un giornalista inglese: una lezione di oggettività

6 July 2009

 l’ho letto con piacere : è giornalismo.

http://italiadallestero.info/archives/6534

Vertice del G8: caserme per Barack Obama, con un campo da basket buttato in mezzo

[The Guardian]

“Scusi, ma cosa sta facendo?”
Gli italiani si esprimono in modo così delicato. Anche questo, che imbracciava un fucile semiautomatico ed aveva una pistola assicurata alla coscia, in stile Rambo.

È una prova che il Guardian è riuscito ad entrare in quello che, fino a venerdì prossimo, quando finirà l’ultimo summit G8 dei leader mondiali, sarà il luogo più delicato ed intensamente controllato del mondo: il campo da basket di Barack Obama.
È stato creato, fuori dalla residenza temporanea del presidente (”Edificio P1″), come segno di gentilezza dal suo ospite, Silvio Berlusconi. E di nuovo si potrebbe pensare che il Presidente del Consiglio italiano fosse in debito con lui di una o due di queste gentilezze.

Dopo aver descritto il presidente degli USA come “abbronzato”, ha deciso che Obama e gli altri, che non vedevano l’ora di riunirsi sulle miti acque della Sardegna, dovranno incontrarsi nelle caserme in una zona terremotata.

Oggi c’è stata un’altra scossa di assestamento del disastro che, in aprile, ha causato quasi 300 morti. Il sisma, di magnitudo 3.6, ha fatto fuggire in strada gli impiegati del palazzo della regione e di altri edifici recentemente riaperti a L’Aquila.

I potenti della terra arriveranno in un aeroclub trasformato frettolosamente in aeroporto. Fonti ufficiali dicono che il nuovo Aeroporto dei Parchi, la cui torre di controllo è fatta di prefabbricati, può gestire aerei da 40 passeggeri al massimo.
Tuttavia è situato in una striminzita pianura in una valle circondata da montagne ed i primi aerei che atterreranno giovedì dovranno fare manovre mozzafiato per allinearsi con la pista. Una volta che i presidenti e primi ministri avranno superato questa piccola avventura, saranno condotti alle caserme attraverso un’area ancora visibilmente distrutta dal terremoto.

La strada passa attraverso il paese di Coppito, molti dei cui abitanti vivono in una tendopoli a lato della strada principale. Una delle prime cose che gli illustri ospiti potrebbero vedere è una casa che ha perso un’intera parete, rivelando così l’interno.
Anche se qualche attività è ripresa, i dintorni di L’Aquila sembrano una zona di guerra: camion di aiuti umanitari, elicotteri che fanno fracasso in cielo, edifici che sembrano bombardati, e bancarelle di negozianti che ancora non possono rientrare nei loro locali.

Le caserme, a 5 km dal centro di L’Aquila, devono essere stata una scelta imbarazzante per il brillante leader italiano. Ospitano una scuola di addestramento della Guardia di Finanza (motto: “Nec recisa recedit”-”Neanche spezzata retrocede”).
Questo è un ramo delle forze armate che dipende dal Ministero dell’Economia ed i cui compiti comprendono il controllo dell’evasione fiscale, un reato per cui Berlusconi, che nega l’addebito, è attualmente sotto processo. Non per la prima volta.

Sotto l’irregolare piazza d’armi si estende una rete di bunker. Si dice comprenda alcuni caveau della Banca d’Italia per custodire parte delle riserve nazionali.
L’area ha un altro collegamento con la crisi finanziaria globale che sarà l’argomento principale del G8: La Repubblica ha riferito ieri che, nel 2004, era stata venduta dall’ultimo governo Berlusconi ad un consorzio comprendente anche la defunta Lehman Brothers e la nazionalizzata Royal Bank of Scotland.

Visitando il luogo giovedì scorso, Berlusconi ha detto che sarebbe stato “tutto pronto con giorni d’anticipo”. Dato che i suoi funzionari non erano disponibili per una visita, The Guardian ha deciso di fare da sé.

Oltre una fila di guardrail c’era una zona che sembrava potesse essere pronta semmai per le 23.59 della sera prima dell’inaugurazione di mercoledì. C’erano operai che sollevavano muri in cartongesso, stendevano zolle di prato davanti agli alloggi dei delegati e spostavano mucchi di spazzatura dietro la sala congressi principale, che era un ammasso di teloni di plastica e cavi pendenti. E anche il campo da basket di Obama, a fianco di un edificio insignificante che serviva da foresteria, non è esattamente pronto per una partita.

La visita è stata interrotta da un militare della guardia di finanza e da un corpulento sergente con la barba che ci ha fatto cancellare le foto prima di allontanarci. La foto sotto? E’ un segreto del mestiere. Nec recisa recedit. Come diciamo al Guardian.

[Articolo originale "G8 summit: Barracks for Barack Obama, with basketball court thrown in" di John Hooper]

Terremoto dell’Aquila: storie di imbecilli e bugiardi

4 June 2009

di Errico Centofanti

 
«La ricostruzione delle case nel centro storico potrà prendere uno-due anni». Si rimane esterrefatti nel leggere quest’affermazione sul Centro di Giovedì 21 Maggio, pag. 8, nell’ambito di un’intervista sulle prospettive del dopo-terremoto. Non v’è motivo per dubitare della correttezza del collega che ha scritto l’articolo. Perciò, devo ritenere indubitabilmente per vero che quella frase, riportata tra virgolette, sia uscita dalla bocca del Commissario dell’Ente Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga.
         Un’affermazione cosí può provenire solo da un imbecille o da uno che sappia a malapena distinguere L’Aquila-città dall’aquila-uccello. Tuttavia, il guaio è ben peggiore: quell’affermazione costituisce un caso tutt’altro che isolato e, grazie all’imbonimento televisivo, incontra largo seguito nel Paese.
         In realtà dovremmo far nostro l’amaro commento di Voltaire dopo il terremoto di Lisbona del 1755: «Lisbonne est abîmée, et l’on danse à Paris». Perché proprio di questo si tratta: L’Aquila è distrutta e a Roma si balla”. Si balla, nel senso che si fanno tante chiacchiere piú o meno fascinose ma nessuna azione seria viene intrapresa nei confronti del gigantesco problema rappresentato dalla ricostruzione del centro storico dell’Aquila.
         Il problema è gigantesco perché vastissimo e unico nel suo genere è il danno, perché inimmaginabile è l’entità dei miliardi di euro necessari per porvi riparo, perché dilagante è la sottovalutazione del danno e del fabbisogno.
         I piccoli borghi devastati, come Onna o Castelnuovo, esprimono problematiche meno complesse e di ben minori dimensioni e per di piú godono del formidabile beneficio derivante dal conservare intatte, tra le rovine o a due passi da queste, le comunità dei loro sopravvissuti. Si tratta di comunità che mantengono coesione e ferma determinazione, le quali già nel passato sono riuscite a ricostruire in proprio ciò di cui la mano pubblica s’era disinteressata.
         Quella del centro storico dell’Aquila è una faccenda del tutto diversa. Si tratta di decine e decine di ettari su cui sono sorte migliaia di edifici antichi, quasi tutti crollati o irreparabilmente danneggiati. Ma, non è tutto: un centro storico non è solo architettura, è anche vita quotidiana. All’Aquila, per la prima volta da settecento anni in qua, il mercato d’ogni giorno in Piazza Duomo è morto e con esso sono morte le botteghe e i caffè, i teatri sono sfasciati, gli archivi e le biblioteche sono sotto le macerie, le attività pubbliche e private sono emigrate o si sono arroccate in lontani fortilizi militarizzati. I quindicimila residenti vagano dispersi in decine di tendopoli, in sistemazioni precarie nelle aree periferiche e negli alberghi della costa. Essi non sono piú una comunità, non hanno voce in capitolo, non hanno rappresentanti. Il loro è, almeno finora, un destino di diaspora, un destino di lontananza da una città che nel proprio centro storico non li può piú ospitare e non offre piú niente, né a loro né a chiunque. Si può vivere, sradicati dal proprio passato e dalla propria identità civica?
         Che buona parte delle case dell’Aquila siano abitabili è una frottola, basata su una martellante campagna di disinformazione. In realtà, le rassicuranti percentuali sbandierate riguardano solo gli edifici della cintura periferica, cioè delle parti meno danneggiate del territorio comunale. Quando verranno diffuse, se mai verranno diffuse, le notizie riguardanti il centro storico produrranno una musica ben differente. Ma, ormai, a quel punto, nessuno ci farà caso.
         Lunedì 25 Maggio sono cominciate le rilevazioni dei danni nel centro storico, seguendo la medesima logica, probabilmente con la speranza di altre percentuali zuccherose: le ispezioni dei primi giorni riguardano le aree apparentemente meno compromesse, quelle intermedie tra le periferie e il nucleo piú antico della città. Tuttavia, già qui le devastazioni parleranno con toni assai rudi, destinati piú avanti a diventare estremamente brutali. Del resto, le avvisaglie circolano sotto-voce già da parecchi giorni, precisamente da quando sono cominciate le ispezioni relative ai 1.300 edifici vincolati dal Ministero dei Beni Culturali. Il mormorio nei corridoi racconta di ricognizioni cadaveriche, piú che di rilevazioni di danni.
         E, allora? «La ricostruzione delle case nel centro storico potrà prendere uno-due anni». Già, uno-due anni! Intanto, bisogna superare il G8, perché fino a quel momento non si fa niente se non il maquillage finalizzato a esibire agli occhi del mondo la “normalizzazione” realizzata intorno ai Quattro Cantoni. Poi, bisogna rimuovere le macerie e mettere in sicurezza quel che nel frattempo non è ulteriormente crollato. Poi, bisogna pensare e progettare il da farsi: si fa oppure no come si fece dopo il 1703, cioè salvando il salvabile dell’antico e tutto il resto disegnandolo all’insegna della massima e migliore modernità? Poi, bisogna progettare i singoli interventi, scalando le infinite difficoltà derivanti dagli intricati assetti proprietari di ciascun isolato e tentando di salvarsi dalle benne di speculatori d’ogni risma e livello. Poi, bisogna trovare i soldi. Poi bisogna aprire i cantieri. Già, uno-due anni!
         Piú in generale, non sono da meno i guai dell’attualità, cioè dell’emergenza che è ben lontana dall’essere conclusa. L’ineffabile capo del governo, intervistato da Reteoro il 1° Giugno, ha cosí esternato: «Contiamo di consegnare entro la fine di Novembre le case a chi ha perso la propria e di non avere piú nessuno che abita nelle tende. Nelle Marche e nell’Umbria c’è gente che dopo tanti anni sta ancora in tenda».
         Conosco approfonditamente la realtà umbro-marchigiana e posso testimoniare senza la minima esitazione quale mastodontica bufala sia quella propalata dal capo del governo. Del resto, il Presidente dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti, non ha esitato a ribattere senza mezzi termini: «È un’affermazione davvero farneticante. Dire che dopo 12 anni ci sarebbero ancora persone nelle tende è una bugia talmente grossolana che non merita nemmeno di essere smentita». E il Presidente delle Marche, Gian Mario Spacca, ribadendo la falsità dell’affermazione riguardante la persistenza delle tende, ha aggiunto: «Si è consentito subito a quanti lo desideravano di installare un modulo abitativo in prossimità della propria casa, limitando le migrazioni forzose negli alberghi della costa».
         Per chi non lo sapesse o lo abbia dimenticato, è il caso di ricordare che in Umbria e nelle Marche l’emergenza è durata pochissimo e la ricostruzione degli edifici pubblici e di quelli privati ha da un bel po’ raggiunto il livello del 90%, con l’assunzione a carico dello Stato, dell’Unione Europea e delle Regioni del 100% degli oneri per le prime case e dell’80% degli oneri per le seconde case.
         Ma, se le Marche e l’Umbria fanno parte della Repubblica Italiana, noi, adesso, dove siamo stati trapiantati?
 
 
 

 

Tentare di salvarsi con la Lista dell’Unesco

30 May 2009

di Errico Centofanti

 

Il testo che segue era stato scritto per l’edizione Abruzzo del quotidiano Il Messaggero, dove è effettivamente apparso, oggi, pesantemente mutilato nella sua parte centrale. La mutilazione e il titolo utilizzato determinano un effetto alquanto fuorviante rispetto al ragionamento sviluppato, come si può facilmente verificare leggendo la versione integrale qui di seguito trascritta.

 

Ai californiani, le autorità gliel’hanno detto: prima o poi, arriverà “The Big One”, cioè il “Botto Grosso”. Noi, invece lo sapevamo per esperienza: all’Aquila, quando la terra comincia a danzare con ritmo serrato, prima o poi il “Botto Grosso” arriva. Mi si perdoni l’autocitazione, ma di questo mi sono occupato in un libro uscito nel tricentenario del terremoto del 1703. Nel ricostruire fatti e conseguenze di quella catastrofe, evidenziavo che nel 1703, come pure nella anch’essa poderosamente distruttiva circostanza del 1461, il “Botto Grosso” era arrivato dopo settimane di paurose scosse preliminari. Non c’è due senza tre? Puntualmente, anno 2009, ecco il terzo “Botto Grosso”, esploso dopo tre mesi e mezzo di scosse premonitrici.

Ce l’aspettavamo. Tuttavia, proprio nella settimana che aveva preceduto il 6 Aprile, i massimi specialisti nazionali dei “grandi rischi” s’erano congregati all’Aquila e avevano diffuso rassicuranti pronunciamenti ufficiali. C’eravamo fidati noi del centro storico, che abbiamo visto crollarci addosso la casa, s’erano fidati quelli delle periferie e dei borghi circostanti, che hanno perduto tutto o parecchio, s’erano fidati tutti quelli che dalle macerie sono stati estratti tramortiti o morti del tutto.

Adesso, dovremmo fidarci di chi promette di ricostruire tutto e alla grande. A parte il formidabile exploit di uomini e mezzi andato in scena nella prima emergenza, di soldi veri, finora, non se ne vede traccia. E le centinaia di milioni, d’incerta provenienza e nell’arco di un quarto di secolo, servono a ben poco. Ci vogliono decine e decine di miliardi, per rifare il centro storico dell’Aquila e rimettere piú o meno in sesto tutto il resto. Chi parla di entità diverse, dice bugie o non sa di cosa sta parlando.

La realtà è che il terremoto del 6 Aprile ha raso al suolo o atrocemente manomesso trecento ettari di fabbricati, insigni o semplicemente densi del vissuto di generazioni, innalzati tra Medioevo e Liberty: il piú vasto centro storico maciullato sulla superficie della terra dopo il sisma del 1755 che atterrò Lisbona.

Con l’evitare di rappresentare la gravità dell’accaduto agli inviati di giornali e tv di mezzo mondo che s’erano immediatamente precipitati all’Aquila, s’è persa l’occasione di ricavare dalla tragedia sismica le premesse del suo superamento: bisognava fargli vedere e comprendere quanto esteso e terribile fosse il danno, unico nel suo genere. Ne sarebbe venuta un’eco che avrebbe potuto far germinare un’ondata di inquietudine capace di calamitare una solidarietà non di facciata, non meramente emozionale, tale da stimolare in ambito mondiale gli innumerevoli interventi necessari per ricostituire tutto l’immenso patrimonio compromesso.

Adesso, si rischia che, con i quattro soldi ipotizzati dal governo e qualche generosità sponsorizzativa, vengano aggiustati un quindici/venti dei nostri pezzi d’architettura piú pregiati e che tutto il resto rimanga allo stato di spettrale cornice di rovine. L’Aquila rischia di diventare una Disneyland dell’orrore, che allo Stato costerebbe addirittura meno del sudario di cemento armato disteso con la firma di Alberto Burri sui mozziconi della minuscola Gibellina.

Sarebbe bello per noi e giustamente in linea con i precedenti friulani e umbro-marchigiani che lo Stato si facesse carico di rimettere tutto in piedi. Tuttavia, non possiamo abbandonarci alle illusioni. Penso, dunque, che, oggi come oggi, esista una sola possibile fonte dalla quale sperare di ottenere il mare di denaro indispensabile per rifare L’Aquila e che si profili una sola opportunità per riagganciare l’attenzione internazionale. Le due cose sono inscindibili.

La possibile fonte è quella dei governi e delle imprese dei 7 Paesi che, insieme con il nostro, producono il 60% della ricchezza mondiale. L’opportunità è il G8: il vertice di quei Paesi, che si terrà all’Aquila in Luglio, la cui unica ricaduta utile ci può venire dalla visibilità planetaria garantita dai mass-media.

Ma, non basterà sognare e restare alla finestra. Occorrono iniziative da parte nostra, per cogliere l’opportunità del G8 e indurre i Paesi piú ricchi del mondo a coordinarsi per rifare L’Aquila. Perciò, se non emerge niente di meglio, considero determinante mirare all’inserimento del nostro centro storico nella Lista del Patrimonio Mondiale gestita dall’agenzia culturale dell’Onu, cioè dall’Unesco.

L’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale consente di sensibilizzare la comunità internazionale e di reperire risorse e tecnologie per far fronte con efficacia ai problemi specifici di conservazione e restauro. Ottenere l’iscrizione non è cosa semplice né rapida, ma può diventare l’operazione-simbolo grazie alla quale far fruttare per noi il G8. Inoltre, essendo necessario un ruolo attivo del governo, prima a livello di Ministero Beni Culturali e poi di Esteri e Presidenza del Consiglio, questa iniziativa, se dalla Municipalità venisse proposta, consentirebbe di instradare verso un minimo di concretezza i fantasmagorici annunci governativi.

Quanto a motivazione e fondatezza dell’iscrizione nella Lista non c’è da dubitare: occorre possedere almeno uno dei dieci requisiti previsti e L’Aquila ne vanta piú d’uno, a cominciare da quello di «rappresentare un capolavoro del genio creativo dell’uomo». Il che deriva non tanto dalla ricca e multiforme dotazione monumentale quanto (e sopra tutto) da quel capolavoro, intatto nonostante secoli di terremoti, che è la forma della città, disegnata a tavolino dai padri fondatori e considerata dagli urbanisti un vertice della creatività medioevale europea.