colletti bianchi
28 April 2008Ma quanto ci interessa L’Aquila capoluogo? Certamente, per essere un argomento elettorale, un qualche valore dovrà pure averlo, ma siccome non capisco la politica - almeno quella attuale - e le sue strategie, non lo colgo. Pure, qualche considerazione da due soldi potrò farla. Come mi piacerebbe che L’Aquila fosse anche relegata a ruolo di “paese”, di città marginale, basso profilo e bassa provincia, se questo però volesse dire innalzare la qualità della vita delle imprese che in essa svolgono le proprie attività. Temo infatti che L’Aquila capoluogo voglia dire incrementare uffici e colletti bianchi, con correlata coda di nepotistiche assunzioni verso il posto fisso “perfetto”. Quello alla Regione, per esempio, dove obiettivamente da fare c’è veramente poco, a parte i caffè, le chiacchiere di corridoio, le spese al supermercato e via andare. Un enorme, ulteriore aggravio istituzionale che sono certa non porterebbe vitalità alcuna ai comparti produttivi, ormai ridotti al coma farmacologico dall’assoluta incapacità fisiologica del terziario di investire i propri soldi in qualcosa che non sia il “mattone”. Paradossalmente, a L’Aquila, anche i commercianti, che pure dovrebbero avere spirito imprenditoriale per non morire, hanno l’atteggiamento dell’impiegato statale. Alle tredici pranzo, la domenica a casa, pochi collaboratori (per risparmiare, si sa), niente investimenti pubblicitari, nessuna idea sul futuro. Solo “apri la bottega, chiudi la bottega”. Chiudi la bottega in estate, chiudi la domenica, chiudi presto la sera. Sono certa che molti di loro, se potessero, chiuderebbero alle due del pomeriggio, proprio come fanno gli invidiati impiegati statali, dei quali tentano ogni giorno di riprodurre la monotonia. Se qualcuno, poi, imprenditore coraggioso, osa scrollarsi di dosso la muffa istituzionale, viene a più riprese bacchettato e costretto all’immobilità. Ma questo lo raccontiamo la prossima volta.

Non comprendo lo scopo dell’articolo.
Personalmente ho redatto, coordinando un gruppo di lavoro, il progetto di legge per L’Aquila Capoluogo, ed ovviamente sono favorevole ad una legge speciale per la nostra città. La questione dell’inefficienza della pubblica amministrazione - sollevata nel pezzo - non è specifica aquilana, non possiamo risolverla noi, e non mi interessa in questa sede.
Torniamo a L’Aquila Capoluogo. Nessuno deve sottrarsi al confronto sulla priorità delle priorità della nostra regione: l’insopportabile divario di sviluppo tra la costa e le aree interne. La legge intende valorizzare le nostre peculiarità (Università, funzioni direzionali, amministrazione,…) e per tale via ripristinare lo status di città Capoluogo. Per fare dell’Aquila una città calamita di popolazioni vaste occorrono investimenti: infrastrutture, reti, conoscenza…. La legge vuole assicurare nel tempo le risorse economiche ed i servizi materiali ed immateriali necessari allo sviluppo.
Le faccio osservare che mentre noi aquilani ci trastulliamo nello sport tipico della città (il tafazzismo, ovvero l’autolesionismo ossessivo) il sindaco di Pescara, che ha le idee chiare, sta lavorando per trasferire sulla marina pure le fuznioni amministrative, grazie al progetto delle “tre torri” che, ove dovesse andare in porto, assesterà il colpo definitivo all’ex capoluogo che, allora sì, sarà un paesotto di provincia perso tra le pieghe delle sue montagne. Allo stesso modo si sta provando, da parte di settori importanti della regione, a cancellare la metà delle comunità montane aquilane, lasciando indenni invece molte comunità della costa che di montano hanno solo il nome…ecc…ecc….
Chi ama L’Aquila lavora per L’Aquila. Non va bene L’Aquila Capoluogo? Ok, si proponga altro, ma altro realistico e rilevante. Non le solite chiacchiere.
Piero Carducci
non so se la redazione consenta, ma per carità, signor carducci. per carità.
il senso dell’articolo, la cui rilevanza probabilmente, come dice lei, è di basso profilo, non vuole distrarre dal problema dell’aquila capoluogo. vuole piuttosto dire che, quando continuiamo a discutere di questioni istituzionali - sulla cui rilevanza nessuno ha niente a dire - il territorio soffre. soffre la tempistica burocratica, soffre l’incuria verso la quotidianeità, soffre la “palabra”, accorta qualche volta, spesso inutile, che concorre alla morte irreversibile (in qualità di morte, non c’è nulla da fare) di una delle linfe di questi tempi: la piccola e media impresa, sacca coraggiosa quando può, di istanze di sopravvivenza. slegata dal territorio, surclassata dalla provincialità, non dal provincialismo, invece dal campanilismo e da certe isterie fuori luogo. i colletti bianchi sono tutti gli uomini del presidente, sono coloro che al grido di “io voglio bene a questa città”, si arrogano diritti di rappresentanza dallo spessore minore di quello dei due centesimi. gente che, in sostanza, poco conosce l’amata municipalità nel suo complesso. ma ben conosce i meccanismi del poterucolo. e li attua.
mi pare che uno degli scopi di questo blog sia proprio aprire il dibattito sui problemi della nostra città e sulle soluzioni da proporre, cercando però di uscire dal tradizionale ragionamento tipico degli Aquilani, e di tutto il Sud, “lo Stato ci trascura”.
E’ vero, il sindaco di Pescara ha fatto questo e ha fatto quello. Noi no. Ma al nostro sindaco “la gente” chiede il posto, la raccomandazione, il piacere personale.
O altro. (Piano regolatore se ci sei batti un colpo.)
Credo che quello che smuove il sindaco di Pescara sia lo stesso meccanismo di clientela - raccomandazione - affarismo che muove ormai l’Italia. E questo a noi non piace. O no?
mi pare che drenka non volesse dire abbasso l’aquila capoluogo, ma solo che, se per avere il capoluogo il prezzo dovesse essere quello di volare alto a livello istituzionale senza nessuna ricaduta sul territorio, allora meglio sarebbe togliere pure la provincia ma vivere e lavorare in una rete socialmente accettabile ed economicamente sostenibile. giusto, drenka?
…scusate ma non ho la sufficiente cultura per seguire il senso e l’obiettivo di questo dibattito…
Certamente è un mio limite.
Mi sembra condivisivile il pezzo di drenka. Io dico che una legge per L’Aquila capoluogo - il cui percorso è stato segnato dalla gazzarra prima io no prima io - che debba servire come dice Carducci (accipicchia, ma perchè se la prende sempre così tanto se qualcuno non la pensa come lui; guardi che il mondo è bello perchè è vario) a valorizzare quello che abbiamo (Università, funzioni direzionali, amministrazione) è l’estrema unzione per questa città, e in questo credo di condividere ciò che dice drenka. L’Aquila ha bisogno di essere “normale”, meno amministrazione e funzioni direzionali e più piccola e media impresa, meno commercianti-dipendenti publici e più commercianti teramani e pescaresi, più concorrenza. Quindi anche per me basta capoluogo, via la provincia, secessione dalla regione abruzzo; così caro carducci il cerchio è chiuso e ristiamo a 2 anni fa.
Ma ancor di più sono d’accordo con il commento di drenka che riporto inegralmente:
i colletti bianchi sono tutti gli uomini del presidente, sono coloro che al grido di “io voglio bene a questa città”, si arrogano diritti di rappresentanza dallo spessore minore di quello dei due centesimi. gente che, in sostanza, poco conosce l’amata municipalità nel suo complesso. ma ben conosce i meccanismi del poterucolo. e li attua.
Concludo dicendo che ci sono modi e modi di volere bene ad una città, nessuno più giusto o migliore degli altri. Ma la distanza tra chi vive la politica da sotto e chi da sopra non può che aumentare quando esistono “limiti culturali” unidirezionali.
Allora, con tutto l’affetto, abbandoni l’opzione voice e approfitti dell’opzione exit.
Sig.Sabino,
1.non mi permetterei mai di suggerire l’opzione exit ad un frequentatore del sito. E’ veramente singolare il suo modo di intendere la democrazia.
2.io non mi arrabbio con chi non la pensa come me, ma contrasto le idee dei minimalisti aquilani, la vera afflizione di questa città.
Purtroppo anche negli interventi di questo blog, in particolare del “sabino alla loft”, vedo i germi malsani del minimalismo aquilano (o autolesionismo ossessivo). Io penso invece che occorra chiacchierare meno ed impegnarsi di più, per L’Aquila. Occorre anzitutto sconfiggere i germi della decadenza che si sono appropriati di troppi aquilani, che hanno mentalmente abbandonato la loro municipalità.
Quale che sia il modello di sviluppo della città futura (direzionale o altro) per fare l’illuminismo occorrono gli illuministi.
I nuovi illuministi aquilani devono avere la voglia di guardare più in profondità e di scavare nel recente passato della città, per capire l’assai deludente presente e preparare un migliore futuro. Futuro che si annuncia attraverso segnali di decadenza dal mondo della politica ed indizi assai poco promettenti da quello dell’economia.
Quel che manca all’Aquila è proprio la politica. E’ la politica che traccia la rotta, combina le isole, valorizza le reti, promuove idee ed utopie. I grandi politici colgono le grandi opportunità e realizzano grandi progetti, diceva Max Weber. Il che vuol dire riunire i tasselli sparsi delle eccellenze cittadine ed infondere loro, dalla Università alla ricerca, dall’industria al turismo, dalla pubblica amministrazione al commercio, quell’impulso creativo che solo può trasformare tante isole in un corpo unico, in cui pulsano le migliori energie della città. La scelta di fare rete, di fertilizzare l’ambiente, di stimolare creatività ed innovazione, di attrarre nuovi investimenti, di puntare alla valorizzazione congiunta di risorse storiche e ambientali, scientifiche e formative, terziarie e produttive, non costituisce, per L’Aquila, una naturale evoluzione di trend spontanei di sviluppo.
Occorre dunque un progetto. Ed ecco perché serve impegnarsi, cosa che io e tanti aquilani proviamo a fare.
Scendere dal pero e lavorare. Altro che fregnacce sull’opzione voice e sull’opzione exit…
mi risulta difficile seguire il ragionamento di piero carducci, a meno di non volerlo leggere con il vocabolario del politichese. L’afflizione di questa città, che non riesce ad eliminare il pietoso spettacolo di tre ore di “immondizie a go’ go’” nella Piazza del Duomo non è certo il minimalismo, nè la mancanza di politica. E’ certo la mancanza di cultura, di partecipazione, di preparazione dei nostri Quadri dirigenti, funzionari e politici, che non hanno da almeno 15 anni affrontato nessuno dei piccoli problemi di civiltà nella gestione di una piccola città con piccole necessità: vediamo il problema rifiuti (e impianto di Bazzano); vediamo il problema trasporti e mobilità; vediamo il problema piano regolatore (ma i consiglieri comunali che dicono????); una città nella quale gli anziani sono scomparsi dal centro, i ragazzi non possono uscire da soli a passeggio, o in bicicletta, non ci sono locali per i giovani, non si riesce a convivere con gli universitari, una casa in affitto costa minimo 600,00 euro .. una città nella quale fare impresa è …… un’impresa (tre nuclei industriali senza infrastrutture, senza banda larga, senza neanche adsl telecom, senza strade; nessun accesso al credito; nessuna garanzia nelle gare d’appalto, nessun tentativo di fare rete sul territorio……) Insomma, parliamo delle cose, e dalle cose torniamo a parlare della politica, dopo aver fatto piazza pulita dei “politici” ma soprattutto degli incapaci.
io non mi sento una minimalista, se questo vuole dire guardare ai propri piccoli affari e basta. faccio un lavoro, al quale, signor carducci, dovrebbe guardare tutta la città nella sua interezza, per il coraggio, la lungimiranza e l’ossessione verso la progettualità, per il tentativo di risollevare le sorti di questo territorio disgraziato, che il gruppo cui appartengo e io mettiamo in campo ormai da cinque anni. senza un contributo pubblico, e senza la minima attenzione da parte delle istituzioni e dei politici che, nel contempo si fanno belli del mio lavoro. del mio, non del loro. e se mi consente, questo genera in me, mentre comunque continuo a lavorare serenamente, un senso leggerissimo di frustrazione che posso condividere all’interno del blog, con chiunque voglia discutere. quando parlo del mio lavoro io e altri parliamo della città nella sua interezza e non dei casi nostri, anche se le due istanze coincidono drammaticamente.
non so perchè, ma avverto nei commenti un senso di irritante fastidio…e che diamine, basta cambiare canale…
scendete dal pero e prendete la zappa….
ma lo sa, signor carducci, che dire a qualcuno di scendere dal pero significa dirgli che è un imbecille? lo sa che il suo infastidito “prendete la zappa” fa un po’ ridere, visto che fra tutti coloro che intervengono, il politico sembra - e credo lo sia - solo lei? lo sa che dichiarare di non avere sufficiente spessore culturale per partecipare ad un dibattito vuol dire snobbare il dibattito (a che titolo, mi chiedo?) infine, signor carducci, lei, la zappa nella vita sua, l’ha mai presa in mano?
Sig. “drenka-senza-nome”, perché mi fa dire cose che non ho detto, né penso? Lei esprima la Sua opinione, non si lanci nell’interpretazione autentica e nell’esegesi del mio dire. L’esercizio le riesce male, se Lei è in buona fede, e risulta invece inquietante, in altre ipotesi.
Lei dice “dire a qualcuno di scendere dal pero significa dirgli che è un imbecille”. Completamente falso. Mai detto né pensato che Lei o altri siano imbecilli. Il mio dire era peraltro chiarissimo: scendere dal pero della genericità e dell’astrattismo, abbandonare il minimalismo aquilano, per fare ipotesi realistiche e rilevanti per lo sviluppo integrale della città. Occorre lavorare per L’Aquila là dove si decidono i destini della città (istituzioni, politica, imprese, ecc.) e non fare solo elaborazione culturale: questo ho detto.
Lei continua: “lo sa che il suo infastidito “prendete la zappa” fa un po’ ridere, visto che fra tutti coloro che intervengono, il politico sembra - e credo lo sia - solo lei?” Altra affermazione falsa. Tutti siamo politici, avendo a cuore i destini della polis, ed io non ho da anni alcun incarico politico di alcun tipo, pur lavorando ovviamente con molti politici. Si informi, signor “drenka-senza-nome”, prima di dire sciocchezze.
Poi Lei afferma, in un crescendo di intima e personale confusione, “lo sa che dichiarare di non avere sufficiente spessore culturale per partecipare ad un dibattito vuol dire snobbare il dibattito (a che titolo, mi chiedo?)”. Mi pare che il dibattito sia libero, partecipo e non snobbo nulla e nessuno. Sono nelle regole del moderatore, e dico quello che mi pare. O no? Né mi permetto di suggerire a nessuno l’opzione exit o di cambiare canale, come fate Lei ed il sig.Sabino. Io leggo tutto, ed esprimo la mia opinione. Drenka o non Drenka.
Alla fine il suo decisivo autogol: “infine, signor carducci, lei, la zappa nella vita sua, l’ha mai presa in mano?”.
Eh sì, signor.”Drenka-senza-nome”, io l’ho presa in mano e tanto. Perché a differenza dei frequentatori dei salotti alla loft, io vengo da umili origini, e fino alla laurea ho studiato e zappato. Forse zappando ho imparato la necessità di essere concreti, ogni tanto.
Stia bene, sig.Drenka. Non se la prenda così. Il mondo è bello perché è vario…
Alcuni commentatori sono anzitutto monotoni. La storia del nome, sulla quale avevo detto che non avrei detto più nulla, ma evidentemente i “rimbrotti” presi non solo da me ma anche da altri postisti non hanno avuto esito: ebbene io non metto il nome perchè ritengo più importanti le idee e, poi, perchè non ho nulla da vendere (tra parentesi lo faccio nelle regole del moderatore). Sul minimalismo sono invece d’accordo (credo che non sia farina del sacco del mugnaio, ma che detta farina il mugnaio l’abbia comprata da un concittadino con la “zappa”) però la mia sintesi è differente: altri sono minimalisti, hanno la mentalità provincialotta, hai voglia a parlare le lingue e fare i convegni, mancano di visione strategica, non sono Max Weber nè lo sono i personaggi che concedono asilo politico. Comunque, considerato che sembra diventata quella che non può essere, una polemica personale tra un nome e un senza-nome, la smetteri qui facendo mio l’invito di drenka a cambiare canale o, in alternativa, a rispondere su temi di natura sostanziale, perchè siamo tutti buoni a dire che abbiamo zappato più di tutti. Sotto questo aspetto io insisto a dire che il passato amministrativo di questa città (così come tra le righe del post di drenka e del mio successivo commento) è causa dell’attuale torpore imprenditoriale del tessuto sociale cittadino e che, quindi, puntare, anche con una legge ad hoc, sul rinnovato proliferare di tale modello di sviluppo (ma è poi un modello di sviluppo quello amministrativo?) secondo me è un errore strategico. Anche il discorso sulla elaborazione culturale secondo me è invece sottovalutato e mal impostato; diciamo che se fosse stata culturalmente elaborata la metropolitana, oggi L’Aquila avrebbe molti problemi in meno, non avrebbe la metropolitana e i suoi guai. E’ sì condivisibile che il fare è fondamentale, dopo l’elaborazione culturale e non tutto il fare. Poi è chiaro che solo il trascorrere del tempo può dire chi aveva ragione, ma io credo che gli ultimi 40 anni della città e gli ultimi 24 mesi di qualcuno diano una indicazione abbastanza delineata.
Io, senza-nome, non ho MAI avuto incarichi di partito, e me ne vanto. Non per questo mi sento meno Aquilano di altri o meno autorizzato a pensare o a parlare. Sembriamo diventati un comune toscano del cinquecento, e non è un bene. Se posso direi meno minimalismo e più autoironia, meno autoreferenzialità e più elaborazione culturale; questo è quanto mi spinge a leggere i post del sito. Cordialità.
Leggere il seguente brano tratto da Leonardo Sciascia, il Giorno della Civetta, e svolgere riflessioni a piacere:
“…quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.
Abbiamo letto del traffico, dei supermercati, della città capoluogo: sono argomenti che ognuno di noi sente come importanti.
Io mi sento spesso trattata come un suddito, nel mondo moderno e nella mia città: quando non riesco a trovare risposte precise, semplici e cortesi in un ufficio pubblico; quando non arrivo a correre qua e là per la città per spesa - lavoro - famiglia; quando mi accorgo che le tasse sono più alte di quanto io possa pagare, e in cambio non ho niente, neanche una scuola decente per i miei figli.
Ma sono d’accordo con sabino: soprattutto manca una elaborazione culturale; manca da parte dei cittadini, che non hanno un “progetto”, e che, cosa ancor più grave, continuano ad accettare i non - progetti dei politici di turno senza fiatare.
E’ vero: persino l’affaire Metropolitana si può risolvere, con semplicità. E questo sarebbe compito dei nostri amministratori.
E’ per questo che nei post e nel manifesto del sito si parla di progetto, credo.
Un progetto che deve partire dai cittadini, nel momento in cui abbiano ripreso consapevolezza del proprio ruolo, discutento della percezione che hanno del proprio territorio, riappropriandosi delle proprie ricchezze e povertà.
Consapevolezza del ruolo che gli consente di scegliere i propri amministratori, di scegliere qual’è l’indirizzo da dare allo sviluppo della propria città.
Liberarsi dal torpore in cui siamo finiti grazie alla politica degli ultimi 15 anni, costretti a badare ognuno ai propri affari per mera sopravvivenza. Abituati a vedere malfattori gestire il potere, amministrare i nostri beni, derubarci rimanendo impuniti. Siamo noi che l’abbiamo permesso. Anche noi.
…come dicevo, appunto, rispondere sui fatti sostanziali. Se questi sono gli illuministi…