donna, imprenditore e madre : no, niente commissario

9 March 2011

 Siamo sicuri che L’Aquila si possa permettere le dimissioni del Sindaco? Siamo sicuri che il nostro futuro si possa basare su un nuovo Commissario?

Caro Sindaco, non te ne devi andare.

Semmai devi cominciare a pretendere, pretendere aiuto, attenzione, sostegno.

Pretendere di poter governare questa nostra martoriata città, senza dover mediare qualsiasi decisione con i gruppi di pressione.

Pretendere che se ne vadano, che si dimettano, quei consiglieri che remano contro, che hanno sempre remato contro.

Tutti i poteri minuscoli, le faccendine sporche, le lobbyne, le risibili conventicole di una città pettegola, che non ha la dignità di dire basta: basta a chi continua a creare problemi, basta ai funzionari incapaci e inspiegabilmente inamovibili, basta ai costruttori padroni della città, basta ai giochi sporchi di chi non sa o non vuole giocare onestamente.

Le donne, in questa giornata di lotta per i diritti, di lotta per il futuro, scendono in piazza a L’Aquila per chiederti di non confermare le tue dimissionie per dire definitivamente BASTA!!!

Basta alle cene "elettorali" che già si stanno facendo da un po’.

Basta alla inspiegabile impossibilità di chiudere un solo progetto, una sola azione.

Basta a chi manovra nell’ombra contro la decisione di unificare le municipalizzate, di qualunque partito sia.

Basta a chi appoggia e ha sempre appoggiato i maghi delle O.P.C.M. che passo dopo passo hanno delegittimato i poteri locali, che non ascoltano le nostre richeste, che non risolvono i nostri problemi.

E basta con l’abitudine degli aquilani di stare a guardare solo per criticare.

La città ha bisogno di pulizia, di onestà, di chiarezza.

La città ha bisogno della stabilità per risollevarsi, ha bisogno che vengano disvelate le manovre politiche, partitiche o anche lobbystiche.

La città deve riprendere ad andare verso il domani.

E tutto questo non saarà possibile con quello che ci riserva il regime commissariale.

Tutto questo non sarà possibile se te ne vai.

A L’Aquila, come dicono in molti, è iniziato un percorso importante. Molti cittadini si sono resi finalmente partecipi della vita pubblica, hanno manifestato la ferma volontà di non arrendersi, di non andarsene dalla città.

In molti si sono riavvicinati alla politica, alla ponderata attenzione per la vita sociale e politica della città.

Ma sono ancora pochi.

Il percorso appena iniziato rischia di morire.

La seconda fase del percorso oggi, più silenziosa, più riservata, si svolge nei gruppi, è fatta di riunioni e considerazioni, analisi e anche elaboraizoni di programmi politici.

Questa porterà alla nuova clase politica. Ma non domani. 

Domani vincerebbero "quegli altri", semplicemente quelli che non governavano, che non hanno colpa di niente.

 

 

a me piacerebbe

1 February 2011

a me piacerebbe, il 13 febbraio, fare anche a l’aquila una bella manifestazione di donne.

le donne del terremoto.
le donne del dopo terremoto
le donne della partecipazione
le donne dei nuclei familiari "accorpati" 
le donne dei traslochi e dei recuperi
le donne dei lutti e della speranza
le donne che lavorano e si fanno in quattro
le donne dei figli sbandati senza una città
le donne dei genitori anziani stanchi e storditi
le donne che non lavorano più
le donne "scoppiate" dei matrimoni rovinati
le donne artigiane che hanno chiuso le botteghe
le donne massaie in 30 metri quadri
le donne dei banchetti delle firme per la legge per l’Aquila
le donne delle riunioni in piazza
le donne sfollate ed esiliate, o peggio con la famiglia smembrata
le donne che hanno dovuto "difendere" i propri posti di lavoro
le donne che hanno difeso le ricchezze della nostra città: le scuole, l’Università, gli Uffici Pubblici Territoriali
le donne della solidarietà e dell’ascolto
le donne che hanno dovuto imparare a spiare negli occhi dei nostri ragazzi le conseguenze del terremoto
le donne che hanno pianto per la fatica nelle tende, negli alberghi, nelle C.A.S.E.
le donne che piangono ricordando quella notte
le donne che piangono la "fortuna di essere vive"
le donne che sanno che non si può restare isolati a parlare sempre solo di sè stessi: le donne che sanno che è una lotta comune, la nostra, una lotta Italiana.
 
Una manifestazione che, nella ricorrenza delle carriole, dia un segnale di lotta comune, non solo locale.
 
Una manifestazione che ribadisca che i nostri problemi sono gli stessi di tutti gli italiani, veramente, solo amplificati dalla situazione di disagio e di perdita di punti di riferimento.
 
Una manifestazione che "superi" le mura crollate della nostra città, e ci consenta di dare la mano alle donne di tutta l’Italia.
 
Se non ora, quando?
 
Francesca

e adesso?

14 December 2010

 … adesso avanti, senza fermarsi.

Non siamo di quelli che hanno visto in Fini un salvatore della Patria, nè abbiamo mai sperato che tolto di mezzo Berlusconi fosse risolto il problema.

Sapevamo, sappiamo, che la strada è lunga, perchè è la politica che va riformata, la nostra civiltà, il nostro modo di vivere.

Ma una cosa è sembrata chiara, secondo me: l’intera Nazione è in piazza, e sta dicendo la sua.

Tutti ormai siamo in piazza, e continueremo a dire la nostra.

Magari senza violenza (in realtà sarebbe necessaria), ma con la massima determinazione.

L’atteggiamento del Premier ci sembra quello di un dittatore in declino, abbandonato ed anzi avversato dai propri alleati, che le prova tutte pur di restare in sella.

Manca la violenza per poterlo definire "colpo di stato" (ma la possibilità di compravendere le persone con vil denaro, è la violenza peggiore di tutte).

Adesso aspettiamo per capire come si vorranno regolare gli alleati (vaticano, banche, mafia), che strada vorranno intraprendere.

Però i cittadini, le imrpese, la forze sociali e sindacali, gli studenti, i pensionati, loro già sanno come regolarsi.

L’importante è non perdere di vista l’obiettivo, che è ovviamente la comune necessità di cambiamento drastico nella gestione della cosa pubblica, nella gestione dell’economia, nel modo di fare le regole.

L’importante è guardare indietro la gloriosa italia che aveva il sistema legislativo migliore e più avanzato, che aveva il livello culturale più alto di tutta l’Europa. E che aveva il popolo più democratico e consapevole.

Prima della televisione.

E se non ci sembra abbastanza, l’importante è costruire una nuova società e una nuova economia che riconosca diritto di cittadinanza all’uomo e alla sua cultura, ai suoi tempi, ai suoi bisogni.

E l’importante è accettare con semplicità come compagni di strada anche quanti, nauseati dalla politica immondizia del PDL e di tutti i suoi poteri di sottogoverno e da tutti i lacchè del Principe, convergono verso il comune obiettivo da diversa formazione culturale, filosofica o politica.

Sarà ora anche di rendere giustizia a quelli che, infangati dalla propaganda di regime qualunquista del "tanto sono tutti uguali", non hanno mai rubato, imbrogliato, colluso, ma anche non hanno fatto carriere facili o ottenuto facili posti di lavoro.

Con il "tanto sono tutti uguali" ci hanno fatto credere che non ci fosse una sinistra, che fosse inutile una sinistra, che il pensiero di sinistra fosse un fallimento.

Quello che oggi sta succedendo, in realtà, diventa comprensibile adottando una visione socialista e di critica al capitalismo.

Da domani, da oggi, siamo tutti in piazza con i giovani che vogliono RIPRENDERSI IL FUTURO.

NON C’è PIù TEMPO!!!!!!!!!!!

 (che speranza c’è che il Presidente della Repubblica prenda atto della votazione di oggi e dei cori ignobili che ne sono seguiti?)

 

aggiungi un posto a tavola!!!!! (speriamo uno solo!)

25 August 2010

 

 

Che strana città! I suoi figli, specialmente quelli migliori, in genere li azzanna ferocemente, fino a stroncarne ogni velleità di resistenza e a divorarli senza pietà. A chi vi si insedia, da qualunque altro luogo provenga, invece, schiude appassionatamente le braccia, offrendo ogni sorta di onori e privilegi e ogni opportunità di lasciarsi spolpare impunemente. Parrebbe una generosa e commendevole disponibilità all’accoglienza, ma non è altro che il frutto avvelenato di un inveterato provincialismo da sottoproletariato incolto e servile, senza ideali, senza attitudini alla progettualità. La casistica, d’antiquariato e d’attualità, è inquietantemente folta e ben lungi dall’essersi esaurita dopo il lacerante trauma sismico del 6 Aprile dell’anno passato. Anzi, la casistica s’infittisce a spron battuto. Da manuale, l’esempio che viene offerto dalla cronaca di queste afose giornate di fine Agosto.

 

Anni fa, un tale, alto e facoltoso dignitario vaticano quanto egregio sconosciuto per l’anagrafe e la fiscalità dell’Aquila, viene cooptato alla presidenza di una tra le più prestigiose istituzioni musicali locali. Passano gli anni e quell’istituzione, mentre capitombola dall’eccellenza nazionale all’anonimato della routine di provincia, vede scricchiolare sinistramente equilibrio e trasparenza dei propri bilanci e rimane invischiata nei torbidi maneggi affaristico-finanziari che nel frattempo hanno ridotto a sagra paesana il più antico e più illustre evento della comunità. Tuttavia, non v’è controllore e non v’è censore che abbia qualcosa da eccepire.

 

L’alto e facoltoso dignitario, nel frattempo, s’è ben radicato, ha esteso contatti e influenza ben al di là degli ambienti musicali e ha potuto agevolmente asservire una considerevole porzione del territorio comunale a sede di un’elitaria attività imprenditoriale, imperniata su un impianto sportivo del genere più snob e esclusivo. Le strutture che accolgono la nuova attività sono immediatamente assurte al rango di luogo d’elezione per l’intreccio e la coltivazione di amicizie e relazioni importanti e poi, puntualmente, hanno fatto da volano alle lottizzazioni immobiliari di prestigio.

 

Ora, vien da considerare come l’antica saggezza contadina veramente non sbaglia un colpo. Si prenda, per esempio, il detto “l’appetito vien mangiando”. In effetti, come si potrebbe immaginare che vi sia, tra coloro che possono, chi voglia mantenersi fuori dal mega-business del dopo-terremoto? Sarà vero oppure no, sarà vaniloquio di maldicenti oppure no, sta di fatto che da qualche giorno il chiacchiericcio da bar e qualche indiscrezione giornalistica vaticinano la nomina di un ulteriore vice commissario alla ricostruzione dell’Aquila. Chiacchiere e indiscrezioni fanno pure nome e cognome del candidato. Un aquilano? Un tecnico di comprovata esperienza specifica? Un manager dal solido curriculum di persona efficiente e perbene? Una personalità carismatica? Sicuramente, uno che aquilano non è: il nome e il cognome che circolano sono quelli dell’alto e facoltoso dignitario di cui sopra.

 

Ancora lui? A quanto pare, ancora lui. D’altra parte, l’eventualità è del tutto ragionevole: uno che aquilano non è, all’Aquila ha porte, carriera e fortuna spalancate. Se la cosa va in porto, c’è poi da immaginare il resto. Un vice commissario è solo la ciliegina sulla torta. Per far la parte di panna, crema, cioccolata, canditi e pan-di-spagna ci vuole un bel po’ d’altra gente. Magari, qualcuno, già aduso a interagire con l’alto e facoltoso dignitario, ha già da qualche tempo previdentemente rinunciato a altri incarichi. Se son rose, fioriranno. Del resto, una canzone di De André dice che è dal letame che nascono i fiori.

 

 

facciamo un gioco: mi piace/non mi piace

18 July 2010

 Inizio con il dire che ci sono alcune cose che non mi piacciono.

Non mi piace che l’editorialista di una testata locale ci dica cosa dovremmo fare (perchè sempre i comitati? i comitati sono una parte dell’Assemblea Cittadina, non ne sono il 100%, ma neanche il 50%), ripetendo quello che è stato già detto in assemblea un mese fa, e quindi elaborato come autonomo pensiero dai cittadini.

Non mi piace che lo stesso trucco venga usato da Stefania Pezzopane, che in televisione va a riportare come fossero parole sue e idee sue tutte le analisi fatte "ad alta voce e in pubblico" da mesi dai cittadini sotto il tendone (mesi durante i quali lei avrebbe avuto tempo e potere per fare qualcosa per la città).

Non mi piace che si faccia il giornalismo sui nostri comunicati stampa, o sulle dichiarazioni "riservate" (su fb) di un singolo.

Non mi piace che tutti i politici cittadini continuino ad ignorare l’Assemblea Cittadina, salvo poi ancora non aver fatto niente di quello che compete loro, ma che i giornali locali siano pieni di dichiarazioni false e strumentali, giocando sulla disattenzione dei più e credo anche sulla stanchezza di tutti, rese sempre nel consenso di una stampa che non fa nessuna  domanda, che non incalza la verità.

Non mi piace chi fa politica su facebook: io parlo con i miei amici, tu  parli con i tuoi …….. e il confronto, lo scambio di idee, l’interazione, le alleanze, la tolleranza, l’ascolto di chi non la pensa come me come mezzo indispensabile per capire se io sbaglio o sono nel giusto?

Non mi piace chi fa il grillo parlante, stando fuori dalla mischia (oooops!!!!!!!! dimenticavo il carattere degli aquilani, veri campioni nella specialità!)

Non mi piace che la classe politica locale non abbia un suo progetto, ma venga a rubare il nostro, curiosare in assemblea, incapace perfino di capire quello che diciamo.

Non mi piacciono le assemblee dalle quali si vuole a tutti i costi tenere fuori la politica, evitando così l’analisi e l’approfondimento dei problemi: restiamo in superficie, li sfioriamo, non riusciamo a compiere analisi approfondite (che tra l’altro richiedono tempo!!). Ci neghiamo il dibattito e ci limitiamo a delle esternazioni.

Non mi piace chi viene solo in assemblea e non partecipa al lavoro dei tavoli, di nessun tavolo, dove invece i dibattiti c’è tempo per farli, le analisi, gli approfondimenti. I tavoli sono nati come strumento di studio e di analisi dei problemi e di crescita della consapevolezza (dato che per ragioni diverse in assemblea si parla di cento cose: Sembriamo tutti d’accordo, in realtà ognuno porta la sua istanza e sommariamente si consente o no). 

Ci sono cose che mi piacciono.

Mi piace darmi da fare per risolvere i nostri problemi, cercando di chiarire all’interno dell’Assemblea, nel confronto democratico di chi parla guardandosi negli occhi e si scontra anche da posizioni differenti.

Mi piace aver incontrato alcune persone che non restano arroccate sui loro punti, nutrendosi di narcisistica autoreferenzialità, che sono disposte a confrontarsi sui problemi e a rinunciare ai propri pregiudizi nel dialogo. Persone laiche che non hanno paura degli altri, non temono di doversi sempre difendere.

Mi piace incontrare la gente dell’Aquila negli sperduti luoghi del day after, affrontarne la diffidenza, a volte anche il velato disprezzo iniziale, e poi scoprire che è la solitudine in cui siamo stati costretti a renderci diffidenti.

Mi piace ascoltare il punto di vista delle associazioni di categoria datoriale e scoprire che non sanno come affrontare i nostri stessi problemi, gestori di un potere che non hanno più nell’era del primato dei partiti.

Mi piace capire che il cammino è molto più lungo di quanto pensiamo, e quindi il viaggio che faremo insieme sarà lunghissimo.

Mi piace camminare al fianco di cittadini generosi, che regalano il proprio tempo e soldi e lavoro per investire in obiettivi che condividono (quale partito o partito-travestito-da-finta-associazione avrà mai supporters così!!). Mi riconosco.

 

 

Viaggio tra le macerie de L’Aquila

19 June 2010

Articolo di lastampa.it

Viaggio tra le macerie dell’Aquila

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Il velo delle tasse e il tabù dello sviluppo

7 June 2010

 

di Alberto Bazzucchi

 

Nella mitologia indù il velo di Maya separa gli esseri individuali dalla conoscenza della realtà e li tiene relegati nel samsara, il continuo ciclo delle morti e delle rinascite. Il rischio delle popolazioni terremotate del 2009 sta esattamente in ciò: nel considerare la restituzione delle tasse come un velo inespugnabile, gravoso, soffocante. Una visione opprimente che inevitabilmente distoglie da un’altra fondamentale domanda: come riprendere e su quali basi un qualche sentiero di crescita e con quali risorse? Fare “come Umbria e Marche” si dice. E se invece no? Se provassimo a rovesciare questo paradigma con uno scatto culturale, prima ancora che economico, una battuta in controtempo verso la dottrina del dilazionamento e del paternalismo istituzionale. Non sarebbe un cortocircuito benefico fuori dalle retoriche della rinascita, dei palliativi, degli infingimenti di ogni governo centrale o locale?

 

Se nulla cambia nel frattempo, l’art. 39 del Decreto legge 31 maggio 2010 n. 78 ci comunica chiaro chiaro che dal prossimo luglio riprendono tutti gli adempimenti fiscali e contributivi dei residenti del cratere secondo le modalità previste, eccezion fatta per i redditi d’impresa e da lavoro autonomo con un volume d’affari inferiore a 200 mila euro (cioè una buona parte). Una gran mazzata. Allo stato delle cose, inaccettabile. Ma il trattamento concepito per Umbria, Marche e Molise è, esso stesso, accettabile? Un dilazionamento di anni per il ristoro del debito con sensibile sconto, l’estensione d’ufficio degli incentivi, nel caso del Molise, da pochi comuni fino a ricomprendere come per incanto l’intera regione. 

 

E sì, un bel modello il Molise. Diamo un’occhiata al dossier dell’associazione Primonumero di Termoli dal titolo “Il terremoto cinque anni dopo” che in varie puntate ci racconta lo squallore, in salsa molisana, dello sperimentato ménage dei fondi pubblici nel nostro paese. L’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3268 del 12 marzo 2003, molto ispirata dal Commissario straordinario per l’emergenza sisma e alluvione, conteneva un articoletto, il 15, in cui si diceva che la Regione avrebbe predisposto “un programma pluriennale di interventi diretti a favorire la ripresa produttiva nel territorio della regione Molise ….”. Con un tratto di penna un piccolo cratere di appena 14 comuni, un’area che l’annuale rapporto della Banca d’Italia locale descriveva come “prevalentemente collinare, caratterizzata da un’economia a forte connotazione rurale, scarsamente industrializzata, con centri abitati a bassa densità di popolazione”, assumeva, dopo un primo allargamento a tutti gli 84 comuni della provincia di Campobasso mediante un altro decreto del 2003, le dimensioni dell’intera regione Molise.

 

Un modello di successo, in ogni caso, visto che il 2 giugno scorso Angelo Caruso, vicesindaco di Castel di Sangro, con l’assenso di tutti gli altri centri abruzzesi confinanti con il Molise, ha incontrato alcuni rappresentanti della provincia di Isernia col progetto di integrare 13 comuni dell’Alto Sangro nel territorio del Molise in forza delle loro “affinità culturali, sociali ed economiche”. Una secessione veramente sui generis. Ma che c’è da emulare in tutto ciò? Non è proprio l’uso populistico, dissennato e irresponsabile, del denaro pubblico che sta alla base dell’attuale dissesto finanziario di questo paese? E di conseguenza della necessità, tutta e solo nostra, di dover oggi strappare con le unghie un euro alla volta per la ricostruzione in uno stillicidio estenuante, questo sì iniquo e insopportabile? 

 

È evidente che così come è stato formulato l’art. 39 della manovra di bilancio si tradurrebbe in un inutile accanimento. Una proposta alternativa potrebbe vedere una proroga della sospensione, per tutti i soggetti, fino alla fine del 2010 e poi uno svolgimento tipo il seguente: 1) il debito pregresso, annualità 2009 e 2010, viene restituito a partire da gennaio 2011 in 120 rate, cioè in dieci anni; 2) i versamenti correnti da gennaio 2011 avvengono al 50% del dovuto per tre anni, nel quarto e quinto anno al 70%, dal sesto anno in poi avvengono normalmente. Una sorta di phasing out dinamico, che consentirebbe di onorare il debito ma anche dare respiro alle proprie tasche e all’economia locale. Una soluzione di mercato, non assistenzialista. Sopportabile, sia per il lavoratore dipendente che per quello autonomo. Un esempio: un lavoratore dipendente con un reddito netto mensile medio di mille e 300 euro paga ogni anno circa 6 mila euro di tasse, quasi 500 euro al mese. Il suo debito 2009-2010, ammontante dunque a circa 12 mila euro, dovrebbe essere restituito in 120 (magari più) rate di 100 euro ciascuna. Inoltre, il debito corrente sarebbe pagato al 50%, dunque circa 250 euro mensili. Sommando i due importi avremmo un totale di quasi 350 euro al mese per almeno tre anni (il 30% in meno del regime ordinario).

Ci sarebbero da aggiungere due notazioni nient’affatto secondarie. 

La prima riguarda il fatto che lo Stato rinuncerebbe in questo modo ad una frazione davvero modesta dei 197 milioni di euro di minore entrata previsti per il 2010 e dei 154 per il 2011 dovuti alla dilazione e rateizzazione dei pagamenti per le popolazioni terremotate dell’Abruzzo.

La seconda è che questo regime avrebbe anche l’effetto indiretto di contenere l’evasione fiscale e di favorire un’emersione parziale del sommerso (se fosse accompagnato anche da misure di incentivazione per il risparmio energetico, di compatibilità ambientale e così via). Sotto il profilo della diligenza fiscale andrebbe aggiunto che gli aquilani, intesi come provincia, hanno storicamente dimostrato una condotta integerrima relativamente a tutti gli altri italiani. Uno studio del 2006 dell’Agenzia delle Entrate colloca infatti l’Aquila al primo posto tra le province italiane nella graduatoria per entità (crescente) dell’evasione Irap, con appena 226 milioni di euro (Teramo e Pescara oltre 1 miliardo, Chieti 1 miliardo e 400 milioni di euro) e al terzo per l’intensità del fenomeno evasivo (appena il 6%, mentre Chieti, Teramo e Pescara si collocano tra il 40% ed il 50%). Insomma, almeno uno sconticino per buona condotta potremmo meritarlo, o no?

 

Tutto questo discorso sulle tasse porta diritto alla Zona Franca e simili che corrono sugli stessi binari. Il Decreto sulla manovra finanziaria contiene due norme che usano la leva fiscale per attirare le imprese a investire nel Mezzogiorno e, quelle estere, in tutta Italia. La prima norma introduce la possibilità, per alcune regioni del Sud compreso l’Abruzzo, di modificare le aliquote Irap “fino ad azzerarle e di disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni nei riguardi delle nuove iniziative produttive”. Una fiscalità di vantaggio simile al regime previsto dalla Zona Franca Urbana. Sembrerebbe bene. Tuttavia, è difficile immaginare che una regione come l’Abruzzo, al pari di altre del Mezzogiorno con un prorompente disavanzo sanitario, abbia oggi risorse per attivare una concorrenza fiscale nei confronti delle altre aree con lo scopo di attirare nuove iniziative. Guardiamoci negli occhi: anche assumendo che la concorrenza fiscale sia di stimolo alla crescita produttiva è tutto da dimostrare se, data la situazione di arretratezza, carenza di infrastrutture, degrado e caos istituzionale, sia sufficiente abolire l’Irap o altre imposte per compensare i maggiori costi che un investitore deve sostenere per avviare un’attività. Il rischio è quello di avere una “fiscalità di vantaggio”, come l’ha chiamata il Governo, fine a sé stessa ma non una “fiscalità di sviluppo” come invece dice la delega sul federalismo.

 

Eccoci dunque al nodo delle risorse. La Japan Tabacco International, una fondazione nata nel 2001 per sostenere le popolazioni colpite da catastrofi naturali, nel novembre 2009 ha offerto una donazione di 1 milione di euro al Formez per una serie di attività di supporto agli enti locali e in particolare al Comune dell’Aquila: si chiama progetto GEA. Alcune azioni consistono in corsi di formazione per tecnici sulla progettazione anti sismica e nell’assistenza alla popolazione aquilana in ordine a tutta una serie di fabbisogni. Poi vi sono azioni di supporto al Suap e a favore della business continuity con il corredo di programmi informatici per la georeferenziazione. In aggiunta a ciò, l’art. 6 dell’Ordinanza 3870 del 21 aprile 2010 ha autorizzato il commissario delegato per la ricostruzione a stipulare apposita convenzione con Formez nel limite di euro 600 mila per la prosecuzione di queste sue attività. Recentemente il Formez ha aggiornato il suo crono programma di cose realizzate e da fare, e sicuramente c’è del buono in quello che ha fatto, ma 1 milione e 600 mila euro sono tanti. Qualche perplessità è pur lecita in merito alla proporzione tra cose realizzate, quelle da fare e costo relativo. Due esempi: se è noto che sul GIS si stanno esercitando una molteplicità di soggetti, perché non coordinarsi? Coinvolgendo, a fronte di quella cifra, professionalità locali e soprattutto giovani? In ultimo, ma è solo una curiosità, è davvero il Suap dell’Aquila ad essere stato supportato o quello di qualche altro comune? Perché, come in molti hanno notato, il Suap dell’Aquila assomiglia più alle malebolge che a un’area strategica per il futuro della città. E l’analisi sui settori “connotati da possibilità di sviluppo”? E l’individuazione dei “settori innovativi” su cui investire? E gli altri pezzi del lungo elenco che doviziosamente i funzionari del Formez ci novellano, li possiamo vedere? Hanno qualcosa a che vedere con elaborati di Confindustria, Camera di commercio, associazioni categoriali e sindacali, che pur si sono espresse sul rilancio della città? Sono state definiti di concerto col Comune? Così si corre il rischio di dissipare risorse (scarse) senza alcuna conoscenza della loro efficacia ed efficienza.

 

Il velo delle tasse impedisce di distinguere i fattori distorsivi che tormentano il faticoso tentativo di restituirci una normalità. Sottrae anche energie alla giusta battaglia per la certezza delle risorse. Ma, soprattutto, ci allontana da una discussione sana e non fideistica sui reali fattori di crescita della città e del suo territorio. 

 

 

 

 Banca d’Italia, Note sull’andamento dell’economia del Molise 2002, Campobasso 2003.

 Servizio studi del Servizio bilancio dello Stato, Nota informativa 2010-2012, Doc. XXVII, n. 19, febbraio 2010.

 S. Pisani e C. Polito, Analisi dell’evasione fondata su dati Irap. Anni 1998-2002, Agenzia delle Entrate, Documenti di lavoro dell’ufficio studi, 2006.

 L’intensità dell’evasione fiscale si ottiene rapportando l’ammontare di base imponibile sottratta allo Stato alla base dichiarata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROVIAMO A SPIEGARCI

16 May 2010

E’ già da qualche tempo che l’assemblea cittadina sta riflettendo su quello che potrebbe rivelarsi il secondo terremoto per la città dell’Aquila: il problema economico, in senso lato, includendovi gli aspetti finanziari, tributari e fiscali, dell’occupazione e del mercato.

Riflettendo sullo “status quo” e su quello che dovrebbe succedere dopo il 30 giugno, ultimo giorno di sospensione degli adempimenti fiscali, si è aperto un valido dibattito, anche con pubblicazioni sui giornali locali e sui blog, a cui ha partecipato l’intera assemblea, demandando ad un tavolo apposito lo svisceramento del problema, ma anche organi esterni all’assemblea quali Mons. Molinari, il dott. Bazzucchi, ricercatore del CRESA, il dott. Ettore Perrotti, presidente dei giovani commercialisti, Luigi Fabiani, tributarista, l’assessore Roberto Riga ed altri, a dimostrazione dell’importanza del problema e dell’impellenza di trovarvi soluzione.

In parte, l’approvazione dell’istituzione della Zona Franca Urbana da parte del CIPE, alleggerisce gli effetti del problema almeno nel suo aspetto fiscale, ma ne sospendiamo il giudizio in attesa del regolamento attuativo e della definitiva consacrazione.

Restano in piedi alcuni grossi aspetti, alcuni corollari alle tasse altri autonomi, che riguardano tutti i cittadini aquilani. L’assemblea ne ha evidenziato alcuni ritenuti più importanti per la loro portata e per l’impatto che potrebbero avere sulla città che viene da un anno ad economia ridotta, ed ha stilato la seguente

PIATTAFORMA DI RICHIESTE

1) Detassazione e decontribuzione dei redditi dei residenti nel cratere e successiva restituzione in dieci anni al 100% senza maturazione d’interessi (questa parte potrebbe essere in parte soddisfatta dall’introduzione della Zona Franca, a condizione che quest’ultima preveda una pari dignità di agevolazioni per le imprese di nuova istituzione e per quelle esistenti al 6 aprile 2009, una pari dignità per i nuovi assunti e per quelli che già lavoravano ante sisma, in uno che non crei una scorretta concorrenza interna a favore delle nuove aziende e a discapito delle già martoriate aziende pre-esistenti e che sia estesa anche ai pensionati, ai lavoratori dipendenti siano essi di aziende pubbliche che private, ai professionisti, agli artigiani, ai commercianti ed alle piccole imprese.)

2) Congelamento per cinque anni (senza maturazione d’interessi o sanzioni) delle imposte e dei contributi iscritti a ruolo (Equitalia) a qualsiasi titolo e pagamento nei successivi 10 anni al 100% delle somme iscritte antecedentemente al 6 aprile 2009 (questo aspetto, assolutamente non previsto da nessuna normativa, sarà il più impattante e doloroso per molti operatori economici dell’Aquila ed anche per tutti coloro che hanno iscritte a ruolo cartelle a vario titolo – ICI, TOSAP, TARSU, Contravvenzioni, INPS, INAIL, Imposte e tasse, Contributi ai Consorzi di Bonifica, etc. – ai quali gli agenti riscossori di Equitalia cercheranno di recuperare, a volte con strumenti coercitivi quali il fermo amministrativo o l’ipoteca sugli immobili, somme che pare assommino a decine di milioni di euro – sarebbe opportuno che qualcuno ci dicesse quanti sono.)

3) Cancellazione delle iscrizioni nelle banche dati interbancarie (CRIF, CRIC, CAI, Centrale Rischi Banca d’Italia, etc.) delle segnalazioni successive al 6 aprile 2009 e cancellazione dei protesti dal registro delle CCIAA (questo problema, sorto a seguito dell’impossibilità di poter pagare in mancanza di alcun reddito, crea un problema diretto – impossibilità di accedere al credito per riattivare l’azienda – ed uno indiretto –essere inseriti in banche dati che poi vengono conservate per anni e che vengono utilizzate nella valutazione commerciale dell’azienda, anche dopo aver regolarizzato la posizione.) 

4) Congelamento dei mutui immobiliari fino alla data di riutilizzo del bene (è oltremodo immorale pagare le rate di un mutuo immobiliare garantito da un immobile non utilizzabile e, in alcuni casi, a tutt’oggi con futuro incerto in relazione alla sua riparazione, ricostruzione o demolizione, sempre in considerazione del fatto che molti operatori non hanno un reddito per poter pagare e non dimenticando che spesso il sistema bancario ha fatto ricorso al mutuo garantito da ipoteca per “chiudere” posizioni commerciali, ovvero per acquisire una garanzia reale a fronte di debiti aziendali.)

5) Congelamento di finanziamenti, prestiti, mutui chirografari e castelletti commerciali di ogni tipo fino ad un massimo di 5 anni con possibilità di rinegoziazione proposta da entrambi i contraenti (non unilateralmente da parte delle Banche)( è corollario di quanto detto per i mutui immobiliari ma inserendo anche le società finanziarie, le società di leasing e gli operatori finanziari che a vario titolo ruotano intorno alle aziende. Questo problema, come anche il precedente, deve essere portato all’attenzione del Prefetto in quanto responsabile dell’Osservatorio anti usura e del credito, altrimenti scoppierebbe una piaga che solo in parte a L’Aquila è contenuta.)

6) Creazione di un “confidi di stato” (FINTECNA) per agevolare l’accesso al credito (è il logico ultimo passo per consentire alle aziende di poter accedere al credito ed autofinanziarsi per ripartire, con una forma di prestito garantito da soggetto esterno in una percentuale dell’80%, sulla base di un business plane e di una capacità restituiva congrua.)

7) Sospensione per 5 anni del versamento dei contributi INPS e loro accreditamento figurativo, con restituzione nei successivi 10 anni senza maturazione di interessi o sanzioni e con rilascio del DURC per chi sottoscrive il piano (questo aspetto, delicato per alcune aziende, consentirebbe di poter pianificare il versamento dei contributi che non dovessero godere delle eventuali agevolazioni previste dalla Zona Franca: si pensi al paradosso per cui le nuove assunzioni godrebbero dell’esonero del versamento dei contributi, e le aziende che, nonostante il terremoto, non hanno licenziato i propri dipendenti, si vedrebbero costrette a pagare tutto!)

8) Normativa comunale sugli affitti e le locazioni (questo aspetto è necessario in quanto gli operatori economici hanno grosse difficoltà a trovare locali con affitti “normali” per cui, pur di ripartire, stanno pagando canoni molto più alti di quanto pagassero prima ed inoltre è in aperto contrasto con lo spirito della Zona Franca, perché i nuovi investitori non hanno l’anello al naso: chi pagherebbe capannoni  o locali commerciali ad un prezzo superiore ai 10 euro/mq? Basterebbe che il Comune, sulla base dei dati rilevati dall’Osservatorio dei prezzi presso la C.C.I.A.A. dell’Aquila nel trimestre precedente il sisma, emanasse una normativa.)

9) Sospensione della riscossone da parte del Comune dei tributi locali (dando l’esempio il Comune, non solo non perderebbe il credito, ma avrebbe la certezza della riscossione in un periodo più lungo: cinque anni di congelamento e riscossione, certa, nei successivi dieci anni.)

10) Rivisitazione e modifica del correttivo territoriale degli Studi di Settore (l’Agenzia delle Entrate ha la possibilità di rettificare il parametro del Cluster territoriale degli Studi di Settore e quindi rendere più veritiera la situazione economica dei paesi del “cratere”, senza dover obbligare i contribuenti a strane cabale per far capire che non c’è un soldo.)

11) Censimento dei disoccupati, inoccupati e posizioni precarie o soggetti che godono di ammortizzatori sociali temporanei (è necessario sapere l’effettiva consistenza della situazione occupazionale della città dell’Aquila, oltre i dati aggregati, per capire cosa è successo ai cittadini a seguito del terremoto: chi ha smesso di lavorare come dipendente ed ha aperto un’attività, chi se ne è andato, chi è riuscito a “riciclarsi” magari nell’edilizia, etc.)

Alla luce di quanto sopra,l’assemblea ha deciso di aprire uno sportello informativo dove vengono raccolte le firme sulla piattaforma di richieste, ma dove vengono anche raccolti, nel rispetto della privacy, i dati e le problematiche, e laddove opportuno, attivate forme di tutela collettiva dei diritti. Lo sportello sarà di volta in volta nei nuovi quartieri e raccoglierà le firma anche in alcuni punti vendita che verranno comunicati.

Per martedì 25 maggio stiamo organizzando un incontro con il Prefetto, il direttore dell’INPS, dell’INAIL, dell’Agenzia delle Entrate, di Equitalia, dell’ABI, della CCIAA dell’Aquila, con il Sindaco, il Presidente della Provincia e della Regione. Speriamo anche con il ministro Tremonti.

Per giugno si sta organizzando una grossa mobilitazione a Roma per difendere i nostri diritti.

Queste richieste possono essere estese a tutto il “cratere”, al contrario della Zona Franca che prevede i suoi benefici solo al territorio del Comune dell’Aquila, sbattendo la porta in faccia ai nuclei industriali di S. Demetrio, Fossa, Poggio Picenze, Scoppito ed a tutti gli abitanti e gli operatori commerciali dei comuni limitrofi all’Aquila, che hanno subito, quanto noi, il terremoto.

Come si può vedere, non si chiede elemosina o stravolgimenti dello stato di diritto, ma una moratoria di cinque anni, necessari per ripartire autofinanziandoci e senza far perdere allo Stato, agli Enti ed alle Banche nessun credito, ma solo posticipandone la riscossione; riscossione che oggi sarebbe mortale per l’economia locale e, a conti fatti, esigua per i creditori per mancanza di materia prima: i soldi. 

Luigi Fabiani

 

Scandalo nel mondo del calcio!!

6 March 2010


Questa sera allo Stadio Olimpico di Roma c’è l’anticipo del campionato di serie A di calcio tra Roma e Milan.

In testa al campionato, con un ruolino di marcia eccezionale, c’è l’Inter di Mourinho: grande istrione, non si può negare che però la ragione è dalla sua parte: ha battuto in nove contro undici il Milan, viene accusato di non fare un gioco spettacolare, ma la sua squadra segna in tutti i modi, chiunque stia giocando in quel momento.

Il campionato, in base al risultato dell’incontro di questa sera, può essere riacceso o definitivamente spento: infatti, se vincesse il Milan rimarrebbe a soli 4 punti dalla capolista, altrimenti l’Inter prenderebbe definitivamente il volo.

Il Consiglio direttivo della Lega Calcio si riunisce d’urgenza e, al fine di garantire che lo spettacolo continui e che tutti possano seguitare a tifare per la propria squadra sperando di vincere lo scudetto, decide che gli arbitri, solo per l’incontro di questa sera, si devono attenere ad un decreto interpretativo riassunto in questi punti:

1) Può giocare con il Milan qualsiasi giocatore si trovi in prossimità dello Stadio o che dimostri di esserci stato durante l’orario dell’incontro, anche se non tesserato con il Milan.

2) Se un giocatore è leggermente in fuorigioco, 1 o 2 metri, non bisogna interpretare la cosa in maniera restrittiva, ma bisogna garantire lo spettacolo, per cui in caso di goal, va convalidato premiando l’intenzione.

3) In caso di vittoria della Roma, la partita deve essere annullata.

Pierre Frédy, barone de Coubertin, nel rispetto del principio che “L’importante non è vincere, ma partecipare”, firma il decreto interpretativo.

Non sono contro il Milan, è il “caso” che vuole che questa sera si giochi questo incontro.

Ma cosa direbbero i tifosi di tutte le squadre se quanto detto sopra fosse vero? Avrebbe o no ragione Mourinho a mostrare il gesto delle manette?

Ebbene, questo è avvenuto ieri per le elezioni regionali: il governo, espressione delle liste estromesse per irregolarità dalle elezioni regionali, si auto-assolve e vara un decreto interpretativo che stravolge ogni fondamento legale e butta a mare anni di leggi e regolamenti che hanno garantito la democrazia in Italia; il Presidente della Repubblica, Napolitano, firma il decreto.

Evviva Mourinho! 

 

Luigi Fabiani

6 marzo 2010


come si fa a dimenticare?

6 March 2010

 

OPERATORE – TERREMOTO – MORTE

di Marco Busolini

 

Marco Busolini è nato a Roma il 10 dicembre 1959. È volontario della Croce Rossa Italiana ed in particolare appartiene alle squadre SSEP Squadre di Supporto nell’Emergenza Psicologica. E’ intervenuto a L’Aquila nei primi giorni del terremoto, ed in più riprese successive. Si riporta di seguito un suo scritto in merito a quei primi giorni.

 

Il nostro vivere quotidiano che si apre ai nostri occhi, con la sua storia di guerre e sopraffazioni, ci induce a riflettere sul valore del morire, ma ancor prima sul significato che attribuiamo alla vita. Difficile pensare che si possa ancora parlare di vita e morte come di una dialettica pura, spesso le due cose si confondono: si vive come in un incubo mortale o si muore senza neanche accorgersene.

Sono le 3,32 della notte del 6 aprile 2009, sto dormendo con mia moglie nella tranquillità del mio letto, della mia casa, con i miei gatti quando all’improvviso il tremore del letto ci sveglia, la spalliera del letto sbatte contro il muro, tutti i mobili tremano ed i gatti scappano rifugiandosi sotto il letto. Non riesco ad alzarmi, il tremore non mi fa muovere, mia moglie che mi strattona il braccio e poi la calma…

Dico a mia moglie: “è stata una bella scossa e se l’epicentro non è Roma vedrai che arriverà una telefonata, preparati, se mi chiamano parto”. Arriva immancabilmente un messaggio sul telefonino, richiesta di disponibilità a partire causa forte scossa di terremoto nell’area aquilana. La richiesta è da parte della Croce Rossa Italiana, immediatamente allertata, presentarsi presso la sede centrale di Via Ramazzini a Roma, partenza immediata con le squadre SSEP, squadre appositamente formate per il supporto psicologico nell’emergenza. Comincio a preparare la mia roba e la mia mente, rassicuro mia moglie, non starò via molto, la prima squadra che interviene deve restare al massimo tre o quattro giorni poi viene sostituita obbligatoriamente, non preoccuparti ti chiamo appena mi sistemo ora torna a dormire.

Ci sentiremo dopo tre giorni.

Arrivo a L’Aquila con la squadra CRI del supporto psicologico, ci dirottano immediatamente al campo principale che è stato allestito in Piazza D’Armi. È un continuo andare e venire di persone, di mezzi, si danno tutti da fare, le facce dei superstiti sono quelle di allucinati, chi va chi viene. Hanno allestito il PMA (Posto Medico Avanzato), è qui che arrivano tutti, anche noi del supporto psicologico. Ci mettono a sistemare su delle barelle dei feriti in attesa di essere visitati dai medici, la nostra psicologa responsabile si presenta al medico coordinatore di quella “metropolitana” di feriti e sbandati, una volta capito chi siamo veniamo nuovamente dirottati laddove c’è più bisogno di noi, la chiameremo la tenda dei codici neri. È qui che vengono portate le prime vittime. Al nostro arrivo ce ne sono dodici, messe tutte in sacchi, teli, o qualsiasi altra cosa che sia servita per trasportarli, in comune hanno tutti una cosa, sono morti. Devono essere identificati, decine di “parenti” o probabili tali si accalcano per capire se il loro terrore si debba trasformare nella disperazione di chi ha perso qualcuno, per molti sarà così. Dobbiamo aprire i sacchi, ma non possiamo ogni volta far vedere tutte le vittime a tutti quelli che cercano un loro caro, è un’inutile sofferenza, cerchiamo allora di fare delle schede, intanto ne arrivano degli altri, le schede ci permetteranno di “limitare” la visione della morte laddove non serve, mostreremo le vittime che corrispondono agli aspetti somatici, anagrafici che ci indicano i parenti. Comincio a fare le schede, sesso, età presunta, adulto, bambino, colore dei capelli, colore della pelle, vestiti, segni particolari, tatuaggi, piercing, grasso, magro, alto, basso, luogo di provenienza, apro tutti i sacchi, finisco il mio lavoro.

Nel primo “sacco” c’è un bambino di nove anni, a fianco il suo fratellino e di fronte ai due “sacchi” un altro “sacco” più grande, vi è la madre. La morte li ha presi così come erano nella loro casa, e le macerie li hanno ridotti a dei “cumoletti” di carne e calcinacci, nel sacco non c’è solo il morto c’è anche quello che aveva indosso, quello che il crollo della loro casa ha lasciato nei loro corpi, sono lì davanti a noi così come sono stati trovati, i visi, o meglio quel che ne resta, sono sereni, probabilmente non hanno avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. Non c’è tempo e possibilità di prepararli, la morte che ci si presenta è una morte diretta non preparata, non siamo in una stanza di obitorio dove la salma è “preparata”, vestita, truccata, quasi “pronta” per l’ultimo saluto ai suoi cari. Arriva il nonno dei due bimbi, il papà non si trova, il nonno è un medico ci chiede se può lavare i suoi nipotini, inizia con il fratellino più grande, vacilla, ma va avanti, finisce la sua opera e passa al bimbo più piccolo. Gli apriamo il sacco, quel corpicino aveva 9 anni, ora è un cumolo di macerie e carne, il nonno non regge, crolla, si sente male, lo dobbiamo soccorrere ed allontanare, il dolore è stato troppo forte, non lo rivedrò più. Questi bambini e la loro madre mi sono rimasti vivi nella memoria, in un turno successivo mi hanno portato al cimitero dell’Aquila, dove è stato fatto un memoriale e messe tutte le vittime del terremoto, i primi loculi che vedo sono proprio di loro, non ci sono più quei corpicini distrutti ma due splendide fotografie di due bambini bellissimi, l’emozione mi travolge, non riesco neanche a parlare, devo andar via.

Mi sento fagocitato in un paesaggio dantesco. Il nostro compito è da subito gestire. Ma cosa dovevamo gestire? La vita era rimasta sospesa alle 3.32 della notte, e chi aveva subito il tocco della morte veniva portato nella tenda per i codici neri e noi eravamo lì. I corpi vanno gestiti, ti devi organizzare per riuscire a rispettare il più possibile sia il defunto nonché i parenti che vengono a cercarli. La morte non si ferma al corpo inanimato messo dentro un telo ma, continua la sua opera distruttiva nei confronti dei parenti che vengono e dei volontari che partecipano alle attività di riconoscimento delle vittime. È un continuo crescere emozionale che deve essere in qualche modo smaltito. Dopo una giornata alla tenda del dolore ci dirottano alla casa dello studente, ci sono ancora persone vive che i vigili del fuoco stanno tentando di tirare fuori ma, ci sono anche i familiari e gente che non centra nulla e i giornalisti e le macchine fotografiche e le telecamere, non ci sono solo più delle persone che stanno sperando di rivedere i loro cari ma anche la macchina mediatica che rivendica il suo ruolo. Abbiamo la fortuna di stare vicino ad un pulmino della RAI che è carico di generi alimentari, riusciamo a sfamare i parenti, almeno chi di loro riesce a mangiare, piove, fa freddo e la notte è lunga, davvero lunga, sarà una notte lunghissima.

Dopo la prima giornata passata ad assistere i familiari nella tenda dei codici neri e la notte alla casa dello studente è quasi l’alba quando andiamo alla caserma degli alpini, ci aspetta una tenda ed una brandina. Passano poche ore ed ecco che ci chiamano, dobbiamo andare a Coppito, presso la caserma della Guardia di Finanza, lì vi hanno allestito un obitorio nell’autorimessa, le vittime cominciano ad essere diverse ed anche l’afflusso dei parenti è notevole. Arriviamo sul posto e cominciamo subito ad accompagnare i parenti al riconoscimento dei propri cari. Le bare sono poche, la maggior parte dei corpi è avvolta in coperte o lenzuola. Si entra dagli uffici e si esce dal portone centrale della rimessa. Un circolo di vita e di morte, dove si entra con la speranza di non riconoscere nessuno e si esce con la disperazione di chi ormai ha la certezza che la morte è confermata. È un continuo andirivieni di ambulanze ma, al contrario di quanto succede normalmente nei servizi di emergenza in ambulanza, questa volta non c’è la speranza che chi stai portando possa essere curato e salvato, in questo caso hai la certezza che chi stai portando è morto.

Vedo le facce di quei volontari, sono distrutte, stanche, affrante ma piene di dignità e rispetto per quei corpi che stanno portando. Molti sono del posto, a volte portano parenti, amici, ma non mollano, sono due giorni che non dormono, arrivano a sirena spiegata, di fronte il portone dell’autorimessa le spengono, entrano in retromarcia e si fermano. Aprono il portellone posteriore e consegnano il loro carico, a volte più di una salma alla volta. Come chi trasportano anche loro sono sporchi, pieni di polvere, consegnano il loro carico dando quelle poche informazioni che sono riusciti ad avere, luogo di provenienza, sesso, età presunta, eventuale nominativo dato da parenti o amici presenti al momento del recupero. Le informazioni vengono date ad un ufficiale di polizia che le appunta su un modulo e poi riscritte su di un foglio che verrà messo sul lenzuolo o sacco, sarà la carta di identità di quella persona. A fianco dell’ufficiale c’è un suo collega che fa le foto della salma, ovvero di quello che ne resta, di tutti quei particolari che potrebbero essere di aiuto nel riconoscimento, un piercing, un tatuaggio, un gioiello, una particolare conformazione fisica, un vestito. È straordinaria la professionalità di queste persone, della loro freddezza, chissà quante volte hanno fatto simili foto, mi sembra come se si stesse facendo un book a delle modelle, solo che non è così.

Un lato dell’autorimessa è stato approntato come deposito per le bare. È lì che, una volta riconosciuti ufficialmente i corpi, questi vengono messi nelle bare, queste non si chiudono subito, si aspetta a chiuderle, i coperchi sono solo appoggiati sopra, capirò dopo il perché. Dopo averli messi nelle bare e riconosciuti da qualche parente, c’è sempre qualche familiare o amico che vuol dare l’ultimo saluto. C’è chi li vuole vedere e toccare per l’ultima volta, chi porta una medaglietta, chi un rosario, chi delle foto, chi un semplice oggetto che li legava emozionalmente. Mi è rimasta impressa una vecchietta che aveva con sé un crocefisso, lo voleva mettere sulla bara del suo parente ma occorreva un trapano, delle viti, o magari semplicemente dei chiodi, la realtà del terremoto si percepiva anche da questo, non si aveva più neanche un chiodo per fissare un crocefisso. Molte persone che venivano ad identificare i loro cari non avevano con sé più nulla, avevano perso tutto, non avevano più neanche un documento per dimostrare chi fossero, nel perdere tutto avevano perso anche la loro identità ma non la loro dignità. Intanto l’immagine della morte cambia, si passa da una morte cruda ad una morte semi preparata. La bara fa sì che si rientri in quell’immaginario collettivo che si ha del defunto. Il morto deve stare in una bara, deve “riposare” deve essere in qualche modo protetto.

È il terzo giorno e mentre ci avviciniamo a Coppito, siamo lungo la strada che porta alla caserma, ci colpisce qualcosa, è l’odore, l’odore che si sente nell’aria, è un odore a cui non siamo abituati ma che da ieri conosciamo benissimo, è l’odore della morte. Non si pensava che la morte potesse avere un odore così pregnante, ci rimane addosso, nei vestiti anche nei giorni a seguire. Arriviamo all’autorimessa e notiamo che è stata lavata, è un odore differente, di detersivi e disinfettanti, nel frattempo è arrivato un enorme autotreno e, mentre mi trovo ad accompagnare dei parenti ad un riconoscimento, gli autisti del camion aprono le portiere, sono tutte bare, decine e decine di bare, la conferma della morte e del suo trasformarsi. All’ingresso dell’autorimessa sono stati messi degli elenchi con il nome delle salme ed il loro numero di bara, è incredibile mi ricorda gli esami di quando andavo a scuola, promosso bocciato, ora vivo o morto. L’odore è di nuovo insopportabile, ora si aggiunge anche quello del piombo che viene usato per sigillare le bare, le ambulanze sono diminuite, siamo giunti al terzo giorno, dobbiamo andare via, dobbiamo essere sostituiti, è obbligatorio non possiamo rimanere di più. Aspettiamo la squadra che ci deve sostituire nel piazzale antistante all’autorimessa, continuiamo a lavorare, a stare vicino ai parenti, ad accogliere chi ha riconosciuto i propri cari. Vicino a me c’è la madre di Sara, una studentessa che è morta nella “casa della morte”, così ribattezzata dopo l’evento, l’hanno trovata insieme al suo ragazzo anche lui morto nel crollo. La madre e tutta la famiglia di Sara ha atteso l’arrivo dei genitori di lui, vengono dal sud Italia. Ora le due famiglie sono insieme, mi chiede di accompagnarli al riconoscimento, i corpi di Sara e del suo fidanzato sono stati messi vicino l’uno all’altra, uniti nella morte così come lo erano nella vita. È un’esplosione di emozioni, faccio fatica a resistere, sto per crollare, mi si avvicina la madre di Sara, mi prende sotto braccio, sul viso di questa donna non c’è più nessuna lacrima, nonostante la sua giovane età ha difficoltà a restare in piedi, troppo dolore, mi guarda dritta negli occhi, mi sorride, mi ringrazia e va via. Sono io che devo ringraziare Lei, mi ha dato una lezione di vita che rimarrà per sempre nella mia memoria.

274, questo è il numero posto sull’ultima bara che vedo prima di andare via, vi accompagno una coppia di persone anziane a salutare per l’ultima volta il loro nipote, è la “mia” duecentosettantaquattresima vittima…

 

in Quaderni di Psicologia Archetipa - "Terremoto" Portofranco Editore

per gentile concessione dell’Autore e dell’Associazione Culturale Syncrònia - L’Aquila

in omaggio alle vittime, per non dimenticare