Piano Strutturale e Marketing Territoriale

22 Luglio 2008

Il Piano Strutturale proposto dall’amministrazione dell’Aquila offre l’occasione per aprire un dibattito sulla sua funzione pianificatoria. Al di là delle considerazioni in punto di diritto che portano a ritenere ora questo strumento illegittimo perché non previsto dalle leggi regionali, vanno fatte delle osservazioni sul merito, tenuto conto che questo strumento urbanistico potrebbe essere previsto nella nuova legge regionale sull’urbanistica.
Negli ultimi anni un qualche tentativo di coniugare le indicazioni socio-economiche con quelle pianificatorie sembrava avere avuto un qualche successo. Il metodo con il quale è stato elaborato il piano strutturale, invece, ci riporta indietro di lustri. Sembra prevalere la logica che il territorio può essere governato senza far riferimento a previsioni che attengono la vita di un organismo di aggregazione sociale, economica e politico come è la città, non solo nella attuale configurazione ma, soprattutto, in quella futura. Un documento elaborato senza tener conto delle dinamiche del territorio non può essere capace di delineare nessun processo, né individuare delle indicazioni predittive per lo sviluppo del territorio comunale.
Le aree delimitate con cerchi gialli e rossi pertanto sono delle scatole cinesi che volendole leggere in leggenda lasciano stupefatti perché vuote di efficaci vocazioni socio-economiche. Solo chi le ha previste può coglierne il significato, non certo i cittadini ai quali tale strumento dovrebbe essere rivolto; alla faccia della trasparenza delle procedure, della partecipazione, della condivisione.
Ci si chiede se su queste basi si potrebbe predisporre un progetto di marketing territoriale di cui molto si parla. Per attrarre le imprese, soprattutto, in periodi di recessione, e L’Aquila la vive, occorrerebbe agire per creare le condizioni strutturali, sociali, culturali idonee, certezza nelle destinazioni d’uso del territorio, nella localizzazione, nelle economie di agglomerazione, nelle sinergie tra le aree, snellezza nelle procedure amministrative, efficienza del contesto (Banche, Università, Centri di ricerca, Enti). La mancanza di queste pre-condizioni incide proprio sul parametro che pesa nella valutazione circa la localizzazione che è il tasso di rischio complessivo di sistema cui va incontro l’impresa.
La logica di questo ragionamento trae origine dal concetto di “Zona mista” che sta alla base della filosofia del piano strutturale come strumento di pianificazione contrattata. In queste aree sono previste attività commerciali, industriali, artigianali, ricettive e terziarie. Un privato o un ente pubblico indifferentemente su queste aree predispone un “Progetto Urbano” che presenta al Comune il quale non può intervenire con atti impeditivi, come si legge nel regolamento, se non prova l’inidoneità del progetto a realizzare attività e funzioni socialmente utili, ma si limita solo a valutarlo. Inoltre ove ravvisi esigenze gravi d’interesse pubblico o d’urgenza il Progetto può essere sostituito da accordi sostitutivi del provvedimento amministrativo di approvazione. Si depotenzia così il ruolo ordinatore e di controllo del territorio affidato al Consiglio Comunale, che fino ad ora stava alla base della pianificazione e lo si affida al sindaco, il quale, in base al sistema maggioritario, è assolutamente incontrollabile dall’opposizione. Un territorio disordinato funzionalmente e ricco di vuoti sospetti, non si coniuga positivamente con le scelte delle imprese, perché fa crescere l’incertezza nelle decisioni alimentando il tasso rischio. I contenuti equivoci che i cerchi sottintendono e l’alto grado di astrazione e di analisi economica costituiscono dei dissuasori per le imprese e devitalizzano le politiche di marketing territoriale.
Da ultimo va sottolineata la assoluta mancanza di un disegno della città pubblica che prefiguri l’identità funzionale e vocazionale dell’Aquila.

L’Aquila 21 luglio 2008 Porto Antonio
(Economista)

colletti bianchi

28 Aprile 2008

Ma quanto ci interessa L’Aquila capoluogo? Certamente, per essere un argomento elettorale, un qualche valore dovrà pure averlo, ma siccome non capisco la politica - almeno quella attuale - e le sue strategie, non lo colgo. Pure, qualche considerazione da due soldi potrò farla. Come mi piacerebbe che L’Aquila fosse anche relegata a ruolo di “paese”, di città marginale, basso profilo e bassa provincia, se questo però volesse dire innalzare la qualità della vita delle imprese che in essa svolgono le proprie attività. Temo infatti che L’Aquila capoluogo voglia dire incrementare uffici e colletti bianchi, con correlata coda di nepotistiche assunzioni verso il posto fisso “perfetto”. Quello alla Regione, per esempio, dove obiettivamente da fare c’è veramente poco, a parte i caffè, le chiacchiere di corridoio, le spese al supermercato e via andare. Un enorme, ulteriore aggravio istituzionale che sono certa non porterebbe vitalità alcuna ai comparti produttivi, ormai ridotti al coma farmacologico dall’assoluta incapacità fisiologica del terziario di investire i propri soldi in qualcosa che non sia il “mattone”. Paradossalmente, a L’Aquila, anche i commercianti, che pure dovrebbero avere spirito imprenditoriale per non morire, hanno l’atteggiamento dell’impiegato statale. Alle tredici pranzo, la domenica a casa, pochi collaboratori (per risparmiare, si sa), niente investimenti pubblicitari, nessuna idea sul futuro. Solo “apri la bottega, chiudi la bottega”. Chiudi la bottega in estate, chiudi la domenica, chiudi presto la sera. Sono certa che molti di loro, se potessero, chiuderebbero alle due del pomeriggio, proprio come fanno gli invidiati impiegati statali, dei quali tentano ogni giorno di riprodurre la monotonia. Se qualcuno, poi, imprenditore coraggioso, osa scrollarsi di dosso la muffa istituzionale, viene a più riprese bacchettato e costretto all’immobilità. Ma questo lo raccontiamo la prossima volta.

Il degrado della città come segno del degrado dei suoi amministratori

2 Aprile 2008

“La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta”

Confucio

“Sapere cosa è giusto e non farlo è codardia”

Confucio

Un approccio obbiettivo al tema della città porta, come innegabile esito, ad una riflessione aperta sulla condizione tangibile della cura o del degrado in cui essa vive la sua contemporaneità. Oggi (e non solo nella nostra città che è confusa e conchiusa in un abbandono privo di memoria) siamo di fronte a città divise fra differenti territori, che si fronteggiano e si scontrano: da una parte i centri storici delimitati e protetti da pericolosi e discutibili piani di recupero, dall’altra le nuove periferie affidate ad un caos programmato ed alienante. Con l’architettura siamo sempre e comunque chiamati a intervenire sul paesaggio e a modificarne i profili e le prospettive, a limitarne o esaltarne gli orizzonti. L’uomo modifica per necessità l’intorno, adattandolo alle proprie esigenze, materiali e spirituali. Gli architetti dell’antica Grecia sono stati capaci di raggiungere equilibri oggi inimmaginabili modificando comunque il territorio (penso alla costruzione delle acropoli e dei teatri). Così è stato per i Romani con la costruzione di acquedotti che segnano il paesaggio con razionale funzionalità, applicando tecnologie di una contemporaneità condivisa che dovrebbe portarci a vedere i viadotti delle autostrade non necessariamente come ferite ma come segno dell’attraversamento. E gli urbanisti ed architetti di oggi cosa sono stati capaci di concepire, complici politici acquisenti e privi di senso storico e morale? » Leggi tutto il post

Caro Sindaco, Spettabili Vertici, Egregio Corpo,

26 Marzo 2008

Caro Sindaco, Spettabili Vertici (dell’AMA), Egregio Corpo (dei Vigili Urbani), leggo su un giornale locale che in una riunione avreste deciso "tolleranza zero" sui parcheggi selvaggi. Ancora una volta la prima reazione è l’impressione che siamo piano piano tornati ad essere sudditi, da cittadini che un tempo siamo stati. Editti al posto della "amministrazione", soluzioni tampone al posto della programmazione. Secondo me, bisognerebbe avere un piano per la viabilità attuale e un progetto di sviluppo del piano per i prossimi 5 anni (magari 10). Secondo me questo piano dovrebbe essere studiato dagli esperti (magari quelli già alle dipendenze del comune, non ricominciamo con le parcelle),

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un parco giochi in città

20 Marzo 2008

 
Qualunque riflessione ci accingiamo a fare sulle trasformazioni attuali che le nostre realtà, il nostro paese e perfino il mondo stanno attuando, non possiamo far altro che constare una condizione di nulla,di abbandono, di degrado. E la nostra città? No, non vogliamo piangerci addosso e forse neanche denunciare abusi, superficialità, abbandoni, omissioni, amministrazioni inconsistenti, ma solo soffermarci a guardare, osservare, pensare, ricordare e provare a proporre qualcosa.
Cinquantenni, aquilani, vissuti qui da sempre, abbiamo memoria di ogni piccolo angolo, di ogni luogo per quel che è stato, quel che è e quello che speriamo potrà diventare.
Un esempio per tutti: un parco, quello del castello, una nicchia preziosa, polmone verde nel cuore della città, cosa rara, soprattutto per il sud.
Ricordi…splendidi anni ‘60 la ricostruzione, il boom economico, voglia di farcela…tutti! Aiuole curate, perfino giardinieri a lavoro a primavera (e il denaro per il verde pubblico era davvero poco, allora). Bambini tranquilli a giocare, liberi a esercitare la loro fantasia, » Leggi tutto il post

che storia racconta un quartiere

15 Marzo 2008

(riceviamo e pubblichiamo un gradito contributo di Lina Calandra)

Tutte le mattine esco di casa e, percorrendo più o meno le stesse strade, accompagno mio figlio a scuola; poi, quasi sempre percorrendo le stesse strade del giorno precedente, proseguo per il centro e vado a lavoro. E quasi tutte le mattine, guardandomi attorno, con un po’ di preoccupazione faccio sempre la stessa considerazione: ma che storie è in grado di raccontare a chi lo abita, un quartiere in cui se si rimette mano al manto stradale è solo perché si è sotto elezioni; se qualcosa si muove è solo per spianare e scavare terreni sui quali in breve tempo si vedono sorgere altre abitazioni; se quelle poche, pochissime, opere pubbliche, ancora prima di nascere sono già morte?

Sto parlando di Pettino, dove abito dal 2001. Da pochi anni, è vero, e perciò mi scuso se le mie limitate considerazioni non potranno fare appello ad una memoria storica più profonda. Eppure sono comunque sette anni, durante i quali il volto di questo quartiere è cambiato profondamente

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