dimissioni

13 Febbraio 2010

Abbiamo, come tutti, sentito l’esigenza di intervenire, subito dopo il sisma, per sostenere, con la nostra presenza, la comunità aquilana.

Abbiamo sentito, come tutti, l’urgenza dell’attenzione sull’operato di quanti venivano ad "aiutarci", con il rigore di cittadini attenti alle regole e agli sprechi, con l’entusiasmo di cittadini propositivi per il bene comune di percorsi alternativi più sostenibili e rispettosi del bene comune.

Abbiamo sentito il dovere, come tutti, di denunciare pericolose deviazioni dalle regole, in nome della "emergenza" che tutto giustifica.

Abbiamo puntato il dito contro sprechi e ingiustizie, come tutti.

E adesso, ci raccontano la storia che noi stessi abbiamo fatto fatica a rendere pubblica, grazie al silenzio imposto ai media di maggior impatto (=televisione) dagli stessi gestori dell’"emergenza".

Adesso arrivano le prime "notizie" su presunte irregolarità.

Non ci uniamo ai forcaioli: non siamo contenti: avremmo preferito sapere che le regole erano state rispettate.

Ma sappiamo che, seppure niente di illegale fosse stato commesso, comunque l’agire di chi aveva il potere in quei giorni non è stato etico e moralmente ineccepibile.

Con l’aggravante dell’agire su una comunità in stato di bisogno.

E ed è per questo che, al di là dell’azione dei giudici, al di fuori delle strumentalizzazioni di partito, noi riteniamo giusto iniziare sommessamente, e diffondere come un virus, fino a che diventi un grido, il tam tam di una sola parola:

DIMISSIONI

DIMISSIONI di chi ha fatto;

DIMISSIONI di chi ha retto il sacco;

DIMISSIONI di chi sapeva (e sono tanti) e ha taciuto, e col suo silenzio ha consentito, legittimato, autorizzato; di chi ha semplicemente "girato la testa da un’altra parte";

DIMISSIONI di chi ha omesso controlli e verifiche, di chi ha avallato senza valutare la congruità e la opportunità dell’operato;

DIMISSIONI del Governo, e dei Governi locali.

Un nostro post del 6 ottobre 2009 (sei mesi dal sisma)   http://www.laquilacittafutura.it/senza-categoria/sciacalli/  parlava già di sciacalli; altri giornali e blog e siti di comitati hanno denunciato, scritto, segnalato. Ne citiamo alcuni.

http://stage.spaziopubblico.it/wiki/Rete-AQ

http://stage.spaziopubblico.it/wiki/L%27operazione_%C3%A8_riuscita_ma_l%27Aquila_muore

http://www.3e32.com/  (la dura realtà)

Non c’è bisogno di arrivare al reato per intervenire, denunciare e fermare un comportamento deprecabile, inopportuno, dispendioso per la comunità, che contravviene le regole etiche della buona amministrazione, che impegna lo Stato per cifre enormi non giustificate dal reale costo delle opere, che crea ingiustizie sociali, che nega i diritti dei cittadini, che viola le normali e banali regole delle buone prassi e della gestione della emergenza "reale" con soluzioni "reali" e necessarie, al giusto prezzo, privilegiando la tutela del cittadino e dei suoi diritti.

Non sono i giudici che devono garantire la corretta amministrazione pubblica. Dovrebbe essere la politica, dovrebbero essere le strutture rappresentative, i sindaci, i consigli comunali, le provincie, le regioni e i governi regionali……. seeeee.

Nessuno dei su citati rappresentanti della politica locale può dire in coscienza di non sapere che a l’aquila si è fatto scempio del denaro pubblico, si è sprecato e inutilmente speso.

Nessuno può dire, in coscienza, che il lavoro svolto dal Governo e dalla Protezione civile sia stato giusto, e nessuno può negare che tutti (dico tutti per dire tutti e 60.000 i cittadini dell’aquila, oltre tutto) tutti sapevamo che il piano C.A.S.E. era pronto e definito fin dal 19 aprile (13 giorni dopo: che prontezza di riflessi).

Due "imprenditori" (piano con le parole, gli imprenditori i risultati se li sudano, quelli che lavorano protetti da politica e banche non sono imprenditori) ridevano e si sono fatti beccare a dirlo: ma quanti altri già contavano i soldi (pare di vederli come Paperon de’ Paperoni con il simbolo del dollaro nelle pupille) il 19 aprile?

Non sono i giudici che devono garantire la buona amministrazione: ma i cittadini hanno il potere di farlo. E ne hanno il dovere.

DIMISSIONI

No alla Protezione Civile SPA : un comitato di affari che lucra sulle disgrazie.

sciacalli

6 Ottobre 2009

Abbiamo visto molto. Sono 6 mesi che guardiamo, attoniti, quello che ci succede intorno. Siamo stupiti, allibiti, arrabiati, umiliati, sfiduciati, e contemporaneamente fiduciosi, disinibiti, irrefrenabili.

Sono sei mesi che osserviamo l’attività costante, indefessa e continua degli Sciacalli che si muovono intorno a noi, che circondano la nostra città, che scippano, rubano, mangiano, distruggono.

Gli albergatori della costa: sono stati ben pagati i nostri soggiorni, che bisogno c’era di infierire e umiliare gli sfollati?

I proprietari di case sulla costa: quanto soldi abbiamo dovuto cacciare per avere un alloggio decente? quanti hanno solidarmente fatto uno sconto sui prezzi (tutti a nero!!!) degli affitti del mare? Quanti hanno semplicemente colto l’occasione di fare bella figura, tanto la stagione sono anni che è in discesa?

I proprietari di immobili uso commercio, industria, abitazione dell’Aquila: hanno tutti preferito la logica del "piatto ricco mi ci ficco", la solidarietà è solo una vuota parola.

Le imprese edili italiane: evviva, facciamo finalmente quadrare un bilancio che da anni è asfittico, zoppicante, negativo. Andiamo, allegramente, a L’Aquila, tanto lì c’è "trippa per gatti".

Tutte le imprese abruzzesi: bella solidarietà andare a "sottrarre" il poco lavoro che c’è, "grazie al terremoto", alle imprese aquilane. I nostri complimenti.

I nostri governanti locali: la Regione, il Presidente della Regione, lo staff del Presidente della Regione, controllano i denari e ….. li portano a Pescara  (diciamo Pescara intendendo quel luogo fra il mitologico e il reale che raggruppa il gotha delle imprese vicine al potere, qualsiasi potere, sempre le stesse imprese, localizzate diciamo fra pescara/chieti/teramo/vasto).

Certo, gli amici del potere ci sono anche qui, a L’Aquila: sciacalli anche loro, ovviamente. A nessuno viene in mente di "dividere" la torta.

Non ci sono regole, a L’Aquila. E’ "emergenza", e l’emergenza giustifica tutto, è vero. Ma come mai il tutto giustificato dall’emergenza non comprende la partecipazione alle lavorazioni anche di imprese non incluse nell’elenco degli amici? Come mai non appena qualche impresa locale si aggiudica una fornitura, si lavora per riportare alla normalità le cose, per scippargliela?

E noi, perchè invece di accettare questo stato di cose, nell’attesa che "tocchi anche a noi", non diciamo, finalmente, BASTA?

Che male ci sarebbe, Presidente Chiodi, nel favorire le attività economiche aquilane? Per anni abbiamo visto favorire la casta degli amici, anche in modo poco lecito, e ora, ora che siamo in ginocchio, ci si risponde che le regole vanno rispettate? Per anni abbiamo visto "aiutare" alcune imprese nella crescita e nello sviluppo (siete sempre in buona compagnia: le banche agiscono con lo stesso criterio nel valutare le aziende: chi sei? di chi sei amico?)

Ma mi faccia il piacere!!

Di quali regole parla: quelle che invece che valutare le capacità professionali, valutano il cognome e l’appartenenza politica  (forse anche non più, diciamo che vale di più l’apparentamento d’affari)? quelle che favoriscono le irregolarità e gli imbrogli? quelle che "indirizzano" le commesse? quelle che hanno fatto dell’Aquila una terra da conquista, anche prima del terremoto? Adesso che ci sono i soldi che ci dobbiamo aspettare? Che l’Arpa inglobi l’AMA per mettere le mani sui finanziamenti speciali? Che la Regione gestisca le sue commesse di comunicazione con Carsa? Che la zona franca venga ridotta nei regolamenti di attuazione a favore delle "nuove aziende" che da Pescara vengono a piazzarsi qui, solo per qualche anno, e poi se ne vanno lasciando i loro rifiuti e una scia di povertà? Che la nostra Università, lasciata sola, scompaia per fare posto alla D’Annunzio? Che gli Enti teatrali e musicali vengano "deportati" sulla costa? Che le aziende produttive (ce ne sono anche a L’Aquila) siano costrette a lottare per una sopravvivenza che dovrebbe essere invece, almeno per solidarietà, garantita dello Stato? Che le Professionalità aquilane siano sempre più dimenticate e umiliate, per far posto a schiere di ingegneri, architetti, commercialisti, avvocati dello "staff" del Presidente?

E a fronte di questa attenta azione di sciacallaggio, dall’altra parte, a difendere gli onesti, a difendere la città : NESSUNO.

Nessuno in Confindustria, Confartigianato, CNA., nel potere bancario (aquilano!!), in Camera di Commercio, negli Ordini Professionali, in Regione,  ecc. ecc.

Caro Presidente Berlusconi, mi dispiace ma a L’Aquila lo Stato non c’è.

Caro dr. Bertolaso: troppe falle nel suo sistema, gli sciacalli viaggiano al suo fianco, al suo seguito, e si vedono, ora sono venuti allo scoperto.

Caro Prefetto: non è Lei che dovrebbe far rispettare le leggi? Vogliamo regolamentare questi affitti? lo sa che la casa è, tra le altre cose, anche un diritto? lo sa che le imprese commerciali dell’Aquila devono sottostare al ricatto di fitti da capogiro per poter lavorare? Quando si sottoscrive un contratto di fitto, poi il prezzo rimane quello per 6 + 6 anni: questo regime di affitti fra soli 2 anni farà dell’Aquila la città campione di fallimenti, ci ha pensato? Così i benefici della zona franca li intascheranno non le aziende ma la proprietà edilizia (toh, com’era prima!!!!), così saremo da capo con l’economia stagnante ecc. ecc.

Mi sia concessa una citazione autorevole (con buona pace della normativa sul copyright: pubblicato da linus ottobre 2005)

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La nostra generazione (+/- 50) , quella che è al centro della attività produttiva, quella che ha perso casa e lavoro, o solo casa, o solo lavoro, quella che ha vissuto il terremoto da adulta: la paura, il peso della responsabilità di genitori e figli, parenti lontani e anziani, quella che "deve" dare una casa alla propria famiglia, che ha la responsabilità di portare i soldi a casa, quella che aveva faticosamente costruito il suo mondo, non può più far niente, niente altro che raccogliere i cocci e andare avanti "nonostante tutto". La nostra "mission" è finita.

Però dobbiamo passare il testimone: siamo noi incaricati di crescere la nuova generazione di adulti, dobbiamo fargli digerire il terremoto, la vita senza certezze, le case di emergenza (le tende), le roulottes, il continuo spostarsi sa una città all’altra, da un paese all’altro, le scuole provvisorie/definitive.

Adesso il nostro compito è preparare il terreno alla loro nuova vita: eliminiamo, per favore, gli sciacalli. Buttiamo giù i fantocci abbarbicati al piccolo potere di una carica pubblica, eliminiamo i favoritismi, ripuliamo la città.

Cambiamo le facce, cerchiamo delle teste pensanti: nei luoghi della gestione della vita cittadina mettiamo delle persone che abbiano capacità e voglia di sacrificarsi per il BENE COMUNE. Basta con chi ha finora lavorato per costruire una cappa che immobilizza la nostra città. Analizziamo i compiti svolti e giudichiamo e togliamo di mezzo gli intoccabili, se serve.

La città ha bisogno di cambiamenti rapidi: nelle associazioni di categoria, nei sindacati, nelle stanze del potere, oggi, si vede subito chi sta lavorando per difendere la città, per ricostruire, e chi solo per sè stesso, per "sciacallare".

Cerchiamo di ricostruire, come dice il Sindaco, una città migliore.

Caro Sindaco, attento: come spesso nei western lo sceriffo bravo ma scomodo che accetta l’incarico di "cacciare" i mandriani avvisa: si lo farò, ci riuscirò, ma non vi piacerà.

Ci saranno molti a cui non piacerà perdere la sedia, e farà di tutto per manovrare contro,  come sempre con mezzi leciti e illeciti.

Sono loro i nostri nemici: non gli sciacalli, ma quelli che li proteggono, quelli che alimentano, quelli che mangiano al loro fianco.

L’uomo si dice è cattivo: ho visto e toccato con mano che non è vero, la solidarietà italiana si è mossa, ha tirato fuori i soldi e non solo. ma anche tanti soldi.

Cattivo è chi gestisce il potere male, per sè e non per il bene comune.

I nomi li sappiamo, le facce le conosciamo, li possiamo togliere di mezzo.

Abbiamo visto molto. Sono 6 mesi che guardiamo: la rabbia che portiamo per non aver potuto neanche elaborare in pace il nostro lutto deve diventare la nostra forza.

un giornalista inglese: una lezione di oggettività

6 Luglio 2009

 l’ho letto con piacere : è giornalismo.

http://italiadallestero.info/archives/6534

Vertice del G8: caserme per Barack Obama, con un campo da basket buttato in mezzo

[The Guardian]

“Scusi, ma cosa sta facendo?”
Gli italiani si esprimono in modo così delicato. Anche questo, che imbracciava un fucile semiautomatico ed aveva una pistola assicurata alla coscia, in stile Rambo.

È una prova che il Guardian è riuscito ad entrare in quello che, fino a venerdì prossimo, quando finirà l’ultimo summit G8 dei leader mondiali, sarà il luogo più delicato ed intensamente controllato del mondo: il campo da basket di Barack Obama.
È stato creato, fuori dalla residenza temporanea del presidente (”Edificio P1″), come segno di gentilezza dal suo ospite, Silvio Berlusconi. E di nuovo si potrebbe pensare che il Presidente del Consiglio italiano fosse in debito con lui di una o due di queste gentilezze.

Dopo aver descritto il presidente degli USA come “abbronzato”, ha deciso che Obama e gli altri, che non vedevano l’ora di riunirsi sulle miti acque della Sardegna, dovranno incontrarsi nelle caserme in una zona terremotata.

Oggi c’è stata un’altra scossa di assestamento del disastro che, in aprile, ha causato quasi 300 morti. Il sisma, di magnitudo 3.6, ha fatto fuggire in strada gli impiegati del palazzo della regione e di altri edifici recentemente riaperti a L’Aquila.

I potenti della terra arriveranno in un aeroclub trasformato frettolosamente in aeroporto. Fonti ufficiali dicono che il nuovo Aeroporto dei Parchi, la cui torre di controllo è fatta di prefabbricati, può gestire aerei da 40 passeggeri al massimo.
Tuttavia è situato in una striminzita pianura in una valle circondata da montagne ed i primi aerei che atterreranno giovedì dovranno fare manovre mozzafiato per allinearsi con la pista. Una volta che i presidenti e primi ministri avranno superato questa piccola avventura, saranno condotti alle caserme attraverso un’area ancora visibilmente distrutta dal terremoto.

La strada passa attraverso il paese di Coppito, molti dei cui abitanti vivono in una tendopoli a lato della strada principale. Una delle prime cose che gli illustri ospiti potrebbero vedere è una casa che ha perso un’intera parete, rivelando così l’interno.
Anche se qualche attività è ripresa, i dintorni di L’Aquila sembrano una zona di guerra: camion di aiuti umanitari, elicotteri che fanno fracasso in cielo, edifici che sembrano bombardati, e bancarelle di negozianti che ancora non possono rientrare nei loro locali.

Le caserme, a 5 km dal centro di L’Aquila, devono essere stata una scelta imbarazzante per il brillante leader italiano. Ospitano una scuola di addestramento della Guardia di Finanza (motto: “Nec recisa recedit”-”Neanche spezzata retrocede”).
Questo è un ramo delle forze armate che dipende dal Ministero dell’Economia ed i cui compiti comprendono il controllo dell’evasione fiscale, un reato per cui Berlusconi, che nega l’addebito, è attualmente sotto processo. Non per la prima volta.

Sotto l’irregolare piazza d’armi si estende una rete di bunker. Si dice comprenda alcuni caveau della Banca d’Italia per custodire parte delle riserve nazionali.
L’area ha un altro collegamento con la crisi finanziaria globale che sarà l’argomento principale del G8: La Repubblica ha riferito ieri che, nel 2004, era stata venduta dall’ultimo governo Berlusconi ad un consorzio comprendente anche la defunta Lehman Brothers e la nazionalizzata Royal Bank of Scotland.

Visitando il luogo giovedì scorso, Berlusconi ha detto che sarebbe stato “tutto pronto con giorni d’anticipo”. Dato che i suoi funzionari non erano disponibili per una visita, The Guardian ha deciso di fare da sé.

Oltre una fila di guardrail c’era una zona che sembrava potesse essere pronta semmai per le 23.59 della sera prima dell’inaugurazione di mercoledì. C’erano operai che sollevavano muri in cartongesso, stendevano zolle di prato davanti agli alloggi dei delegati e spostavano mucchi di spazzatura dietro la sala congressi principale, che era un ammasso di teloni di plastica e cavi pendenti. E anche il campo da basket di Obama, a fianco di un edificio insignificante che serviva da foresteria, non è esattamente pronto per una partita.

La visita è stata interrotta da un militare della guardia di finanza e da un corpulento sergente con la barba che ci ha fatto cancellare le foto prima di allontanarci. La foto sotto? E’ un segreto del mestiere. Nec recisa recedit. Come diciamo al Guardian.

[Articolo originale "G8 summit: Barracks for Barack Obama, with basketball court thrown in" di John Hooper]

10 giugno 2009: S. Massimo, patrono dell’Aquila.

15 Giugno 2009

 

Sarebbe stato bello festeggiare.
Festeggiare l’inizio della ricostruzione, festeggiare il corpo dei Vigili del Fuoco, festeggiare la nostra città ed i suoi amministratori per la fermezza e la determinazione dimostrata nella tragedia, festeggiare, perché no, la promozione dell’Aquila Rugby.
La totalità, o quasi, delle Ditte che fanno parte della ricostruzione non sono aquilane o abruzzesi. Ci stanno ricostruendo la città: grazie! Ma non è quello che si chiedeva.
I Vigili del Fuoco, che si sono prodigati al limite dell’incredibile, sono sempre più esclusi e ignorati dai “media” (brutta parola per indicare un mestiere nobile, il giornalismo!).
Gli amministratori, nonostante l’accorato e determinato appello fatto nella manifestazione del 3 giugno, si sono immediatamente rimessi la casacca (con qualche doverosa eccezione) perché le elezioni premevano e non si può tradire quel partito che ti ha nominato, collocato e che ti fa mangiare.
La città, il territorio si sta litigando una coperta fin troppo corta: ci sono paesi che premono per entrare nel novero dei comuni terremotati, per prendere quei 100 euro con cui gli amministratori locali possono garantirsi la rielezione; ci sono comuni che propongono la “secessione”, come i topi che previdenti abbandonano la nave che affonda; ci sono amministratori comunali che, pur essendo i loro comuni nel cratere, pensano che il decreto vada bene.
 
Le aziende, gli artigiani, i commercianti, i professionisti, tutta l’economia della città dell’Aquila (non della provincia o della regione) è ferma, senza alcuna certezza nel futuro, senza sapere dove, come e quando potrà ripartire.
Si parla di zona franca, ma il decreto, con i fondi previsti in decreto, di fatto prevede la zona franca di una o due aziende, non della città dell’Aquila o dei paesi del cratere.
Eppure alcuni dicono che il decreto va bene e premiano gli estensori con il voto.
I commercianti di Sulmona riconsegnano le schede elettorali in segno di protesta (?); eppure quel governo che li ha esclusi dal novero dei paesi terremotati e che addirittura, con una manovra meschina, il sabato che precede le elezioni vara un decreto che li esclude dalle agevolazioni fiscali, come altri comuni della Provincia, ma lo pubblicizza solo dopo le elezioni (dicono per non turbare il voto), viene premiato dal risultato delle urne.
E allora: Va bene così!
Tanto ci meritiamo: stiamo dando la dimostrazione di quanto il partitismo sia più forte della voglia di rinascita, oscurando e sbiadendo quello che dovrebbe essere l’unico obiettivo politico (da polìs): l’esistenza della comunità dell’Aquila, della Sua storia, della Sua cultura, della Sua economia, delle Sue scuole ed università.
 
Ora il disegno è chiaro: il Premier, il Governatore e quant’altri stanno facendo solo una corsa ad ostacoli. Sono riusciti a saltare anche la data delle elezioni, seguitando a fare promesse a vanvera e nascondendo agli occhi di tutti la realtà dei fatti: sia Berlusconi che Chiodi sapevano già dal giorno prima delle elezioni la fregatura che avrebbero dato ai loro elettori, ma “per non turbare il voto” lo hanno taciuto. Grazie Governatore! In fondo, pur se qualche voto lo ha raggranellato anche all’Aquila alle ultime regionali, ha fatto capire fin da subito che della provincia dell’Aquila non Le importava molto: niente assessori regionali, molte parole e pochi fatti (leggasi euro).
Voi oggi avete da festeggiare: venite a festeggiare a L’Aquila. Così avrete modo di spiegare agli aquilani perché per noi valgono i gratta e vinci e per il resto d’Italia si è ricostruito tutto, perché L’Aquila non può diventare Zona Franca, perché non è prevista la copertura ai Comuni per il mancato incasso di imposte. Venga e porti con sé i Sindaci che hanno detto che il decreto andava bene, i nostri rappresentanti in Regione che non hanno mai speso una parola per L’Aquila.
 
Però porti con sé anche i rappresentanti dei partiti di opposizione che hanno accettato una serie di compromessi con la maggioranza, accettando di basare la campagna elettorale su Noemi e non sui 75.000 sfollati senza futuro.
 
Ma venga subito. Perché il G8 è stramaledettamente vicino: è l’ultimo ostacolo, poi finalmente dell’Aquila non parlerà più nessuno e Voi avrete carta bianca per cancellare definitivamente le velleità di una città che un tempo era Capoluogo di Regione.
 
Caro Sindaco, Presidente della Provincia Pezzopane, onorevole Lolli, Vice Presidente De Matteis: proviamo a lavorare su un obiettivo comune, unico e determinato.
Altrimenti chiediamo la Provincia Autonoma per L’Aquila: Sulmona vuole andar via? Che vada. La Regione ci vede come zavorra? Benissimo si prendano anche il capoluogo.  
 
L’Aquila non è morta, è solo ferita ma avrà tutta la forza e le capacità di rinascere, ricostruirsi, ripartire e tornare ad essere quella città che tutti conosciamo, che tutti abbiamo criticato ma che tutti amiamo, che ha primeggiato nell’università, nella cultura, nello sport, che ha tesori urbanistici, architettonici ed artistici a cui abbiamo occasionalmente buttato l’occhio ma che tutti coloro che sono venuti all’Aquila in questi giorni non smettevano di elogiare.
 
 
Luigi Fabiani

Il 6 aprile, ma soprattutto, il post sisma secondo Errico Centofanti

6 Maggio 2009

 

Lunedì 6 Aprile 2009 alle 3.32, un terremoto di inaudita violenza ha devastato la città dell’Aquila e decine di borghi della fascia pedemontana meridionale del Gran Sasso d’Italia, ha ucciso 300 persone, ne ha ferito 1.500 e per oltre 65.000 ha reso necessario il ricorso a alloggi di fortuna. Il Terremoto dell’Aquila, che fin dal 13 Dicembre è stato preceduto da centinaia di scosse minori, ha causato la più vasta e radicale distruzione di un’importante città antica dopo quella del Terremoto di Lisbona risalente al 1755.
Sono questi i termini in cui la notizia avrebbe dovuto fare correttamente il giro del mondo, affinché la tragedia verificatasi potesse trovare un’appropriata rappresentazione nonché il presupposto per un suo adeguato risarcimento materiale. Le cose, invece, sono andate diversamente e il terrificante colpo inferto il 6 Aprile da Madre Terra è diventato quasi niente rispetto alle catastrofi successivamente provocate da inettitudine, incompetenza, cinismo e cupidigia di pubblici reggitori, mass-media e registi del più spregiudicato affarismo.
La prima catastrofe, sotto l’apparenza di una stupida sottigliezza, scaturisce da un dirompente sovvertimento della realtà. “Terremoto dell’Abruzzo” si è messo a credere, invece di “Terremoto dell’Aquila”: un flusso di disinformazione miope e irresponsabile che, mirando ai vantaggi ricavabili da una futura gestione clientelare a pioggia dei fondi per la ricostruzione, ha minimizzato la portata degli atroci danni subiti dall’Aquila e ha duramente danneggiato le migliaia di imprenditori e lavoratori di quell’industria turistica che costituisce la spina dorsale dell’intera economia abruzzese.
Vaste distruzioni e tante vittime nelle frazioni e nei comuni intorno all’Aquila: le vite perdute e le sofferenze passate presenti e future sono irreparabili, ma case, stalle, opifici e botteghe si possono rifare. Quella subita dal centro storico dell’Aquila, invece, è un’irreparabile ferita mortale. All’Aquila, quanto non è crollato il 6 Aprile seguita a rovinare a terra per effetto delle forti scosse che ogni giorno ancora vanno susseguendosi, quel che non è ridotto in macerie appare lesionato e squarciato senza speranza di risanamento, tutte le attività istituzionali, economiche, culturali e di semplice vita quotidiana sono estinte. Nessuno può più abitare e lavorare lì, dove ogni muro che sta in piedi minaccia di afflosciarsi da un momento all’altro, dove regna il funebre silenzio dell’immobilità, dove stagna il fetore asfissiante emanato dalle derrate marcescenti sepolte sotto quelli che furono ristoranti, bar, pubs, pizzerie, trattorie, pasticcerie, panetterie, macellerie, pescherie, drogherie, vinerie, salsamenterie, caffetterie e case.
Trecento ettari di città antica, uno dei più pregiati e più vivacemente vissuti centri storici d’Europa, fatto di straordinari pezzi unici (come le mura urbiche fortificate, le chiese, i palazzi, le torri e le fontane) nonché di un lussureggiante campionario di architetture minori medioevali, rinascimentali, barocche e neoclassiche, tutto questo è adesso un immenso cimitero, disabitato, muto, polveroso, reso inaccessibile dalla vigilanza che l’Esercito prudentemente assicura 24 ore su 24 presso ogni via d’accesso.
Non c’è un solo precedente nella storia d’Italia della necessità di sigillare un’intera città. Non era accaduto a Messina nel 1908, tanto meno dopo i più recenti disastri del Friuli, dell’Irpinia, delle Marche e dell’Umbria. Invece, all’Aquila accade dal 6 Aprile.
Ho parlato con molti ufficiali dell’impareggiabile corpo dei Vigili del Fuoco provenienti da diverse parti d’Italia: tutti, dicono di non essersi mai trovati in mezzo a una catastrofe altrettanto raccapricciante, né in Friuli, né in Umbria, né altrove.
Col chiamarlo “dell’Abruzzo”, non solo si è predisposto il terreno per le prossime manovre clientelari ma si è voluto minimizzare l’entità del “Terremoto dell’Aquila” e edulcorarne la gravità: un sisma distribuito su un’area vasta suscita minori apprensioni e facilita lo Stato nel far beneficenza piuttosto che giustizia. Ma, non bastava. Le informazioni sulle rilevazioni dei sismografi sono state fin da subito manipolate per accreditare una magnitudo inferiore a quella effettiva. Nel sito internet del Geological Survey del governo degli Stati Uniti, chiunque può leggere che il terremoto del 6 Aprile è stimato in gradi 6.3 della Scala Richter e che la fonte dell’informazione è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Quest’ultimo, invece, nel suo sito indica la magnitudo in 5.8.
Nasce così la cinica opera architettata contro gli aquilani e contro gli altri abruzzesi, perché un sisma di grado inferiore al 6 viene considerato al di sotto dei livelli di notevole gravità e dunque aiuterebbe l’erario a sottrarsi al dovere di finanziare integralmente la ricostruzione degli edifici pubblici come di quelli privati, il che è invece puntualmente avvenuto per il Friuli e per l’Umbria.
Per rafforzare questa cinica azione, è stata colta come cacio sui maccheroni l’opportunità di far passare per lazzaroni tutti gli aquilani, bollandoli come edificatori di una “città di carta”. Ottimi pretesti sono stati quelli offerti dai crolli della Casa dello Studente e dell’Ospedale San Salvatore, edifici nei quali s’è effettivamente dispiegata alla grande l’arte criminale di imprenditori, tecnici e collaudatori. Tuttavia, pur in presenza di numerosi altri casi di non dissimile sostanza delinquenziale, la generalizzazione è inammissibile, quanto lo è il sostenere che tutti i siciliani sono mafiosi. In realtà, non c’è niente di disonesto nella gran parte delle migliaia di edifici costruiti all’Aquila nell’arco di quasi otto secoli. In realtà, è il terremoto del 6 Aprile che ha agito con inaudita violenza, sebbene questa verità venga nascosta e negata affinché tutti i Ponzio Pilato di turno possano allegramente lavarsi le mani nell’abbandonare L’Aquila e gli aquilani al loro destino di morte.
Casi-simbolo dell’effettivo stato delle cose avrebbero dovuto essere quelli che invece sono stati accuratamente oscurati: il Forte Spagnolo e l’Hotel Duca degli Abruzzi. La fortezza era una macchina architettonica di rara perfezione, massiccia come una montagna, che per mezzo millennio aveva resistito indenne a qualsiasi aggressione, umana e naturale, ivi compreso il terremoto dal quale la città era stata distrutta nel 1703. L’albergo era stato costruito al di sopra d’ogni sospetto di ladrocinio: fatto negli anni Settanta non su commissione di terzi ma quale duraturo investimento in proprio da parte di una dinastia di costruttori d’inviolata reputazione internazionale. Orribilmente sconquassato il primo, sventrato come un pollastro il secondo. Bisognava documentare e documentarsi, bisognava porsi domande e cercare risposte, di fronte a questi casi che solo un’inusitata violenza sismica può spiegare.
Invece, è stato assai più comodo versare e indurre lacrime rassicuranti facendo folklore dei poveri morti sepolti sotto le macerie e della dignitosa sofferenza dei sopravvissuti. Molto comodo: compiangere i morti, predicare solidarietà, invocare coraggio, auspicare rinascita, promettere di tutto e di più, spandere baci e abbracci e poi procedere serenamente verso il prossimo party all’ambasciata di Chissadove.
Dopo il disastro del 1703, i reggitori del Comune alzarono baracche davanti il municipio distrutto e lì seguitarono a lavorare tra e per i concittadini, respinsero senza se e senza ma la pretesa del governo centrale (che allora abitava a Napoli) di trasferire baracca e burattini in una “new town” e avviarono immediatamente la ricostruzione, chiamando fior di architetti e capimastri da Roma e da Napoli per restaurare il salvabile e fare ex novo, senza stravolgere la struttura urbana antica, tutto ciò che non riusciva a stare in piedi.
Oggi, ormai a un mese da quella tragica notte, tutto tace. 35.000 persone sopravvivono nelle tendopoli senza la minima idea di dove approderanno al prossimo profilarsi del gelido inverno aquilano. 30.000 persone coltivano l’illusione di un’eterna vacanza negli alberghi della riviera che stanno per metterle alla porta. Ovunque, il cibo e il vestiario messi a disposizione incessantemente e con estrema larghezza spandono la suggestione di un’affettuosa e sempiterna sollecitudine governativa.
Ci sono tanti edifici scolastici perfettamente agibili, ma bambini e ragazzi vengono obbligati all’alienante solitudine offerta da tendopoli e alberghi. Giganteschi complessi del tutto sicuri, come la Scuola della Guardia di Finanza, la Scuola Reiss Romoli, la Caserma Rossi, la Caserma Pasquali, etc., potrebbero accogliere le strutture universitarie e ospedaliere che sono l’unica certezza di futuro e che invece vengono smembrate e dirottate verso città da cui mai faranno ritorno.
Il governo partorisce il decreto-legge n. 39 che racconta un’incomprensibile favola di aiuti, provvidenze, benefici, esenzioni e quant’altro, concessi non si sa a chi, finanziati non si sa con cosa, acquisibili non si sa come. Uniche certezze: i quattro soldi messi veramente in campo verranno spremuti dai bilanci dello Stato col contagocce, da qui fino al 2032 e verranno manovrati dalle banche e da fantomatiche spa gravitanti intorno al Ministero del Tesoro. Insomma, i terremotati verranno spinti a indebitarsi per ricostruire le case e, una volta impossibilitati a pagare i mutui, perderanno le proprietà. Nel frattempo, la città sarà diventata una nuova attrazione turistica: gli spot della tv diranno “Visitate la più grande città morta del mondo”.
Hanno costretto i Vigili del Fuoco a uno spettacolare salvataggio di quattro barattoli d’ottone spacciati per “Tesoro della Cattedrale”, ma nessuno ha mosso un dito per tirar fuori dalle macerie le centinaia di migliaia di libri e documenti che nella Biblioteca Provinciale e nell’Archivio di Stato assicuravano la memoria, l’identità e la civica dignità della città che non c’è più.
Fosse stato il “Terremoto dell’Aquila”, le tv e gli inviati piovuti da ogni dove nei primi giorni del terremoto avrebbero impressionato il mondo intero e probabilmente avrebbero fatto affluire quegli enormi aiuti necessari per rifare una città come L’Aquila. Nel prossimo futuro, forse un po’ di chiese e palazzi verranno restaurati: solitari, essi si staglieranno come fantasmi tra le rovine di una città che non c’è più.

Errico Centofanti

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Errico Centofanti, giornalista e scrittore, è stato uno dei fondatori del Teatro Stabile dell’Aquila, che poi ha diretto per vent’anni. Autore di numerosi libri di ambientazione storico-letteraria, è stato direttore artistico dei festivals “Urbino Rinascimenti”, “Castel dei Mondi” di Andria e “Le Stelle della Grangia” dell’Abbazia di Fossanova nonché del settore spettacolo per il Settembre Dantesco di Ravenna. Negli anni Settanta è stato consigliere e assessore al Comune dell’Aquila per il Pci

 

http://www.facebook.com/notes.php?id=43063206849#/note.php?note_id=78362678310

Pensieri

20 Aprile 2009

 

Oggi è il 18 Aprile 2009 e sono passati solo 12 giorni dal terribile terremoto che ha raso al suolo (o quasi) L’Aquila e alcuni paesi dell’aquilano.

Già si parla molto di ricostruzione, di ripartenza, di rinascita della città, io per prima ne parlo e sono felice che sia presente così tanto fervore…vorrei però fermarmi un momento per proporre una breve riflessione (personale).

Trovo che sarebbe utile e bello se, per una volta, ci comportassimo tutti da “non-italiani”!

Cosa significa? Significa affrontare un problema alla volta seguendo un ordine logico e coerente.

A mio avviso la prima cosa da fare, prima di ricostruire il centro storico, prima di ricostruire i musei, prima di riabitare le nostre case (le poche rimaste in piedi) è di capire Chi? Come? Quando? Cosa? E perché?

Chi ha costruito strutture, vecchie o nuove che siano, assolutamente inadeguate e non conformi ai parametri stabiliti dalle leggi? Come ha potuto farlo? Con l’aiuto di chi? Fare in modo che i responsabili di quest’ecatombe paghino veramente, fare in modo che si conoscano nomi e cognomi, che queste persone affrontino un processo e che vengano condannate per il loro reati, ma soprattutto che scontino le loro condanne.

Tutto questo non per un impellente bisogno di giustizialismo alla Beppe Grillo, che personalmente non amo, ma perché è eticamente giusto fare così.

Perché non ci potrà essere ricostruzione vera senza aver messo un punto a quest’orrore. Orrore, ripeto, che poteva essere evitato e quindi HA DEI COLPEVOLI. Non è mio interesse fare illazioni, non devo essere io ad indagare, non devo essere io a condannare…non sono questi i miei mestieri… ma sarà bene che, chi verrà chiamato a svolgere questi compiti, li porterà avanti nella più totale trasparenza, velocità e coerenza con la legge.

La storia dell’Aquila è molto bella, avvincente…ma non si può chiedere a uno studente o a un giovane aquilano di restare e ricostruire (quindi fare molti scarifici) se non gli viene dato in cambio, come assicurazione sulla vita, un senso civile e di giustizia integerrimo, se non gli viene dimostrato che i giovani sono veramente il futuro di una società, che vanno tutelati e non trattati come carne da macello.

Non gli si può chiedere di restare per “il glorioso passato” o “glorioso futuro”, si può chiedere loro di restare perché si vuole costruire qualcosa di nuovo, perché si vuole formare una futura classe dirigente, rinnovata, pulita…architetti e ingegneri onesti, appaltatori non corrotti, politici non consenzienti…per questo si può chiedere loro di restare.

Questi valori etici, di rispetto delle regole (di poca italianità se vogliamo) devono essere le vere fondamenta della nostra futura città. Per esserlo è necessario che vengano fuori tutti gli errori e tutti i colpevoli…e non solo per calmare il pianto di una madre che ha perso il figlio o la figlia ventenne (che è inconsolabile, peraltro) ma perché sennò tra venti, trenta, duecento anni tutto questo si ripeterà. L’Aquila ricrollerà.

La mia opinione è che da questo momento in poi dovremmo imparare a vivere come se dovessimo morire domani ma pensare, costruire e gestire la “cosa pubblica” come se non dovessimo morire mai.

Questo è il mio pensiero e il mio augurio per una vera ripartenza della mia città.

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.

17 Aprile 2009

http://www.a.marsala.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4952&Itemid=189

 

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.
So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede.
Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.
Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera.
Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo

Grazie. Abbiamo bisogno di  articoli come questo.

Noi siamo perfettamente d’accordo: le ultime notizie parlano del 33% di soldi per la ricostruzione: il resto mutui agevolati.

ANCORA?!?!?!?! ancora le banche a succhiare il nostro sangue?? ancora? siamo sopravvissuti ad una catastrofe, solo per sentirci dire sempre le stesse cose? abbiamo visto la morte per vedere le banche ingrassare sulle nostre disgrazie?

E i nostri soldi, gli euro donati da tanti in Italia, dove sono? quanti sono? chi li sta usando e come?

I nostri forni sono pronti a produrre, ma la protezione civile si fornisce "altrove": perchè??? doppio spreco, con i nostri soldi diamo a mangiare agli oltre 10.000 soccorritori, oltre che agli sfollati, ma il pane non lo compriamo a L’Aquila, lo compriamo a Milano (mica viene gratis da Milano …… Bertolaso ha i suoi fornitori, regolarmente selezionati con gare d’appalto europee, crediamo). E noi, non meritiamo neanche di essere fra i fornitori di noi stessi. Sarebbe troppo facile far girare sul territorio ferito dell’Aquila i soldi che si stanno spendendo: una forma intelligente di spesa pubblica con il doppio effetto del risparmio e della ripartenza economica … troppo difficile da pensare?

Fa bene il signor Giacomo a scrivere quello che scrive: forza, vogliamo testimonianze dalla Val Nerina, chi era allora la Protezione Civile, quanti soldi sono stati raccolti, come sono stati spesi (o investiti)? Quanto ci costa ogni anno la Protezione Civile, come e chi decide quanto spendere nelle zone colpite?

Noi dall’Aquila, come tutti,dopo il terremoto dobbiamo fronteggiare la ricostruzione. I nostri politici sono senza poteri, sono senza voce: noi siamo senza voce, le decisioni si prendono altrove.

Allora: ricostruiamo anche un modo diverso di essere cittadini: bilanci aggiornati quotidianamente, quanto è stato raccolto, quanto è stato speso e come, per chi e perchè.

Il territorio non può essere lasciato in balia degli sciacalli.

La sensazione più forte di un "sopravvissuto" è una sensazione di catarsi: di purificazione.

Siamo uomini, piccoli nell’immensità dell’universo, impauriti dalle forze della natura. Adesso, consci di noi, abbiamo la possibilità e il dovere di essere UOMINI, anche di fronte alla incoltura del potere, del denaro, del consumo. UOMINI di fronte all’avidità dei pochi che affamano i poveri della terra, terremotati e non.

Abbiamo ricordato improvvisamente che ci vogliamo bene. Nelle famiglie annoiate dal tempo, fra vicini che neanche si salutavano più. Fra colleghi che si sopportavano per stanchezza.

E questo ci dà una forza enorme. E anche l’aver perso tutto ci dà una forza enorme: sappiamo che i beni perduti non erano poi così importanti. E quindi oggi possiamo difenderci dai Berlusconi, dal malgoverno, dai soldi delle emergenze usati per i "Grandi Eventi" (e con quale diritto? chi l’ha deciso? destra e sinistra insieme? e allora….. cazzata bipartisan, frode, truffa, vergogna).

Oggi possiamo dire senza paura, da sotto una tenda che sarà la nostra casa per molti giorni: basta, della nostra vita decidiamo noi.

E con criteri di umanità, di intelligenza, di misura, di giustizia.

Ascoltiamo e difendiamo chi ci difende. Chiediamo giustizia e pretendiamo che che ha sbagliato paghi per gli errori commessi. Pretendiamo bilanci trasparenti dell’emergenza. Pretendiamo bilanci partecipati.

Grazie Marsala.it

L’Aquila e l’inutile festa di Sant’Agnese

26 Gennaio 2009

 Alcune cose piccole piccole, per carità; però ronzano nella mia testa da qualche giorno. La prima. A costo di suscitare indispettite reazioni da parte di cittadini che molto hanno fatto per L’Aquila Capoluogo e che adesso si sbracciano sui giornali locali per rivendicare il diritto di essere rappresentati nel governo regionale, ho proprio necessità di dire la banalità N°1: in fondo, le posizioni di prestigio bisogna meritarsele. Così come la rappresentanza politica, con annessi oneri (pochissimi, mi pare) e onori (smisurati, in relazione alle capacità di governo politico dei “nostri uomini”). Mi riferisco alle argomentazioni vecchie, superate dai fatti, trite e ritrite sulla necessità istituzionale dell’Aquila di sedere in Consiglio o in Giunta o dovunque sia rappresentata la Regione Abruzzo. A parte che in questo periodo e dopo le note vicende, sarebbe meglio starsene un po’ defilati, a vedere che piega prendono le cose, non serve farsi prendere da crisi isteriche se Chiodi ci umilia. Non l’ho votato, non sono di destra, ma mi pongo il problema di uno che subentra dopo un disastro, premiato dal centro-sinistra che punisce i suoi politici non andando a votare, e che ha bisogno, almeno sulla carta, di gente di altro stampo. Perché non dovrebbe “umiliarci”? Banalità N°2: guardiamoci intorno, anche solo un momento e con sguardo superficiale (che mi si confà):

 
-         Questione “metropolitana”: ne vogliamo parlare, o possiamo stendere un velo pietoso?
-         Questione “polo elettronico”: ingestibile sia a livello cittadino, che provinciale che nazionale. La crisi, si dirà. Certamente la crisi economica, i tracolli finanziari…ma anche a Pescara ci sarà, sta crisi, e nel resto della Regione; eppure mi pare che il quadro produttivo primario, secondario e terziario sia differente da quello aquilano e che ci sia persino un piano…
-         Questione “produttività del territorio” a livello di servizi, di creatività, di competenze, di professionalità, di crescita, di credibilità: siamo costantemente surclassati da quelli che vengono chiamati da fuori. Perché i nostri politici, quelli che vogliono sedere sugli scranni regionali, pensano ( e lo dimostrano con ogni stramaledetta azione) che la crescita di un’area passi esclusivamente per la realizzazione di cariche politiche e non invece per la fortificazione delle competenze e delle professionalità che da quel territorio vengono dal basso e che pure esistono in misura consistente;
-         Questione “qualità della vita” su trasporti urbani, relazioni con le strutture sovraregionali, lavori pubblici, scuole, sanità, imprese: approssimazione, incompetenza, superficialità (quando va bene); rete viaria inesistente, frazioni abbandonate a se stesse dalla azienda della mobilità urbana nei giorni di festa, corse autobus notturne inesistenti, universitari mollati alle grinfie di affittacamere esosi, cantieri edili dappertutto e infiniti, infiniti, infiniti…pronto soccorso oberato, in carenza di personale, raccolta rifiuti differenziata inesistente, imprese alla fame…
-         Questione “centro storico”: inconcludente, isterica, senza alcuna via di soluzione, in mano a bande di micro ricattatori…
 %

un altro Comune qualunque…

10 Novembre 2008

Per lavoro devo occuparmi in questo periodo di salute, ecologia e ambiente. Devo inserire dei testi su un nuovo sito e quindi sono in giro su internet a reperire informazioni utili. Raccolta differenziata. Sì, che bello, pubblichiamo sul sito dell’azienda una mappa delle isole ecologiche in città e nelle zone limitrofe e un memorandum su come si fa a riciclare la spazzatura? Ottimo, facciamolo. Parto alla ricerca, convinta che il sito dell’ASM Spa dell’Aquila già contenga queste informazioni. Mi metto a cercare…cerco…cerco e non trovo nulla. Telefono in ASM e chiedo, un po’ sorpresa, come mai sul sito non esiste la possibilità di conoscere la posizione delle isole ecologiche. Il mio interlocutore, dall’altra parte del filo, ride. Io un po’ meno. Mi dà un altro numero di rfierimento, che chiamo subito. Ce la possiamo fare, forse. Il signore con il quale sto parlando adesso vuole sapere cosa ci devo fare, con una lista simile. Ho deciso che non voglio dirglielo. Mi pare che l’informazione di questo genere debba essere pubblica e quindi se la richiedo non sono tenuta a dare spiegazioni. Mi pare. vabbè, lunedì prossimo, con un po’ di riluttanza, mi daranno questa lista. Bene. Aspetterò. Nel frattempo me ne vado a zonzo per internet a vedere cosa fanno gli altri. Digito su google "raccolta differenziata. come si fa" ed esce una bella lunga e nutrita lista di siti di comuni del Centro e del Nord Italia che spiegano, ognuno con dovizia di particolari, con foto e con numeri verdi ai quali se chiami (ho provato!) rispondono (!): 1. dove si trovano le isole ecologiche; 2. come sono fatti i vari contenitori per il riciclo (con foto e spiegazione); come si fa a differenziare la spazzatura (anche quella che non sai dove buttare, la carta del burro, per esempio, da un lato "metallizzata" e dall’altro carta normale); quali sono i comportamenti errati e quali quelli giusti (per esempio andare a comprare pile nuove portando con sè quelle vecchie per buttarle nei contenitori speciali che esistono nei negozi che vendono pile); e poi ho trovato decaloghi, indicazioni, cifre, prospettive…insomma un lavoro semplice, chiaro, persino banale e immagino veloce da pubblicare su internet. Adesso mi chiedo, perchè?

Perchè in qualunque settore si vada a ravanare neanche tanto in profondità, la nostra città resta  indietro? Perchè i tizi che hanno in gestione il sito dell’ASM non hanno pensato che forse queste sono informazioni di base semplici, utili e necessarie da pubblicare? Perchè è così laborioso avere la lista delle isole ecologiche? Perchè il sito della mia azienda, che io voglio rendere utile a più persone possibile, deve sostituirsi a quello dell’ASM (che si occupa solo di questo)? Volevo inserire la lista delle isole ecologiche e il decalogo del "bravo differenziatore" e poi indicare con un link il sito dell’ASM Spa dell’Aquila. Niente da fare. Mi toccherà pubblicare la lista delle isole ecologiche, andando a spuntarle sul terreno con una matita, rubare da qualche parte il "come si fa" e poi dare il link del Comune di Firenze. o di Olbia. o di Canicattì, o di Aosta o di un altro Comune qualunque. Non L’Aquila, comunque.

L’innovazione delle imprese all’Aquila

31 Luglio 2008

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Il Centro di oggi riporta diversi spunti interessanti sul territorio e le idee che circolano - soprattutto in vista delle prossime elezioni regionali dove la corsa alle poltrone è in atto già dal secondo giorno dallo scoppio dello scandalo sanità in Abruzzo.

Ma noi ci vogliamo occupare di futuro e sviluppo (e penso sempre ai miei 2 figli quando scrivo su questo blog) e questo articolo offre lo spunto per fare delle riflessioni su:

  • Chi ci sta proponendo il futuro
  • Come ce lo sta proponendo

Le istituzioni dovrebbero riflettere sulle proprie capacità di esprimere una progettualità futuristica e futuribile. Faccio questa riflessione sulla base delle poche occasioni di interazione con le istituzioni che sfiorano la follia e sono una manifestazione della distanza di questi organismi dalla quotidianità e soprattutto dal bisogno di futuro che esprime l’Aquila.

Proporre le reti come futuro ed innovazione è vecchio.

Organizzare un seminario per:

"promuovere la creazione di reti che connettano il sistema della ricerca … con il tessuto imprenditoriale e il mondo bancario"

è come parlare delle funzionalità di una Ferrari a chi va in giro con la bicicletta.

Non credi a quello che dico ? Allora:

  1. Vai su Google
  2. Fai una ricerca per "alberghi l’aquila"
  3. Sfoglia tutti i risultati delle strutture alberghiere e vedi quante offrono la possibilità di effettuare prenotazioni online ed in tempo reale con carta di credito a garanzia della prenotazione - nessun albergo offre questo servizio.

Forse volare troppo in alto si perde di vista il territorio …