Chi ricorda il libro dei sogni?

29 June 2008

Fare il novero degli interrogativi irrisolti in questo Paese è diventato una specie di passatempo. In nessun posto nel mondo tante domande restano senza risposte come qui. Non intendo tanto la soluzione dei grandi misteri che hanno popolato le cronache degli ultimi decenni, quanto gli interrogativi sui problemi storici dell’Italia.

Esiste una pratica antica e diffusa che consiste nel lasciar cadere la domanda, aspettando che, come inevitabilmente accade, l’attenzione attorno ad essa scemi. Gli artifici a cui si ricorre sono diversi: si va dalla minimizzazione al ”benaltrismo” (espediente retorico tendente a rivolgere l’attenzione fuori dal centro del problema), dalla complicazione speciosa al subisso delle eccezioni. Reiterarla diviene così un tormentone che affoga nella melma dell’irrilevanza, destinato a perdere progressivamente di senso, fino al punto in cui genera fastidio. Il fastidio è generato dal sollevare il problema, piuttosto che dal non averne neanche un barlume di soluzione.

Come sappiamo, tuttavia, i problemi non si lasciano superare se non risolvendoli; altrimenti ti rimbalzano in faccia, ogni volta ingigantiti, ogni volta più gravi e cattivi.

Molti di questi sono di origine remota (Facciamo una prova: ciascuno scriva alla redazione quelli che gli appaiono i primi tre per gravità e vecchiezza), la loro soluzione ancora non c’è, neanche se ne vede un approccio che possa indurre a un sia pur cauto ottimismo. Niente.

Eppure ci fu un tempo in cui si cercò di affrontarli in modo sistematico, diremmo quasi “scientifico”. Ricordo quello che fu forse il più ambizioso esempio di pianificazione territoriale su grande scala mai tentato in Italia. Iniziato nella seconda metà degli anni ’60, fu voluto fortemente dalla componente socialista e portato avanti per diversi anni da Giorgio Ruffolo. Si chiamava progetto 80, perché prevedeva un piano decennale di attuazione dal 1970 al 1980 ( http://www.planningstudies.org/ricerche/progetto80/index.htm ). Bollato a suo tempo da Andreotti come “il libro dei sogni”, il progetto ’80 ebbe il limite che oggi vedremmo addirittura ingenuo, di un approccio ai problemi verticistico e di una sistematizzazione calata dall’alto. Esso era informato a una fede quasi cieca nell’uso di modelli macro-economici e all’assenza di feedback, ovvero di quella informazione di ritorno necessaria a misurare empiricamente con la realtà qualsiasi schema logico-formale. Ebbe tuttavia il pregio di affrontare per la prima volta in modo sistemico i problemi del Paese, come nodi correlati tra loro in un insieme complesso; ma ne aveva una percezione statica, anziché mobile e fluida, come di una rete cristallizzata, piuttosto che luogo di forze in conflitto dinamico tra loro.

Oggi, a oltre trent’anni dall’ovvio fallimento di quell’esperienza, dovremmo trovare un’Italia dotata di adeguati strumenti di programmazione economica. Uno Stato che avesse fatto tesoro delle proprie esperienze avrebbe promosso già da tempo il transito dal governament di un popolo che si preferisce passivo, alla governance di cittadini visti come stakeolder, ovvero portatori di esigenze ed interessi legittimi. Invece tutto è servito solo per indurre all’oblio dei problemi che in quella stagione furono sollevati, e alla diffidenza verso ogni forma di programmazione, un’opinione pubblica che, oggi più che mai, è alla ricerca dell’uomo della provvidenza, anziché del modo di strutturare il governo del territorio.

Come mai esistono ancora eletti che continuano a ispirarsi alla Repubblica di Platone, che parlano di democrazia citando Leone XIII, che si mostrano insofferenti verso qualsiasi approccio razionale ai problemi, e insistono a remare per una politica delle mani libere, come se negli ultimi trent’anni nulla fosse accaduto?

Perché l’apparato pubblico funziona sempre peggio, e continua a considerare le persone come sudditi funzionali al carrozzone ai quali complicare la vita sovrapponendo l’informatizzazione a pratiche burocratiche idiote, anziché cittadini ai quali rendere un servizio utile, possibilmente in modo efficiente?

Secondo me si tratta di una carenza culturale, una forma di arretratezza colpevolmente mantenuta da una classe dirigente che vive su un consenso che passa sempre per gli stessi canali, sempre con gli stessi metodi opachi.

Cosa c’entra tutto questo con la città dell’Aquila?

…e n’attimo, che mo’ ve lo dico!