette, le squadre.

Poi la pigrizia, l’incapacità a mettersi sotto, a studiare, a fare sacrifici, senza doverli per forza rivendicare.

Poi l’autoreferenzialità.

Poi la presunzione.

Poi l’individualismo, l’incapacità di fare squadra, la negazione del pensiero plurale.

Poi la logica del "io lo so fare" (!!!!!) acritico.

Poi la miopia dell’IO, l’incapacità alla strategia, alla tattica, per mancanza totale di fiducia negli altri (o per eccesso di fiducia solo in se stessi).

Poi il parlare a vanvera, il vomitare parole, la necessità di esternazione a tutti i costi.

Secondo me questi sono alcuni dei nostri nemici.

Non solo dei nostri, se pensiamo a come è ridotto il nostro Paese, ma sicuramente anche dei nostri.

Superare tutto questo tappeto di handicapp (di becera presunzione) è SOLO una questione culturale.

Vincere o no dipenderà da quanto sapremo cambiare, crescere, studiare e praticare la tolleranza, l’intelligenza, la cultura.

Dipenderà da quanto NOI (è plurale, ricordate) lo vorremo veramente fare.

 

 

colletti bianchi

28 April 2008

Ma quanto ci interessa L’Aquila capoluogo? Certamente, per essere un argomento elettorale, un qualche valore dovrà pure averlo, ma siccome non capisco la politica - almeno quella attuale - e le sue strategie, non lo colgo. Pure, qualche considerazione da due soldi potrò farla. Come mi piacerebbe che L’Aquila fosse anche relegata a ruolo di “paese”, di città marginale, basso profilo e bassa provincia, se questo però volesse dire innalzare la qualità della vita delle imprese che in essa svolgono le proprie attività. Temo infatti che L’Aquila capoluogo voglia dire incrementare uffici e colletti bianchi, con correlata coda di nepotistiche assunzioni verso il posto fisso “perfetto”. Quello alla Regione, per esempio, dove obiettivamente da fare c’è veramente poco, a parte i caffè, le chiacchiere di corridoio, le spese al supermercato e via andare. Un enorme, ulteriore aggravio istituzionale che sono certa non porterebbe vitalità alcuna ai comparti produttivi, ormai ridotti al coma farmacologico dall’assoluta incapacità fisiologica del terziario di investire i propri soldi in qualcosa che non sia il “mattone”. Paradossalmente, a L’Aquila, anche i commercianti, che pure dovrebbero avere spirito imprenditoriale per non morire, hanno l’atteggiamento dell’impiegato statale. Alle tredici pranzo, la domenica a casa, pochi collaboratori (per risparmiare, si sa), niente investimenti pubblicitari, nessuna idea sul futuro. Solo “apri la bottega, chiudi la bottega”. Chiudi la bottega in estate, chiudi la domenica, chiudi presto la sera. Sono certa che molti di loro, se potessero, chiuderebbero alle due del pomeriggio, proprio come fanno gli invidiati impiegati statali, dei quali tentano ogni giorno di riprodurre la monotonia. Se qualcuno, poi, imprenditore coraggioso, osa scrollarsi di dosso la muffa istituzionale, viene a più riprese bacchettato e costretto all’immobilità. Ma questo lo raccontiamo la prossima volta.