per non dimenticare
30 August 2009"la nostra nuova casa, ancora non ci credo! casa nuova.." è quello che mi rimbalzava in mente da un po’ di tempo, da una settimana. ci siamo trasferiti definitivamente domenica 30 marzo 2009. "casa nuova" era in via roma, precisamente davanti alla chiesa di San Pietro, civico 36. mi sembrava davvero stupenda "casa nuova". in un palazzo antico, un cortiletto molto soleggiato e casa nostra, sul primo pianerottolo, in cima alla piccola rampa di scale di pietra bianca del cortile.
quella domenica era strana, mi sembrava davvero tutto troppo strano, troppo perfetto. ma me ne rendo conto solo ora, a mente fredda. come mi rendo conto solo ora di quanto mi manca la mia vita, che è rimasta lì, tra i palazzi e i sassi, fra le tegole e i vicoletti ripidi, stretti e scivolosi, pessimi con il ghiaccio.
quella sera, alle undici, stavo facendo lo zaino per la scuola nella mia camera.
"allora..metto storia, musica, fran…" e vengo interrotta dal rumore della scala a chiocciola metallica del soppalco che vibra a causa dell’ennesima scossa. un’altra da aggiungere alla "collezione" di scosse che da mesi si affacciavano, bussavano alle porte, correvano in mezzo alle stanze, schizzavano da una parte all’altra del nostro corpo, della nostra mente, pietrificandoci e facendoci raggelare il sangue ogni volta. raggiungo mia madre che è in cucina a sistemare gli ultimi scatoloni della cucina nella credenza. mi tremano le gambe ma evito di farlo notare. lei è terrorizzata dal terremoto e io ogni volta la prendo in giro perchè effettivamente non ho paura. ed è vero. ma quella si era sentita molto forte e il mio corpo si stava ancora abituando a quella sensazione di improvviso scuotimento. torno in camera, accarezzo le mie due gatte per rassicurarle. povere, se ci penso, in questi mesi hanno dovuto sopportare l’arrivo di un cane iperattivo, una casa nuova e ora anche quelle scosse. mi metto il pigiama e mi infilo a letto, le gatte mi raggiungono e si raggrufolano sotto le coperte.
all’una mi ritrovo fuori dal letto senza nemmeno rendermene conto, ancora ad occhi chiusi. un’altra scossa, abbastanza forte da svegliare una dormigliona come me. incontro mamma sulla porta. mi rimette a letto. mi riaddormento in un secondo.
Poi un boato, un urlo, le finestre si spalancano, gli specchi cadono in pezzi ma non si sentono i rumori. era tutto sovrastato da quel rombo. mi sveglio subito e tento di arrivare alla porta fra la mia camera e quella dei miei genitori, ma in quei pochi secondi prima che la luce andasse via, la volta della porta assieme al muro era già crollata. va via la luce. mi ritrovo in mezzo alla stanza, fra i due divanetti accucciata per terra con le mani sulla testa.urlo, chiamo, ma non sento nessuno. il soffitto continua a venirmi in testa e le macerie mi fanno male. poi un calcinaccio più grande si ferma proprio fra i due divani, appoggiato ai braccioli e mi fa da tetto per un piccola parte del corpo. ho polvere in gola e mi fa fatica respirare bene. vedo tutto bianco. poi mio padre (solo dopo scoprirò che ha dormito nel mio letto e mia sorella, anzichè sul soppalco, ha dormito nel letto con mamma), mi recupera da quel cumulo di macerie che mi ricoprivano e tira a se. non smette di tremare. non capisco in che parte della camera sono , ammesso che io sia in camera. non riesco a camminare, mi appoggio a papà che mi tira fuori dalla camera. non vedo le pareti, perchè non ci sono pareti intorno a me. vedo solo una densa nuvola di polvere bianca, la stessa che ho in gola, nei capelli e su tutto il corpo. incontriamo mia madre in corridoio. era venuta a cercarci perchè non ci vedeva arrivare e perchè non si apriva la porta di casa. intravedo a malapena lei e mia sorella davanti alla porta. poi finalmente riusciamo ad aprire la porta e siamo sulle scale. inciampo varie volte, l’edificio è crollato ed è difficile scappare con le strade intasate da calcinacci. in più sono scalza e ogni passo è un dolore, un dolore di cui mi preoccuperò dopo. adesso devo scappare. scappare dalla mia stessa casa, scappare dalla mia stessa città sfuggendo ad un fenomeno che incute tutto questo terrore e che ancora oggi non accenna a lasciarci. non possiamo uscire dal palazzo poichè i cardini del portone si sono incastrati, impedendo l’apertura del portone. non siamo soli, i nostri coinquilini stanno già forzando il portone e noi ci uniamo a loro, battiamo i pugni su quel legno duro, mi sanguinano le nocche, chiediamo aiuto alla gente fuori. eccola, un’altra scossa ci costringe ad andare in mezzo al cortile, dove nulla può caderci in testa. o quasi. la casa si spoglia delle tegole rimaste. stringo mia sorella in lacrime, in mezzo al cortile. sento che trema. anche io tremo. non mi reggo in piedi. da fuori riescono a sfondare il portone. usciamo. la piazzetta è affollatissima, piena di gente in pigiama, chi con uno zaino, chi con un piumone addosso, quasi tutti ricoperti di polvere bianca dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi. sembravano appena usciti da una lotta con dei sacchi di farina. papà nella fuga aveva preso la sua giacca appesa alla porta, e quindi avevamo le chiavi della macchina. quella multipla grigia che in quella sera ha fatto da rifugio e da autoambulanza a parecchia gente. infatti abbiamo ospitato un ragazzo che si era rotto una gamba, e aveva un buco in testa. lui era "sceso assieme al suo palazzo", ritrovandosi direttamente in strada, come con un ascensore..c’era anche una signora, che si appiccicava dei fazzoletti in faccia a tamponare le ferite, tipo i post-it negli uffici..abbiamo trascorso la nottata tra continue scosse, il frastuono di nuovi crolli, la lotta contro i cellulari perchè le linee erano tutte intasate, bloccati lì, nella piazzetta senza notizie dei nostri parenti. no..non riuscivo a crederci, non ci volevo credere.. avevo paura di avere un tetto sopra la testa, perchè sarebbe potuto crollare, avevo paura di avere un edificio attorno, di stare al chiuso, perchè potevo rimanerci in trappola…in trappola..si, eravamo intrappolati, chi ancora nelle case, chi nei cortili, chi nelle piazze…eravamo intrappolati tutti, allo stesso modo, nelle nostre paure, nei nostri incubi.
poi il mattino. arrivano le prime ambulanze, i vigili del fuoco, i soccorsi..si cominciava a muoversi. noi siamo andati via. io non volevo. stavamo lasciando lì qualcosa che per me era ed è tutt’ora inestimabile. le gatte, il cane, a loro non stava pensando nessuno. papà è risalito per aprire la porta, almeno sarebbero potuti uscire. e così è stato. per noi, ogni mossa è stata corretta, dalla decisione dei posti letto, al parcheggiare la macchina in piazzetta anzichè sotto casa. c’è stata una sorta di chiamata. un avviso che inconsciamente chi ha sentito ha anche seguito.
la città si sta scrollando delle macerie che ormai la compongono, come io mi scrollo la sabbia di dosso ora che sono al mare. sono lontana. non sono a casa e la cosa mi turba. come a tutti del resto. adesso l’aquila è vuota. abbiamo abbandonato le nostre case, le nostre piazze, le nostre vie. dobbiamo tornare. dobbiamo riuscirci. adesso a l’aquila c’è silenzio. un silenzio assordante..
dobbiamo fare in modo che quando fra 300 anni riaccadrà, non ci sia più il popolo ignorante che fa gli edifici non a norma, le scuole che crollano e nessuno che si preoccupa di fare le prove d’evacuazione. quando riaccadrà, la gente deve essere pronta. dobbiamo imparare ed insegnare con la nostra esperienza a vivere con il terremoto. che non succeda mai più una tragedia.
Marta (13 anni)
