un’enorme bidonville

3 October 2009
ieri sera guardavo il bel film dei fratelli coen, "fratello dove sei", del 2000, quello con george clooney, john goodman, john turturro. divertente, surreale. c’è una scena, in particolare, che mi ha colpito. ripresa dall’alto: campagna americana (siamo nel mississipi), terra rossa. un quadrivio di strade sterrate i cui rettilinei si perdono a vista d’occhio, e su cui viaggia la macchina dei tre evasi protagonisti del film, e nel mezzo, un bel nulla. un uomo, geniale chitarrista che fa l’autostop, è l’unica forma di vita. poi, all’improvviso, dopo chilometri e chilometri, si erge una casa di legno, che sembra gettata dove sta per caso; una squallida grande casa di legno,che all’interno, invece, ospita una stazione radio, con annesso studio di registrazione per nuovi talenti, sotto la supervisione di un cieco, grande esperto di musica e meta ambita dei politici del mississipi che in quel periodo sono in campagna elettorale.
gli americani amano la loro terra, sia quando è città superstrutturata, sia - anzi, paradossalmente di più - quando è polvere rossa del profondo sud. amano le baracche che forniscono gasolio in mezzo al nulla, avamposti di civiltà; sono legati ai motel con le insegne al neon. ai ristoranti buttati in mezzo alla distesa di niente. certamente ci sarà una bella componente di letteratura e di epica, in quello che le immagini cinematografiche e le pagine dei libri ci hanno insegnato sull’america. Ma ho viaggiato tanto in africa e altrove e ho visto che la situazione può facilmente ripetersi. Non l’ho mai trovata in europa. gli europei sono legati ad altro, ai loro monumenti, alla storia e alla cultura che da questi trasuda. ad altro, insomma, lo sappiamo tutti. ma ho avuto come l’impressione che un’ operazione di decentralizzazione del pensiero dalle origini testimoniate dai monumenti e dal "bello artistico", al "nulla" di cui parlavo prima citando il film, dovremo essere costretti a farlo anche noi aquilani. come potremo sopravvivere, altrimenti, in questa enorme e brutta bidonville che è attualmente la nostra città? come faremo a sopportare i rumori estenuanti dei cantieri, la bruttezza delle migliaia di case in legno che sorgono ovunque? gli abbozzi di strade, per lo più sterrate, che improvvisamente sono apparse a collegare un cantiere ad un altro? bisogna fare un’operazione di transfer e pensare che dentro l’orribile baracchetta c’è il nostro negozio di sempre. la nostra gente, i nostri pensieri e le speranze sul futuro. non c’è la pietra millenaria, ad accompagnare il nostro sociale. per qualche anno ci saranno la lamiera e le reti di plastica arancione che delimitano i cantieri, e la polvere e i rumori delle betoniere. e l’arte di arrangiarsi. e il nuovo che preme dall’esterno. e dovremo assolutamente essere disposti al cambiamento, per non perire.
magari, poi, fra vent’anni, faranno un film anche su di noi.

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