Terremoto dell’Aquila: storie di imbecilli e bugiardi

4 June 2009

di Errico Centofanti

 
«La ricostruzione delle case nel centro storico potrà prendere uno-due anni». Si rimane esterrefatti nel leggere quest’affermazione sul Centro di Giovedì 21 Maggio, pag. 8, nell’ambito di un’intervista sulle prospettive del dopo-terremoto. Non v’è motivo per dubitare della correttezza del collega che ha scritto l’articolo. Perciò, devo ritenere indubitabilmente per vero che quella frase, riportata tra virgolette, sia uscita dalla bocca del Commissario dell’Ente Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga.
         Un’affermazione cosí può provenire solo da un imbecille o da uno che sappia a malapena distinguere L’Aquila-città dall’aquila-uccello. Tuttavia, il guaio è ben peggiore: quell’affermazione costituisce un caso tutt’altro che isolato e, grazie all’imbonimento televisivo, incontra largo seguito nel Paese.
         In realtà dovremmo far nostro l’amaro commento di Voltaire dopo il terremoto di Lisbona del 1755: «Lisbonne est abîmée, et l’on danse à Paris». Perché proprio di questo si tratta: L’Aquila è distrutta e a Roma si balla”. Si balla, nel senso che si fanno tante chiacchiere piú o meno fascinose ma nessuna azione seria viene intrapresa nei confronti del gigantesco problema rappresentato dalla ricostruzione del centro storico dell’Aquila.
         Il problema è gigantesco perché vastissimo e unico nel suo genere è il danno, perché inimmaginabile è l’entità dei miliardi di euro necessari per porvi riparo, perché dilagante è la sottovalutazione del danno e del fabbisogno.
         I piccoli borghi devastati, come Onna o Castelnuovo, esprimono problematiche meno complesse e di ben minori dimensioni e per di piú godono del formidabile beneficio derivante dal conservare intatte, tra le rovine o a due passi da queste, le comunità dei loro sopravvissuti. Si tratta di comunità che mantengono coesione e ferma determinazione, le quali già nel passato sono riuscite a ricostruire in proprio ciò di cui la mano pubblica s’era disinteressata.
         Quella del centro storico dell’Aquila è una faccenda del tutto diversa. Si tratta di decine e decine di ettari su cui sono sorte migliaia di edifici antichi, quasi tutti crollati o irreparabilmente danneggiati. Ma, non è tutto: un centro storico non è solo architettura, è anche vita quotidiana. All’Aquila, per la prima volta da settecento anni in qua, il mercato d’ogni giorno in Piazza Duomo è morto e con esso sono morte le botteghe e i caffè, i teatri sono sfasciati, gli archivi e le biblioteche sono sotto le macerie, le attività pubbliche e private sono emigrate o si sono arroccate in lontani fortilizi militarizzati. I quindicimila residenti vagano dispersi in decine di tendopoli, in sistemazioni precarie nelle aree periferiche e negli alberghi della costa. Essi non sono piú una comunità, non hanno voce in capitolo, non hanno rappresentanti. Il loro è, almeno finora, un destino di diaspora, un destino di lontananza da una città che nel proprio centro storico non li può piú ospitare e non offre piú niente, né a loro né a chiunque. Si può vivere, sradicati dal proprio passato e dalla propria identità civica?
         Che buona parte delle case dell’Aquila siano abitabili è una frottola, basata su una martellante campagna di disinformazione. In realtà, le rassicuranti percentuali sbandierate riguardano solo gli edifici della cintura periferica, cioè delle parti meno danneggiate del territorio comunale. Quando verranno diffuse, se mai verranno diffuse, le notizie riguardanti il centro storico produrranno una musica ben differente. Ma, ormai, a quel punto, nessuno ci farà caso.
         Lunedì 25 Maggio sono cominciate le rilevazioni dei danni nel centro storico, seguendo la medesima logica, probabilmente con la speranza di altre percentuali zuccherose: le ispezioni dei primi giorni riguardano le aree apparentemente meno compromesse, quelle intermedie tra le periferie e il nucleo piú antico della città. Tuttavia, già qui le devastazioni parleranno con toni assai rudi, destinati piú avanti a diventare estremamente brutali. Del resto, le avvisaglie circolano sotto-voce già da parecchi giorni, precisamente da quando sono cominciate le ispezioni relative ai 1.300 edifici vincolati dal Ministero dei Beni Culturali. Il mormorio nei corridoi racconta di ricognizioni cadaveriche, piú che di rilevazioni di danni.
         E, allora? «La ricostruzione delle case nel centro storico potrà prendere uno-due anni». Già, uno-due anni! Intanto, bisogna superare il G8, perché fino a quel momento non si fa niente se non il maquillage finalizzato a esibire agli occhi del mondo la “normalizzazione” realizzata intorno ai Quattro Cantoni. Poi, bisogna rimuovere le macerie e mettere in sicurezza quel che nel frattempo non è ulteriormente crollato. Poi, bisogna pensare e progettare il da farsi: si fa oppure no come si fece dopo il 1703, cioè salvando il salvabile dell’antico e tutto il resto disegnandolo all’insegna della massima e migliore modernità? Poi, bisogna progettare i singoli interventi, scalando le infinite difficoltà derivanti dagli intricati assetti proprietari di ciascun isolato e tentando di salvarsi dalle benne di speculatori d’ogni risma e livello. Poi, bisogna trovare i soldi. Poi bisogna aprire i cantieri. Già, uno-due anni!
         Piú in generale, non sono da meno i guai dell’attualità, cioè dell’emergenza che è ben lontana dall’essere conclusa. L’ineffabile capo del governo, intervistato da Reteoro il 1° Giugno, ha cosí esternato: «Contiamo di consegnare entro la fine di Novembre le case a chi ha perso la propria e di non avere piú nessuno che abita nelle tende. Nelle Marche e nell’Umbria c’è gente che dopo tanti anni sta ancora in tenda».
         Conosco approfonditamente la realtà umbro-marchigiana e posso testimoniare senza la minima esitazione quale mastodontica bufala sia quella propalata dal capo del governo. Del resto, il Presidente dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti, non ha esitato a ribattere senza mezzi termini: «È un’affermazione davvero farneticante. Dire che dopo 12 anni ci sarebbero ancora persone nelle tende è una bugia talmente grossolana che non merita nemmeno di essere smentita». E il Presidente delle Marche, Gian Mario Spacca, ribadendo la falsità dell’affermazione riguardante la persistenza delle tende, ha aggiunto: «Si è consentito subito a quanti lo desideravano di installare un modulo abitativo in prossimità della propria casa, limitando le migrazioni forzose negli alberghi della costa».
         Per chi non lo sapesse o lo abbia dimenticato, è il caso di ricordare che in Umbria e nelle Marche l’emergenza è durata pochissimo e la ricostruzione degli edifici pubblici e di quelli privati ha da un bel po’ raggiunto il livello del 90%, con l’assunzione a carico dello Stato, dell’Unione Europea e delle Regioni del 100% degli oneri per le prime case e dell’80% degli oneri per le seconde case.
         Ma, se le Marche e l’Umbria fanno parte della Repubblica Italiana, noi, adesso, dove siamo stati trapiantati?
 
 
 

 

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