Il degrado della città come segno del degrado dei suoi amministratori

2 April 2008

“La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta”

Confucio

“Sapere cosa è giusto e non farlo è codardia”

Confucio

Un approccio obbiettivo al tema della città porta, come innegabile esito, ad una riflessione aperta sulla condizione tangibile della cura o del degrado in cui essa vive la sua contemporaneità. Oggi (e non solo nella nostra città che è confusa e conchiusa in un abbandono privo di memoria) siamo di fronte a città divise fra differenti territori, che si fronteggiano e si scontrano: da una parte i centri storici delimitati e protetti da pericolosi e discutibili piani di recupero, dall’altra le nuove periferie affidate ad un caos programmato ed alienante. Con l’architettura siamo sempre e comunque chiamati a intervenire sul paesaggio e a modificarne i profili e le prospettive, a limitarne o esaltarne gli orizzonti. L’uomo modifica per necessità l’intorno, adattandolo alle proprie esigenze, materiali e spirituali. Gli architetti dell’antica Grecia sono stati capaci di raggiungere equilibri oggi inimmaginabili modificando comunque il territorio (penso alla costruzione delle acropoli e dei teatri). Così è stato per i Romani con la costruzione di acquedotti che segnano il paesaggio con razionale funzionalità, applicando tecnologie di una contemporaneità condivisa che dovrebbe portarci a vedere i viadotti delle autostrade non necessariamente come ferite ma come segno dell’attraversamento. E gli urbanisti ed architetti di oggi cosa sono stati capaci di concepire, complici politici acquisenti e privi di senso storico e morale? Il fatto stesso che si continui a parlare (nel linguaggio degli amministratori correnti) di zone periferiche e di zone centrali è la dimostrazione che non si vuole modificare una tendenza in atto da troppi decenni impostata sui valori di mercato attribuiti. È questa condizione reale della città, ancora in espansione e sempre più volutamente separata dal centro storico, a negare l’essenza stessa di città che ha sempre affidato la sua ragione alla stratificazione che il tempo della vita porta attraverso la modificabilità continua in una trasformazione sfortunatamente non sempre programmata. E come si stratificano e si articolano con il nucleo centrale le nostre periferie, senza logiche, piazze, punti d’incontro, rispetto armonioso del bello o del contesto? Oggi non potremmo godere dei felici connubi di impianti medioevali con palazzi rinascimentali in spazialità barocche, in città ancora splendide come Arezzo, Lecce, Ascoli, Perugia, se non si fossero rispettate regole intelligenti ed intelligenti politiche di sviluppo. Non si tratta di parlare di buona architettura o di cattiva architettura, ma di architettura e di non architettura, di politica e non politica; così come di città e di città negata. È così che la città (anche la nostra) lentamente si nega, si deforma diventando inguardabile; la città lascia affiorare la falsificazione della città, con il suo odore di morte; la città morta ci asseconda ed esprime il senso del decadimento morale, delle non idee, del non pensare che si possa cambiare o si possa realizzare una convinzione (ed una politica) meno fragile, utilitaristica e liquida. La città diventa una maschera di se stessa che non disturba l’occhio dell’imbecille, ma ferisce in profondità l’anima degli onesti. Come ha scritto il conterraneo architetto Lucio Rosato “Il paradosso è davanti ai nostri occhi nel quotidiano vivere la città e il territorio, nel contrasto sempre più evidente tra una falsa attenzione alla storia e alla memoria della città e l’apparente disattenzione nel modo di costruire e progettare il nuovo: come se la città fosse altrove.” Già da molti anni (2003) Lega Ambiente ha inserito L’Aquila fra le città degradate d’Italia, definendola “città stressata” e cioè città con alti tassi di motorizzazione e consumi energetici e livelli d’inquinamento atmosferico tra i piu’ elevati. Le soluzioni (di amministratori di segno politico diverso) o non sono giunte o hanno prodotto disappunto e scompiglio ancora maggiori. Sale la rabbia, la delusione nel vedere come amministratori locali non all’altezza hanno ridotto una bella cittadina, lasciandola nel degrado più assoluto. Sprocizia, incuria, mancanza di manuntenzione, piani urbanistici inesistenti, periferie che sorgono “arruffate” e prive di contenuto. Ordine vuol dire manuntenzione, ristrutturazione di tutte le facciate storiche approfittando dei contributi Europei, rifacimento delle strade, cura del verde, ricerca di nuovi spazi da adibire a parcheggi e non già nuove licenze edilizie per brutti palazzi in zone improponibili o idee che si rincorrono per completare opere discutibili e prive di costrutto. Il cittadino si sente depresso nel vedere la sua città in condizioni penose e il turista la abbandona, come abbandona tutte le città degradate, alla ricerca di quei luoghi dove le amministrazioni lavorano per mantenere e creare un alto livello di efficienza. Questo blog lavora più nel profondo, per scavare nella coscienza politica e morale dei singoli cittadini. Ne ringrazio i fondatori.

Carlo Di Stanislao

Commenti

1 Commento a “Il degrado della città come segno del degrado dei suoi amministratori”

  1. Commento di alberto scritto il 8 May 2008 alle 21:23:

    Mia moglie è aquilana,l’amo tanto che ho deciso di comprare casa all’aquila.Essendo lombardo,potevo acqistare una casa in liguria,sui laghi o sulla costa romagnola,ma siccome amo mia moglie è logico che amo il posto dove essa è nata.
    Non so descrivere la gioia di quando arrivo,passando dal traforo,e vedo Assergi,e tutti i paesi giu nella valle,quando appare lei l’Aquila,placida e allungata come una bellissima donna,ma vedo anche lo scempio che l’incendio ha causato,una ferita che solo la natura saprà guarire,perchè qua sono solo parole e niente fatti.
    Purtroppo esco dal casello e tutto cambia,l’Aquila si’ è una bella donna,ma sfatta avanti negli anni e vive
    senza gioia il suo declino.Svegliatevi Aquilani non pensate che essere bravi vuol dire essere più furbi,la furbizia è dei levantini,oggi bisogna essere capaci.
    Non pensate che passare davanti alla simbolica fila avere il favore da cognato dello zio dell’amico di mio nonno vi migliori la vita.
    Io amo l’Aquila perchè è la città di mia moglie,ma a volte faccio fatica a comprendervi.

    alberto

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