Vabbè ….. è la democrazia

24 June 2010

Vabbè, non è facile. Vabbè si può fare meglio. Vabbè non si approfondiscono i discorsi. Vabbè ma il problema è un altro ……… 

Si, vabbè, è tutto vero. Avete/abbiamo ragione tutti.

Ha ragione chi si fa le assemblee, ha ragione chi non se le fa, ha ragione chi non se le fa più, ha ragione chi non se le è mai fatte, ha ragione chi va in assemblea a fare lezioni, ha ragione chi va in assemblea a lamentarsi, ha ragione chi sospetta e ha paura di tutti e per questo aggredisce tutti.

Ognuno ha una sua piccola ragione, ognuno ha una piccola parte di verità in tasca.

Ed è proprio vero, non è che voglio farmi tutti amici: è proprio così.

Benvenuti nel mondo reale, a scuola di democrazia.

Si perchè tutto questo e tanto altro se viene fuori, se viene "comunicato", condiviso, "partecipato" rappresenta nè più nè meno che il cammino comune verso una "nuova" democrazia.

L’importante, il trucco, è mettersi in gioco.

E quindi, non ha ragione chi ha un secondo fine, non ha ragione chi si maschera, non ha ragione chi non condivide, non partecipa.

L’unico problema è che bisogna andare avanti, veloci, e avere il coraggio di approfondire sempre di più, analizzare le differenze, discuterle, e cominciare a dare a queste differenze onestamente e consapevolmente dignità di esistenza. 

Anche secondo me le differenze dei punti di partenza, delle appartenenze ma anche delle provenienze, vanno esplicitate, proprio per poter arricchire i discorsi, proprio per fidarci conoscendoci.

Solo se non abbiamo paura delle differenze, siamo veramente tutti uguali, e quindi non ci sono strumentalizzazioni o imposizioni.

Se non abbiamo paura delle differenze possiamo insieme costruire il laboratorio l’aquila, nel quale la parola politica ha il suo originario significato, e nel quale persone diverse per cultura e tradizione, per scelta ed appartenenza insieme costruiscono un percorso per raggiungere obiettivi condivisi per il bene della intera comunità.

Se abbiamo il coraggio di parlare seriamente di tutti i problemi, condividendo l’onestà dei punti di partenza e il rispetto delle competenze, cominciando anche a condividere il linguaggio, la democrazia può decollare.

Il linguaggio comune deve essere un obiettivo: un linguaggio che ci consenta di superare le sordità dei pensieri preconcetti, le sordità dei sospetti, le sordità della sfiducia, le sordità delle manipolazioni, le sordità della mancanza di abitudine al dialogo costruttivo.

Così com’è organizzata oggi l’asseblea è ogni volta una bomba innescata: troppi argomenti sempre e troppo poco tempo, la fretta di concludere, la necessità di decidere, il linguaggio non comune, la rivendicazione di alcune "supremazie", il rischio di presenze sempre diverse "a rotazione", va a finire che si fanno 4 passi indietro ogni 2 che si fanno in avanti.

Questo discorso risponde alla fatidica domanda sulla quale ci arrovellavamo, senza saper dare risposta, un mese fa: gli approfondimenti devono essere fatti, veloci, snelli, concordando linguaggi e contenuti, ai tavoli di lavoro (tasse, macerie, comunicazione, ricostruzione, pettino, ecc. ecc.).

Il lavoro dei tavoli deve essere condiviso, riportato in assemblea, discusso più ampiamente, mantenendo la fiducia in chi ha lavorato, analizzato, prodotto e "studiato" il problema.

Chiunque abbia sentore di non essere d’accordo, o di avere altri elementi da produrre, deve partecipare alle riunioni dei tavoli.

Chiunque voglia essere informato sui discorsi, le proposte, e farne a sua volta, o approfondire o contestarne qualcuna deve partecipare alle riunioni dei tavoli.

E’ troppo facile, oltre che inutile, presentarsi solo in assemblea, e dire no (o anche dire si).

E’ troppo scorretto nei confronti di chi quei discorsi li ha approfonditi, costruiti, anche spendendo di professionalità e competenza.

E’ troppo scorretto nei confronti di tutti, perchè si continua a bloccare un movimento che sarebbe già molto più avanti.

E lo si fa con il criterio di una facile tuttologia, che nega il percorso della democrazia che abbiamo comunemente deciso: studiare i problemi, assumere competenze, proporre soluzioni possibili, giuste e democratiche, coinvolgendo nel cammino quanta più gente possibile.

Il modo per venirne fuori c’è. Alcuni piccoli passi:

1) lavoriamo per il linguaggio comune, anche con workshop, come aveva già indicato 2 mesi fa il tavolo comunicazione (comunicazione interna);

2) aumentiamo l’attività dei tavoli, e in assemblea riportiamo le elaborazioni dei tavoli: almeno un tavolo ogni assemblea;

3) incrementiamo la presenza ai tavoli, e l’attività degli stessi;

4) rendiamo un po’ più solida la struttura dell’assemblea/tavoli con i referenti, la comunicazione delle riunioni, una organizzazione di una parte almeno degli odg delle assemblee (lasciando sempre una parte disponibile per la discussione delle vicende calde), la produzione di materiali informativi che vengano distribuiti o messi a disposizione dai gruppi di lavoro ai partecipanti alle assemblee, per non dover sempre cominciare da zero tutti i discorsi tutte le volte, preparando periodicamente dei report che diventino strumenti di lavoro per le fasi successive.

5) sollecitiamo la presenza di persone competenti ad ognuna delle riunioni che facciamo, per cercare di evitare di scambiare le opinioni soggettive per realtà e i "dice che" per oro colato.

Ricordo che buona parte di questo discorso è stato già fatto nel tavolo comunicazione, ma non si è mai riusciti a riportarlo nelle assemblee e a discuterlo, a causa di altre urgenze. Io lo riprenderei, altrimenti dopo la manifestazione del 6 luglio si rischia di dover ricominciare da capo (soprattutto perchè ho sentito parlare di pausa estiva (!!!!))

E per quello che riguarda la partecipazione, che comunque di fatto è già praticata, almeno nell’ultimo mese, con gli amministratori comunali, e che va perfezionata al più presto con il documento che ancora dovremo discutere, ricordiamoci che un po’ di tempo speso per ognuno di noi ci vuole, altrimenti i principi restano vuote chiacchiere.

la tournée del Consiglio Provinciale

5 June 2010

 

 

Le persone poco intelligenti e poco istruite come me sono quotidianamente bombardate da fatti e parole del tutto incomprensibili. Per esempio, perché un sacco di bella gente sta impegnando il proprio tempo a disputare se sia cosa buona o sbagliata che il Consiglio Provinciale tenga seduta all’Aquila o in tournée nel territorio?

Poiché chi viene eletto a far parte delle assemblee rappresentative ha il compito di occuparsi di quella cosa seria e difficile che è il servizio agli interessi generali della comunità, quella bella gente è evidentemente convinta che la questione sia di somma importanza.

Purtroppo, non avendo io fatto il militare a Cuneo, nel mio piccolo e oscuro angoletto difetto dell’acume e dell’esperienza indispensabili per redimermi dal banale pensiero che le questioni importanti siano altre.

Una volta, le compagnie di giro erano solo quelle itineranti del teatro, che andavano rappresentando i loro spettacoli su e giú attraverso l’Italia delle cento province. Poi, son venute le compagnie di giro dei rappresentanti del popolo, che, in luogo dell’affrontare e risolvere i problemi reali del Paese sui banchi delle aule parlamentari, hanno introdotto la prassi del solo parlarsi addosso saltabeccando da un teatrino televisivo all’altro. E allora? Se questo è il modello elaborato e applicato nell’empireo di quella che una volta era la Politica, perché non regalarsi una nuova compagnia di giro anche qui?

Oltre tutto, rispetto al dover tentare ogni volta di studiarsi qualcosa per non sfigurare troppo davanti i quattro gatti della medesima platea, per i membri della compagnia c’è il vantaggio di poter replicare in ciascuna piazza lo stesso copione: meno fatica e, facendo la somma, piú spettatori.

Oltre tutto, la compagnia di giro pare un’eccellente soluzione per conferire senso e visibilità dalle parti nostre a una roba come le province. Fatto salvo che a garantire quel certo numero di posti gettonati, servono a qualcosa? Per gestire alla grande i pochi servizi di cui si occupano, non basterebbe un’assai meno dispendiosa manciata di tecnici perbene con il supporto di un piccolo sistema computerizzato?

Dunque, non capisco perché la nuova nascente compagnia di giro vada eccitando tante discussioni: spero d’imbattermi in qualcuno tanto ricco di spirito caritatevole da voler sprecare un po’ di tempo per illuminarmi e correggere l’evidentemente errato pensiero del quale sono portatore.

 

Errico Centofanti


 

 

 

un’enorme bidonville

3 October 2009
ieri sera guardavo il bel film dei fratelli coen, "fratello dove sei", del 2000, quello con george clooney, john goodman, john turturro. divertente, surreale. c’è una scena, in particolare, che mi ha colpito. ripresa dall’alto: campagna americana (siamo nel mississipi), terra rossa. un quadrivio di strade sterrate i cui rettilinei si perdono a vista d’occhio, e su cui viaggia la macchina dei tre evasi protagonisti del film, e nel mezzo, un bel nulla. un uomo, geniale chitarrista che fa l’autostop, è l’unica forma di vita. poi, all’improvviso, dopo chilometri e chilometri, si erge una casa di legno, che sembra gettata dove sta per caso; una squallida grande casa di legno,che all’interno, invece, ospita una stazione radio, con annesso studio di registrazione per nuovi talenti, sotto la supervisione di un cieco, grande esperto di musica e meta ambita dei politici del mississipi che in quel periodo sono in campagna elettorale.
gli americani amano la loro terra, sia quando è città superstrutturata, sia - anzi, paradossalmente di più - quando è polvere rossa del profondo sud. amano le baracche che forniscono gasolio in mezzo al nulla, avamposti di civiltà; sono legati ai motel con le insegne al neon. ai ristoranti buttati in mezzo alla distesa di niente. certamente ci sarà una bella componente di letteratura e di epica, in quello che le immagini cinematografiche e le pagine dei libri ci hanno insegnato sull’america. Ma ho viaggiato tanto in africa e altrove e ho visto che la situazione può facilmente ripetersi. Non l’ho mai trovata in europa. gli europei sono legati ad altro, ai loro monumenti, alla storia e alla cultura che da questi trasuda. ad altro, insomma, lo sappiamo tutti. ma ho avuto come l’impressione che un’ operazione di decentralizzazione del pensiero dalle origini testimoniate dai monumenti e dal "bello artistico", al "nulla" di cui parlavo prima citando il film, dovremo essere costretti a farlo anche noi aquilani. come potremo sopravvivere, altrimenti, in questa enorme e brutta bidonville che è attualmente la nostra città? come faremo a sopportare i rumori estenuanti dei cantieri, la bruttezza delle migliaia di case in legno che sorgono ovunque? gli abbozzi di strade, per lo più sterrate, che improvvisamente sono apparse a collegare un cantiere ad un altro? bisogna fare un’operazione di transfer e pensare che dentro l’orribile baracchetta c’è il nostro negozio di sempre. la nostra gente, i nostri pensieri e le speranze sul futuro. non c’è la pietra millenaria, ad accompagnare il nostro sociale. per qualche anno ci saranno la lamiera e le reti di plastica arancione che delimitano i cantieri, e la polvere e i rumori delle betoniere. e l’arte di arrangiarsi. e il nuovo che preme dall’esterno. e dovremo assolutamente essere disposti al cambiamento, per non perire.
magari, poi, fra vent’anni, faranno un film anche su di noi.

per non dimenticare

30 August 2009

"la nostra nuova casa, ancora non ci credo! casa nuova.." è quello che mi rimbalzava in mente da un po’ di tempo, da una settimana. ci siamo trasferiti definitivamente domenica 30 marzo 2009. "casa nuova" era in via roma, precisamente davanti alla chiesa di San Pietro, civico 36. mi sembrava davvero stupenda "casa nuova". in un palazzo antico, un cortiletto molto soleggiato e casa nostra, sul primo pianerottolo, in cima alla piccola rampa di scale di pietra bianca del cortile.
 

quella domenica era strana, mi sembrava davvero tutto troppo strano, troppo perfetto. ma me ne rendo conto solo ora, a mente fredda. come mi rendo conto solo ora di quanto mi manca la mia vita, che è rimasta lì, tra i palazzi e i sassi, fra le tegole e i vicoletti ripidi, stretti e scivolosi, pessimi con il ghiaccio.

quella sera, alle undici, stavo facendo lo zaino per la scuola nella mia camera.

"allora..metto storia, musica, fran…" e vengo interrotta dal rumore della scala a chiocciola metallica del soppalco che vibra a causa dell’ennesima scossa. un’altra da aggiungere alla "collezione" di scosse che da mesi si affacciavano, bussavano alle porte, correvano in mezzo alle stanze, schizzavano da una parte all’altra del nostro corpo, della nostra mente, pietrificandoci e facendoci raggelare il sangue ogni volta. raggiungo mia madre che è in cucina a sistemare gli ultimi scatoloni della cucina nella credenza. mi tremano le gambe ma evito di farlo notare. lei è terrorizzata dal terremoto e io ogni volta la prendo in giro perchè effettivamente non ho paura. ed è vero. ma quella si era sentita molto forte e il mio corpo si stava ancora abituando a quella sensazione di improvviso scuotimento. torno in camera, accarezzo le mie due gatte per rassicurarle. povere, se ci penso, in questi mesi hanno dovuto sopportare l’arrivo di un cane iperattivo, una casa nuova e ora anche quelle scosse. mi metto il pigiama e mi infilo a letto, le gatte mi raggiungono e si raggrufolano sotto le coperte.

all’una mi ritrovo fuori dal letto senza nemmeno rendermene conto, ancora ad occhi chiusi. un’altra scossa, abbastanza forte da svegliare una dormigliona come me. incontro mamma sulla porta. mi rimette a letto. mi riaddormento in un secondo.

Poi un boato, un urlo, le finestre si spalancano, gli specchi cadono in pezzi ma non si sentono i rumori. era tutto sovrastato da quel rombo. mi sveglio subito e tento di arrivare alla porta fra la mia camera e quella dei miei genitori, ma in quei pochi secondi prima che la luce andasse via, la volta della porta assieme al muro era già crollata. va via la luce. mi ritrovo in mezzo alla stanza, fra i due divanetti accucciata per terra con le mani sulla testa.urlo, chiamo, ma non sento nessuno. il soffitto continua a venirmi in testa e le macerie mi fanno male. poi un calcinaccio più grande si ferma proprio fra i due divani, appoggiato ai braccioli e mi fa da tetto per un piccola parte del corpo. ho polvere in gola e mi fa fatica respirare bene. vedo tutto bianco. poi mio padre (solo dopo scoprirò che ha dormito nel mio letto e mia sorella, anzichè sul soppalco, ha dormito nel letto con mamma), mi recupera da quel cumulo di macerie che mi ricoprivano e tira a se. non smette di tremare. non capisco in che parte della camera sono , ammesso che io sia in camera. non riesco a camminare, mi appoggio a papà che mi tira fuori dalla camera. non vedo le pareti, perchè non ci sono pareti intorno a me. vedo solo una densa nuvola di polvere bianca, la stessa che ho in gola, nei capelli e su tutto il corpo. incontriamo mia madre in corridoio. era venuta a cercarci perchè non ci vedeva arrivare e perchè non si apriva la porta di casa. intravedo a malapena lei e mia sorella davanti alla porta. poi finalmente riusciamo ad aprire la porta e siamo sulle scale. inciampo varie volte, l’edificio è crollato ed è difficile scappare con le strade intasate da calcinacci. in più sono scalza e ogni passo è un dolore, un dolore di cui mi preoccuperò dopo. adesso devo scappare. scappare dalla mia stessa casa, scappare dalla mia stessa città sfuggendo ad un fenomeno che incute tutto questo terrore e che ancora oggi non accenna a lasciarci. non possiamo uscire dal palazzo poichè i cardini del portone si sono incastrati, impedendo l’apertura del portone. non siamo soli, i nostri coinquilini stanno già forzando il portone e noi ci uniamo a loro, battiamo i pugni su quel legno duro, mi sanguinano le nocche, chiediamo aiuto alla gente fuori. eccola, un’altra scossa ci costringe ad andare in mezzo al cortile, dove nulla può caderci in testa. o quasi. la casa si spoglia delle tegole rimaste. stringo mia sorella in lacrime, in mezzo al cortile. sento che trema. anche io tremo. non mi reggo in piedi. da fuori riescono a sfondare il portone. usciamo. la piazzetta è affollatissima, piena di gente in pigiama, chi con uno zaino, chi con un piumone addosso, quasi tutti ricoperti di polvere bianca dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi. sembravano appena usciti da una lotta con dei sacchi di farina. papà nella fuga aveva preso la sua giacca appesa alla porta, e quindi avevamo le chiavi della macchina. quella multipla grigia che in quella sera ha fatto da rifugio e da autoambulanza a parecchia gente. infatti abbiamo ospitato un ragazzo che si era rotto una gamba, e aveva un buco in testa. lui era "sceso assieme al suo palazzo", ritrovandosi direttamente in strada, come con un ascensore..c’era anche una signora, che si appiccicava dei fazzoletti in faccia a tamponare le ferite, tipo i post-it negli uffici..abbiamo trascorso la nottata tra continue scosse, il frastuono di nuovi crolli, la lotta contro i cellulari perchè le linee erano tutte intasate, bloccati lì, nella piazzetta senza notizie dei nostri parenti. no..non riuscivo a crederci, non ci volevo credere.. avevo paura di avere un tetto sopra la testa, perchè sarebbe potuto crollare, avevo paura di avere un edificio attorno, di stare al chiuso, perchè potevo rimanerci in trappola…in trappola..si, eravamo intrappolati, chi ancora nelle case, chi nei cortili, chi nelle piazze…eravamo intrappolati tutti, allo stesso modo, nelle nostre paure, nei nostri incubi.

poi il mattino. arrivano le prime ambulanze, i vigili del fuoco, i soccorsi..si cominciava a muoversi. noi siamo andati via. io non volevo. stavamo lasciando lì qualcosa che per me era ed è tutt’ora inestimabile. le gatte, il cane, a loro non stava pensando nessuno. papà è risalito per aprire la porta, almeno sarebbero potuti uscire. e così è stato. per noi, ogni mossa è stata corretta, dalla decisione dei posti letto, al parcheggiare la macchina in piazzetta anzichè sotto casa. c’è stata una sorta di chiamata. un avviso che inconsciamente chi ha sentito ha anche seguito.

la città si sta scrollando delle macerie che ormai la compongono, come io mi scrollo la sabbia di dosso ora che sono al mare. sono lontana. non sono a casa e la cosa mi turba. come a tutti del resto. adesso l’aquila è vuota. abbiamo abbandonato le nostre case, le nostre piazze, le nostre vie. dobbiamo tornare. dobbiamo riuscirci. adesso a l’aquila c’è silenzio. un silenzio assordante..

 

dobbiamo fare in modo che quando fra 300 anni riaccadrà, non ci sia più il popolo ignorante che fa gli edifici non a norma, le scuole che crollano e nessuno che si preoccupa di fare le prove d’evacuazione. quando riaccadrà, la gente deve essere pronta. dobbiamo imparare ed insegnare con la nostra esperienza a vivere con il terremoto. che non succeda mai più una tragedia.

Marta (13 anni)
 

PROVVEDIMENTI ECONOMICI

25 August 2009

 

Ritengo opportuno riprendere un discorso già avviato nei giorni scorsi relativo ad alcuni interventi urgenti per l’economia. Mi viene lo spunto dalla considerazione che nulla è stato fatto per avviare un vero rilancio dell’economia dei paesi del cratere.

Credo ci si debba muovere in queste direzioni:

1) ZONA FRANCA

Per ottenere i benefici derivanti dall’applicazione della Zona Franca, bisogna concentrarsi su due concetti fondamentali: cosa chiedere e per chi chiedere.

Partirei nell’analisi dal secondo punto: non si può insistere nell’allargamento della Zona Franca a tutta la provincia dell’Aquila perché è un territorio troppo vasto e, soprattutto, perché i danni subiti dall’economia “aquilana” non sono uguali a quelli subiti nelle altre zone della provincia. Gli operatori esterni al cratere hanno avuto ritardi nei pagamenti da parte dei clienti colpiti dal sisma; gli operatori interni al cratere non hanno, per lo più, neanche il posto dove operare: quanti negozi, studi professionali, botteghe artigiane hanno chiuso ed a fatica provano a riaprire. I politici non facciano le solite battaglie inutili tese solo a difendere il proprio bacino elettorale: il problema è molto più grande. L’economia dell’Aquila è ad un bivio: se venisse applicata la Zona Franca per il comune dell’Aquila, ci sarà un futuro, anche migliore al passato ante sisma; se ciò non accadesse L’Aquila è una città morta senza possibilità alcuna di ripartire.

Allora è importante essere determinati su quali agevolazioni chiedere per la Zona Franca: innanzitutto la totale detassazione per un periodo di cinque o dieci anni del reddito prodotto dalle imprese (artigiane, grandi, piccole, etc.), dai professionisti, dai commercianti ed in genere da tutti gli operatori economici del territorio comunale dell’Aquila. Questa richiesta non comporta un esborso diretto da parte dello Stato in quanto si tratterebbe di un minor incasso quantificabile, sulla base di quanto dichiarato dal ministro Tremonti, in circa un miliardo di Euro spalmato in un periodo di cinque anni, posto che il gettito erariale annuale del territorio interessato ammonta in un periodo normale a circa 256 milioni di Euro, e che per gli anni 2009 e 2010, tale gettito potrà si e no arrivare ad un terzo di quello “normale”.

La seconda richiesta dovrebbe essere l’azzeramento degli interessi e delle sanzioni maturate sui debiti iscritti a ruolo (siano essi erariali, contributivi o di imposte comunali, contravvenzioni etc.) e rateizzo della sorte capitale fino a 120 mesi direttamente con Equitalia Gerit S.p.A.; anche qui, nessun esborso, ma un minor incasso per lo Stato peraltro solo in apparenza, in quanto in questo modo le aziende non possono non pagare. Tale intervento peraltro consente alle aziende di poter richiedere il certificato DURC (documento unico di regolarità contributiva) richiesto per partecipare alle gare ed agli appalti pubblici e non solo.

2) FONDI DESTINATI ALLE AZIENDE

In questo caso, l’intervento congiunto di Provincia e Regione dovrebbe favorire tutto il territorio provinciale, aumentando la percentuale dei fondi da destinare alla provincia dell’Aquila e aumentando la percentuale dell’intervento agevolato, ad esempio con finanziamenti in conto capitale fino alla concorrenza dell’80% delle spese ammesse a contribuzione.

Riteniamo inoltre urgente l’attivazione dei PIT sospesi ad aprile: le Aziende beneficerebbero così di una immediata liquidità sui progetti presentati.

 

3) AUMENTO INDISCRIMINATO DEI PREZZI

Se il Sindaco, utilizzando i dati dell’osservatorio sui prezzi al consumo della Camera di Commercio, emettesse un’ordinanza in cui vengono fissati i prezzi massimi di alcuni beni di consumo e delle locazioni, ci sarebbe il presupposto per poi intervenire su chi compie azioni di “sciacallaggio” nei confronti della popolazione, altrimenti, senza questa ordinanza, si è nel campo della libera contrattazione. Inoltre, l’Agenzia delle Entrate dovrebbe immediatamente effettuare controlli sulla regolarità dei contratti, sulla congruità del contratto sottoscritto con i redditi dichiarati, sia per il locatore che per il locatario (perché non si può sottoscrivere un contratto da 25/30 euro al metro quadrato e poi non dichiarare redditi congrui), sull’emissione di scontrini per la vendita di generi alimentari di prima necessità, arrivati ormai alle stelle.
 

Questi interventi assumono un’importanza fondamentale in considerazione che a gennaio la sospensione del pagamento degli assegni e dei titoli di credito finisce e le aziende si troverebbero, senza aver prodotto alcun reddito, a dover fronteggiare i fornitori, la fine della cassa integrazione per i loro dipendenti, il pagamento di mutui e finanziamenti e le pretese di Equitalia Gerit S.p.A.

L’applicazione, insieme e non alternativamente, di quanto esposto consentirebbe alle aziende di risollevarsi senza dover far ricorso a nuovi debiti per rilanciare la propria attività e agli Enti Pubblici locali (comuni e provincia) di recuperare i dissesti di bilancio applicando eventuali imposte locali di scopo finalizzate, ad esempio, alla copertura dei servizi attualmente offerti (trasporti, smaltimento rifiuti, etc.) che non hanno copertura nel decreto “Abruzzo”.

 

Luigi Fabiani

 

 

che cos’è l’amore?

21 March 2009

L’ho chiesto a molti…
Mi è stato detto che l’amore è il sentimento più forte del mondo, il sentimento che lo fa muovere, che lo fa giare. Mi è stato detto che l’amore è un qualcosa di appiccicoso, qualcosa che attacca due persone, e può essere un bene nel senso che quei due resteranno sempre insieme, così come può essere un male perchè nello stare sempre attaccati uno dei due, prima o poi, potrà anche scocciarsi e cercare un solvente per scappare via lontano. Mi è stato detto che l’amore è la cosa peggiore che ad un ragazzo possa capitare. Mi è stato detto che l’amore è una brutta bestia… una medaglia con due volti.
Mi sono state dette un sacco di altre cose… così tante che ora non le posso ricordare tutte.

Chi seguire? A chi credere? Su quale teoria appoggiarsi? Tutte? Nessuna?
Io credo che ognuno debba farsi una propria idea dell’amore…
Credo che ognuno debba provarlo sulla sua pelle per poter dire cos’è…
Credo che ognuno debba soffrire per amore…
Credo che ognuno, dopo aver sofferto, debba guardare le proprie ferite ed insegnarle a qualcun altro…

Amore è:
Quando ti svegli la mattina col pensiero fisso…
Quando guardi quella sveglia e ti torna in mente quella persona…
Quando apri l’armadio e vedi quel peluche ancora sorridente che ti guarda contento…
Quando indossi quel braccialetto e quella collana che ti ricordano sempre la stessa persona…
Quando ti metti l’orologio e vedi che non rispecchia la tua immagine ma quella di una certa persona…
Quando ti metti le scarpe e pensi a quella persona…
Quando esci di casa e conti i minuti che mancano per incontrare quella persona…
Quando ogni canzone che ascolti è in qualche modo collegata a quella persona…
Quando mangi, giochi, viaggi, corri, siedi, parli, litighi, dormi, sogni, hai sempre la stessa persona davanti agli occhi…
Quando non fai altro che pensare a quella persona…
Quando le parole "quella persona" ti rimbombano talmente tanto nella testa da non riuscire a pensare ad altro…

Ma non è tutto qui… Amore è:
Quando ti svegli la mattina lacrimante con un pensiero fisso…
Quando guardi triste quella maledetta sveglia in cui i minuti scorrono sempre più lenti, come se volesse fartelo apposta…
Quando apri l’armadio e vedi che il peluche è caduto o si è persino girato di spalle per non guardarti in faccia da quanto fai schifo…
Quando lanci quel braccialetto e quella collana che ti ricordano sempre la stessa persona sul peluche girato…
Quando ti metti l’orologio e vedi che rispecchia la tua stessa faccia che ti deride sghignazzando e prendendoti in giro…
Quando ti metti le scarpe e ti stanno sempre più strette…
Quando esci di casa e conti i minuti che mancano per tornare a letto e non pensare più a quella persona…
Quando ogni canzone che ascolti è in qualche modo collegata a quella persona e l’unica cosa che vorresti fare è piangere fino a finire ogni goccia d’acqua e sale che hai in corpo…
Quando non mangi, non giochi, non viaggi, non corri, non siedi, non parli, non litighi, non dormi, non sogni, perché hai sempre la stessa persona davanti agli occhi e ti passa la voglia di far tutto.
Quando non fai altro che pensare a quella persona piangendoti addosso.
Quando le parole "quella persona" ti rimbombano talmente tanto nella testa da iniziare ad odiarle e allo stesso tempo a temere che smettano di rimbombare per timore di perderle per sempre.

Tutto questo e altro è amore, l’amore vero.

Non c’è rosa senza spine, non c’è spina senza sangue, non c’è sangue senza dolore, non c’è dolore senza sofferenza, non c’è amore senza spine, sangue, dolore e sofferenza.
Ma allora perché? Perché tutti vogliono amare? Perché ogni essere vivente non ha altro scopo se non quello di trovare l’altra metà della mela? Perché tutti vogliono arrampicarsi su una rosa?
La risposta è che una volta essersi arrampicati su per la rosa, una volta aver perso tutto quel tempo per risalire tutto il gambo, una volta essersi feriti lievemente o in profondità durante la
scalata per le sue migliaia di spine… si riesce ad arrivare in cima, si riesce a raggiungere i petali chiusi, e una volta lì te ne freghi delle ferite, te ne freghi del dolore e della sofferenza che hai passato, te ne freghi di quello che senti, l’unico tuo pensiero è quello di usare tutte le tue ultime forze rimaste per aprire quei petali. Ti sforzi, usi tutte le tue energie, non t’importa di soffrire… non t’importa della sofferenza… non t’importa di morire.
Perché sai… lo sai che una volta aperto quel fiore, una volta riuscito ad aprire e spiegare ogni petalo… potrai posarti al suo centro e distenderti su di esso, potrai riposarti e recuperare le forze, potrai accarezzare quei lisci e caldi petali rossi, potrai respirare solo ed unicamente il suo profumo… potrai rimanere lì immobile fino a quando non si sarà richiuso con te dentro, fino a quando non diventerai tu stesso parte della rosa. Perché per poter dire “ho amato”, bisogna prima aver detto “ho sofferto”.

Solo allora si raggiunge la felicità… solo allora si raggiunge l’amore.

Ma nella vita si sa, non può essere tutto semplice. Nella realtà si sa che non tutto va sempre bene.
Odio la realtà.

Una spina potrebbe essere troppo grossa da superare…
Una ferita potrebbe essere troppo profonda per farti continuare…
Un colpo di vento potrebbe farti cadere proprio quando sei quasi in cima…
I petali potrebbero rifiutare di aprirsi…
La rosa potrebbe appassire…

E allora ti ritroveresti solo, sempre più solo, vicino ad una rosa morente senza più calore, senza nessun altro posto dove andare, senza riuscire a pensare di poter scalare un’altra rosa, perchè sarebbe nuovo dolore…
E allora stai lì: aspetti che piova, aspetti che arrivi la primavera, aspetti un miracolo, aspetti una qualsiasi cosa che possa ridar vita a quella rosa, pur sapendo che magari non sarà mai bella e rigogliosa come prima… ma sarà pur sempre la tua rosa.

Olivya,  13 anni

politica? cultura? società?

14 March 2009

 

<<25 anni fa nessuno si sarebbe sognato di picchiare qualcuno perchè "negro">>

Sono le parole della madre del ragazzo picchiato a Napoli.

25 anni fa gli uomini e le donne sapevano che la violenza sulle donne, in famiglia e fuori, dipendeva da una "cultura dominante" che vedeva l’uomo ancora "padrone" della moglie e dei figli. Oppure, non meno grave, da un diffuso senso di malessere psicologico che reagiva (male) ad una società bigotta e repressiva.

25 anni fa in molti credevano nella necessità e nella giustezza di un cambiamento in senso evolutivo, moderno e progredito, civile e laico della cultura dominante.

Oggi la cultura dominante è più arretrata di 25 anni fa.

Parliamo dell’8 marzo?

Le donne oggi sono totalmente schiave e succubi della logica televisiva basata sulla "necessità" di apparire: belle, sempre sorridenti, giovani, disponibili. Non si cercano intelligenza, rettitudine morale, determinazione, in una donna, e le donne non la pretendono per se stesse.

Le icone del nostro tempo sono televisive.

Al festival di sanremo abbiamo apprezzato le meraviglie della scienza estetica: mostri!!!! Dalle membra irrigidite, dai visi totalmente inespressivi, a causa degli interventi di chirurgia estetica.

Il reato di stupro, oggi "propagandato" dai media, viene lasciato nel limbo del clamore della notizia, senza analisi, approfondimenti: perchè la donna è oggetto di violenza?

Ma a chi importa sapere che la violenza è figlia della stessa cultura del Grande Fratello. A chi interessa sapere che nelle scuole nessuno si occupa di educazione sessuale e sentimentale dei giovani, a chi interessa quando in realtà tutti i giorni vediamo, sul lavoro, nelle famiglie, per strada, l’esibizione di un maschilismo idiota e becero, che opprime e mortifica, spesso sponsorizzato dalle stesse donne.

Gli studiosi (ci fanno sapere "i media" convinti di fare così informazione) ci dicono che si è abbassata l’età del primo rapporto sessuale (12 anni): ma a fronte di ciò è bassissima la percentuale dei ragazzi informati sulla prevenzione della gravidanza e delle malattie veneree trasmissibili a mezzo rapporti sessuali. Nel 2009!!!!

Questo vuol dire prepararsi a nuove (vecchie) epidemie recrudescenti: ed infatti ecco che sale la preoccupazione per sifilide, gonorrea e tbc.

Ma vi ricordate 30 anni fa il proliferare dei consultori di base, nel territorio italiano, necessari (finalmente!!) a diffondere una cultura della salute, della maternità responsabile, una cultura (laica) della procreazione, una informazione (medica e non solo) su tutte le problematiche legate al sesso, dalla contraccezione alla serenità nei rapporti sessuali.

Vi ricordate i gruppi di ascolto femminili (e non solo femministi) per affrontare l’annoso problema della violenza sulle donne in famiglia, spesso accettata nel silenzio, con colpevole rassegnazione?

Vi ricordate i teatro e il mondo della cultura che denunciavano, affrontandone le ragioni profonde, il sistema che porta alla violenza?

E quindi 25 anni fa anche su questo problema eravamo più avanti di adesso. Le donne imparavano a difendersi: oggi alle nostre figlie non lo abbiamo insegnato.

Oggi la cultura dominante è più arretrata di 25 anni fa.

Mi sento di dire con forza: affrontiamo il problema culturale, ricominciamo a parlare delle cose concretamente, con giuste analisi, approfondimenti, riflessioni; riportiamo il livello del discorso più in alto: usciamo dalla "comunicazione-giornalistica-televisiva" per affrontare la vita.

Secondo me potrebbe essere la strada per ricominciare a parlare di Amministrazione della cosa pubblica, di politica, di principi, di diritti, di doveri: la strada per spazzare via gli attuali governanti, buoni solo per la televisione.

Facciamola questa rivoluzione culturale!!!!!

I bambini immigrati e il senso comune

4 March 2009

  fonte: http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=72

Botteghe del RavalNon c’entra il razzismo con la proposta leghista di istituire classi scolastiche separate per gli alunni immigrati. C’entra invece una cronica mancanza di fantasia e di creatività in quelli da cui ci aspettiamo che risolvano problemi complessi e che invece non riescono ad affrancarsi dall’ordine lineare e semplice del senso comune. L’ordine del senso comune prevede, ad esempio, che se una cosa fa male alla salute, la si proibisca; che se qualcuno è diverso, lo si metta in un luogo diverso. E così via.

Barcellona è una città straordinaria. C’ero stato parecchi anni fa. Il defunto franchismo faceva ancora sentire i suoi miasmi, la lingua e la cultura catalane erano soffocate e su tutto vigeva un ordine rigido e fasullo.

Il barrio

Dopo tanto tempo ho trovato una città molto diversa. Ho passato una parte della mia estate recente alloggiato in un appartamento di un quartiere affascinante ma dalla fama non rassicurante.

Il Barrio Raval (a un passo dalla Cattedrale e due dalle Ramblas) è un quartiere popolare molto caratteristico: ho scoperto una volta arrivato là che la mia guida lo descriveva come il “quartiere storico di assassini e prostitute”. Folklore a parte, il Raval oggi è zona di immigrazione: maghrebini, pakistani, soprattutto latinoamericani vivono lì, aprono botteghe di generi alimentari, talvolta frequentano i locali per adulti.
Io ero da quelle parti nel periodo in cui in Italia si parlava di mandare l’esercito nelle strade delle nostre città. Notavo che il Raval è il tipico quartiere del centro nel quale da noi sarebbero intervenuti installando strumenti di controllo, magari una sede della Questura, una pattuglia ad ogni angolo.

Al Raval, invece, hanno restaurato la Casa della Caritat per farne il Centro di Cultura Contemporanea (CCCB), uno spazio vivace di incontri e di eventi culturali di rilevanza internazionale. Poco più in là c’è il Museo di Arte Contemporanea (MACBA) e le facoltà di Sociologia e Scienze della Comunicazione.

Barcellona, Museo di Arte Contemporanea

I negozi degli immigrati prosperano perché fra i loro avventori abituali ci sono studenti e turisti (che frequentano negozi e librerie della zona e fanno sosta sulle panchine delle piazzette, tutte accoglienti e restaurate di fresco); sul piazzale del CCCB i ragazzini immigrati del quartiere sfrecciano sugli skateboard; le culture si intrecciano e convivono. Oggi il Raval è un quartiere aperto, colorato e meticcio.
Non so se qualcuno di voi ha esperienze diverse, ma io ero con la mia famiglia e non ci è mai capitato, a nessun’ora del giorno e della sera, di doverci difendere da incontri pericolosi o sgradevoli (a parte qualche innocuo ubriaco).

Barcellona è una testimonianza di come al circolo vizioso del controllo, dell’esclusione e della separazione possa sostituirsi il circolo virtuoso generato da politiche di inclusione.

 

voglio vivere in uno stato laico.

12 February 2009

si. vorrei vivere in uno stato laico. un posto dove le mie opinioni religiose non condizionassero l’ andamento della vita di tutti gli altri. e le loro convinzioni. e il loro senso del pudore. dove non esistesse, per l’appunto, neanche la possibilità di definire il senso del pudore, "comune"…

vorrei che mio figlio frequentasse una scuola  di ogni ordine e grado, dove non fossero presenti nè crocifissi, nè burka, nè corano, nè alcun altro simbolo religioso. vorrei uno stato laico che non pubblicizza tutti i simboli: piuttosto li vieta tutti. compreso il velo alle ragazze musulmane. uno stato laico che abbia il coraggio delle proprie affermazioni, fino in fondo: la religione è una questione assolutamente e dannatamente  privata. per legge. per decreto. per imposizione.

uno stato laico mi lascia erigere qualunque chiesa di qualunque culto. ma non mi dà sovvenzioni per questo. mi garantisce la sicurezza fuori dalle chiese, ma anche fuori nel mondo, nelle strade; e nella pubblicità, al cinema, nei contenuti dei giornali. ad ognuno il suo stramaledetto diritto di credere in ciò che vuole. e poi, di conseguenza, uno stato laico mette bruno vespa in prigione, perchè ha offeso pesantemente il sentimento, l’onore e il pudore di coloro che non la pensano come lui. insieme ad emilio fede. e ai ministri che hanno goffamente tentato di immobilizzare i medici, stravolgendone il loro mandato etico e sociale. e poi…

uno stato laico produce le sue leggi non in relazione al gradimento dello stato vaticano. e se ne frega se i sacerdoti, i vescovi, i papi, hanno convinzioni che cozzano con le leggi dello stato. i preti italiani sono italiani, seguono le leggi italiane. i cattolici parlino ai cattolici, non agli italiani. gli ebrei agli ebrei, non agli israeliani. i musulmani ai musulmani. e gli uomini di buon senso parlino a tutti. la cultura, la tradizione, la storia, la grandezza di uno stato laico non hanno mai, in alcun modo, fondamento nelle convinzioni di una sola religione. le religioni fanno parte di un serbatoio metafisico che contribuisce, nella sua interezza, a orientare le prassi societarie. o tutte o nessuna.

vorrei credere che tutto questo si possa costruire. da adesso. per dare a mio figlio la possiblità di vivere le sue convinzioni senza paura. e per dirgli, pure, che se ci riesce, il merito è anche un po’ mio.

L’Aquila e l’inutile festa di Sant’Agnese

26 January 2009

 Alcune cose piccole piccole, per carità; però ronzano nella mia testa da qualche giorno. La prima. A costo di suscitare indispettite reazioni da parte di cittadini che molto hanno fatto per L’Aquila Capoluogo e che adesso si sbracciano sui giornali locali per rivendicare il diritto di essere rappresentati nel governo regionale, ho proprio necessità di dire la banalità N°1: in fondo, le posizioni di prestigio bisogna meritarsele. Così come la rappresentanza politica, con annessi oneri (pochissimi, mi pare) e onori (smisurati, in relazione alle capacità di governo politico dei “nostri uomini”). Mi riferisco alle argomentazioni vecchie, superate dai fatti, trite e ritrite sulla necessità istituzionale dell’Aquila di sedere in Consiglio o in Giunta o dovunque sia rappresentata la Regione Abruzzo. A parte che in questo periodo e dopo le note vicende, sarebbe meglio starsene un po’ defilati, a vedere che piega prendono le cose, non serve farsi prendere da crisi isteriche se Chiodi ci umilia. Non l’ho votato, non sono di destra, ma mi pongo il problema di uno che subentra dopo un disastro, premiato dal centro-sinistra che punisce i suoi politici non andando a votare, e che ha bisogno, almeno sulla carta, di gente di altro stampo. Perché non dovrebbe “umiliarci”? Banalità N°2: guardiamoci intorno, anche solo un momento e con sguardo superficiale (che mi si confà):

 
-         Questione “metropolitana”: ne vogliamo parlare, o possiamo stendere un velo pietoso?
-         Questione “polo elettronico”: ingestibile sia a livello cittadino, che provinciale che nazionale. La crisi, si dirà. Certamente la crisi economica, i tracolli finanziari…ma anche a Pescara ci sarà, sta crisi, e nel resto della Regione; eppure mi pare che il quadro produttivo primario, secondario e terziario sia differente da quello aquilano e che ci sia persino un piano…
-         Questione “produttività del territorio” a livello di servizi, di creatività, di competenze, di professionalità, di crescita, di credibilità: siamo costantemente surclassati da quelli che vengono chiamati da fuori. Perché i nostri politici, quelli che vogliono sedere sugli scranni regionali, pensano ( e lo dimostrano con ogni stramaledetta azione) che la crescita di un’area passi esclusivamente per la realizzazione di cariche politiche e non invece per la fortificazione delle competenze e delle professionalità che da quel territorio vengono dal basso e che pure esistono in misura consistente;
-         Questione “qualità della vita” su trasporti urbani, relazioni con le strutture sovraregionali, lavori pubblici, scuole, sanità, imprese: approssimazione, incompetenza, superficialità (quando va bene); rete viaria inesistente, frazioni abbandonate a se stesse dalla azienda della mobilità urbana nei giorni di festa, corse autobus notturne inesistenti, universitari mollati alle grinfie di affittacamere esosi, cantieri edili dappertutto e infiniti, infiniti, infiniti…pronto soccorso oberato, in carenza di personale, raccolta rifiuti differenziata inesistente, imprese alla fame…
-         Questione “centro storico”: inconcludente, isterica, senza alcuna via di soluzione, in mano a bande di micro ricattatori…
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