un’enorme bidonville
3 October 2009gli americani amano la loro terra, sia quando è città superstrutturata, sia - anzi, paradossalmente di più - quando è polvere rossa del profondo sud. amano le baracche che forniscono gasolio in mezzo al nulla, avamposti di civiltà; sono legati ai motel con le insegne al neon. ai ristoranti buttati in mezzo alla distesa di niente. certamente ci sarà una bella componente di letteratura e di epica, in quello che le immagini cinematografiche e le pagine dei libri ci hanno insegnato sull’america. Ma ho viaggiato tanto in africa e altrove e ho visto che la situazione può facilmente ripetersi. Non l’ho mai trovata in europa. gli europei sono legati ad altro, ai loro monumenti, alla storia e alla cultura che da questi trasuda. ad altro, insomma, lo sappiamo tutti. ma ho avuto come l’impressione che un’ operazione di decentralizzazione del pensiero dalle origini testimoniate dai monumenti e dal "bello artistico", al "nulla" di cui parlavo prima citando il film, dovremo essere costretti a farlo anche noi aquilani. come potremo sopravvivere, altrimenti, in questa enorme e brutta bidonville che è attualmente la nostra città? come faremo a sopportare i rumori estenuanti dei cantieri, la bruttezza delle migliaia di case in legno che sorgono ovunque? gli abbozzi di strade, per lo più sterrate, che improvvisamente sono apparse a collegare un cantiere ad un altro? bisogna fare un’operazione di transfer e pensare che dentro l’orribile baracchetta c’è il nostro negozio di sempre. la nostra gente, i nostri pensieri e le speranze sul futuro. non c’è la pietra millenaria, ad accompagnare il nostro sociale. per qualche anno ci saranno la lamiera e le reti di plastica arancione che delimitano i cantieri, e la polvere e i rumori delle betoniere. e l’arte di arrangiarsi. e il nuovo che preme dall’esterno. e dovremo assolutamente essere disposti al cambiamento, per non perire.
magari, poi, fra vent’anni, faranno un film anche su di noi.
