Scandalo nel mondo del calcio!!

6 Marzo 2010


Questa sera allo Stadio Olimpico di Roma c’è l’anticipo del campionato di serie A di calcio tra Roma e Milan.

In testa al campionato, con un ruolino di marcia eccezionale, c’è l’Inter di Mourinho: grande istrione, non si può negare che però la ragione è dalla sua parte: ha battuto in nove contro undici il Milan, viene accusato di non fare un gioco spettacolare, ma la sua squadra segna in tutti i modi, chiunque stia giocando in quel momento.

Il campionato, in base al risultato dell’incontro di questa sera, può essere riacceso o definitivamente spento: infatti, se vincesse il Milan rimarrebbe a soli 4 punti dalla capolista, altrimenti l’Inter prenderebbe definitivamente il volo.

Il Consiglio direttivo della Lega Calcio si riunisce d’urgenza e, al fine di garantire che lo spettacolo continui e che tutti possano seguitare a tifare per la propria squadra sperando di vincere lo scudetto, decide che gli arbitri, solo per l’incontro di questa sera, si devono attenere ad un decreto interpretativo riassunto in questi punti:

1) Può giocare con il Milan qualsiasi giocatore si trovi in prossimità dello Stadio o che dimostri di esserci stato durante l’orario dell’incontro, anche se non tesserato con il Milan.

2) Se un giocatore è leggermente in fuorigioco, 1 o 2 metri, non bisogna interpretare la cosa in maniera restrittiva, ma bisogna garantire lo spettacolo, per cui in caso di goal, va convalidato premiando l’intenzione.

3) In caso di vittoria della Roma, la partita deve essere annullata.

Pierre Frédy, barone de Coubertin, nel rispetto del principio che “L’importante non è vincere, ma partecipare”, firma il decreto interpretativo.

Non sono contro il Milan, è il “caso” che vuole che questa sera si giochi questo incontro.

Ma cosa direbbero i tifosi di tutte le squadre se quanto detto sopra fosse vero? Avrebbe o no ragione Mourinho a mostrare il gesto delle manette?

Ebbene, questo è avvenuto ieri per le elezioni regionali: il governo, espressione delle liste estromesse per irregolarità dalle elezioni regionali, si auto-assolve e vara un decreto interpretativo che stravolge ogni fondamento legale e butta a mare anni di leggi e regolamenti che hanno garantito la democrazia in Italia; il Presidente della Repubblica, Napolitano, firma il decreto.

Evviva Mourinho! 

 

Luigi Fabiani

6 marzo 2010


come si fa a dimenticare?

6 Marzo 2010

 

OPERATORE – TERREMOTO – MORTE

di Marco Busolini

 

Marco Busolini è nato a Roma il 10 dicembre 1959. È volontario della Croce Rossa Italiana ed in particolare appartiene alle squadre SSEP Squadre di Supporto nell’Emergenza Psicologica. E’ intervenuto a L’Aquila nei primi giorni del terremoto, ed in più riprese successive. Si riporta di seguito un suo scritto in merito a quei primi giorni.

 

Il nostro vivere quotidiano che si apre ai nostri occhi, con la sua storia di guerre e sopraffazioni, ci induce a riflettere sul valore del morire, ma ancor prima sul significato che attribuiamo alla vita. Difficile pensare che si possa ancora parlare di vita e morte come di una dialettica pura, spesso le due cose si confondono: si vive come in un incubo mortale o si muore senza neanche accorgersene.

Sono le 3,32 della notte del 6 aprile 2009, sto dormendo con mia moglie nella tranquillità del mio letto, della mia casa, con i miei gatti quando all’improvviso il tremore del letto ci sveglia, la spalliera del letto sbatte contro il muro, tutti i mobili tremano ed i gatti scappano rifugiandosi sotto il letto. Non riesco ad alzarmi, il tremore non mi fa muovere, mia moglie che mi strattona il braccio e poi la calma…

Dico a mia moglie: “è stata una bella scossa e se l’epicentro non è Roma vedrai che arriverà una telefonata, preparati, se mi chiamano parto”. Arriva immancabilmente un messaggio sul telefonino, richiesta di disponibilità a partire causa forte scossa di terremoto nell’area aquilana. La richiesta è da parte della Croce Rossa Italiana, immediatamente allertata, presentarsi presso la sede centrale di Via Ramazzini a Roma, partenza immediata con le squadre SSEP, squadre appositamente formate per il supporto psicologico nell’emergenza. Comincio a preparare la mia roba e la mia mente, rassicuro mia moglie, non starò via molto, la prima squadra che interviene deve restare al massimo tre o quattro giorni poi viene sostituita obbligatoriamente, non preoccuparti ti chiamo appena mi sistemo ora torna a dormire.

Ci sentiremo dopo tre giorni.

Arrivo a L’Aquila con la squadra CRI del supporto psicologico, ci dirottano immediatamente al campo principale che è stato allestito in Piazza D’Armi. È un continuo andare e venire di persone, di mezzi, si danno tutti da fare, le facce dei superstiti sono quelle di allucinati, chi va chi viene. Hanno allestito il PMA (Posto Medico Avanzato), è qui che arrivano tutti, anche noi del supporto psicologico. Ci mettono a sistemare su delle barelle dei feriti in attesa di essere visitati dai medici, la nostra psicologa responsabile si presenta al medico coordinatore di quella “metropolitana” di feriti e sbandati, una volta capito chi siamo veniamo nuovamente dirottati laddove c’è più bisogno di noi, la chiameremo la tenda dei codici neri. È qui che vengono portate le prime vittime. Al nostro arrivo ce ne sono dodici, messe tutte in sacchi, teli, o qualsiasi altra cosa che sia servita per trasportarli, in comune hanno tutti una cosa, sono morti. Devono essere identificati, decine di “parenti” o probabili tali si accalcano per capire se il loro terrore si debba trasformare nella disperazione di chi ha perso qualcuno, per molti sarà così. Dobbiamo aprire i sacchi, ma non possiamo ogni volta far vedere tutte le vittime a tutti quelli che cercano un loro caro, è un’inutile sofferenza, cerchiamo allora di fare delle schede, intanto ne arrivano degli altri, le schede ci permetteranno di “limitare” la visione della morte laddove non serve, mostreremo le vittime che corrispondono agli aspetti somatici, anagrafici che ci indicano i parenti. Comincio a fare le schede, sesso, età presunta, adulto, bambino, colore dei capelli, colore della pelle, vestiti, segni particolari, tatuaggi, piercing, grasso, magro, alto, basso, luogo di provenienza, apro tutti i sacchi, finisco il mio lavoro.

Nel primo “sacco” c’è un bambino di nove anni, a fianco il suo fratellino e di fronte ai due “sacchi” un altro “sacco” più grande, vi è la madre. La morte li ha presi così come erano nella loro casa, e le macerie li hanno ridotti a dei “cumoletti” di carne e calcinacci, nel sacco non c’è solo il morto c’è anche quello che aveva indosso, quello che il crollo della loro casa ha lasciato nei loro corpi, sono lì davanti a noi così come sono stati trovati, i visi, o meglio quel che ne resta, sono sereni, probabilmente non hanno avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. Non c’è tempo e possibilità di prepararli, la morte che ci si presenta è una morte diretta non preparata, non siamo in una stanza di obitorio dove la salma è “preparata”, vestita, truccata, quasi “pronta” per l’ultimo saluto ai suoi cari. Arriva il nonno dei due bimbi, il papà non si trova, il nonno è un medico ci chiede se può lavare i suoi nipotini, inizia con il fratellino più grande, vacilla, ma va avanti, finisce la sua opera e passa al bimbo più piccolo. Gli apriamo il sacco, quel corpicino aveva 9 anni, ora è un cumolo di macerie e carne, il nonno non regge, crolla, si sente male, lo dobbiamo soccorrere ed allontanare, il dolore è stato troppo forte, non lo rivedrò più. Questi bambini e la loro madre mi sono rimasti vivi nella memoria, in un turno successivo mi hanno portato al cimitero dell’Aquila, dove è stato fatto un memoriale e messe tutte le vittime del terremoto, i primi loculi che vedo sono proprio di loro, non ci sono più quei corpicini distrutti ma due splendide fotografie di due bambini bellissimi, l’emozione mi travolge, non riesco neanche a parlare, devo andar via.

Mi sento fagocitato in un paesaggio dantesco. Il nostro compito è da subito gestire. Ma cosa dovevamo gestire? La vita era rimasta sospesa alle 3.32 della notte, e chi aveva subito il tocco della morte veniva portato nella tenda per i codici neri e noi eravamo lì. I corpi vanno gestiti, ti devi organizzare per riuscire a rispettare il più possibile sia il defunto nonché i parenti che vengono a cercarli. La morte non si ferma al corpo inanimato messo dentro un telo ma, continua la sua opera distruttiva nei confronti dei parenti che vengono e dei volontari che partecipano alle attività di riconoscimento delle vittime. È un continuo crescere emozionale che deve essere in qualche modo smaltito. Dopo una giornata alla tenda del dolore ci dirottano alla casa dello studente, ci sono ancora persone vive che i vigili del fuoco stanno tentando di tirare fuori ma, ci sono anche i familiari e gente che non centra nulla e i giornalisti e le macchine fotografiche e le telecamere, non ci sono solo più delle persone che stanno sperando di rivedere i loro cari ma anche la macchina mediatica che rivendica il suo ruolo. Abbiamo la fortuna di stare vicino ad un pulmino della RAI che è carico di generi alimentari, riusciamo a sfamare i parenti, almeno chi di loro riesce a mangiare, piove, fa freddo e la notte è lunga, davvero lunga, sarà una notte lunghissima.

Dopo la prima giornata passata ad assistere i familiari nella tenda dei codici neri e la notte alla casa dello studente è quasi l’alba quando andiamo alla caserma degli alpini, ci aspetta una tenda ed una brandina. Passano poche ore ed ecco che ci chiamano, dobbiamo andare a Coppito, presso la caserma della Guardia di Finanza, lì vi hanno allestito un obitorio nell’autorimessa, le vittime cominciano ad essere diverse ed anche l’afflusso dei parenti è notevole. Arriviamo sul posto e cominciamo subito ad accompagnare i parenti al riconoscimento dei propri cari. Le bare sono poche, la maggior parte dei corpi è avvolta in coperte o lenzuola. Si entra dagli uffici e si esce dal portone centrale della rimessa. Un circolo di vita e di morte, dove si entra con la speranza di non riconoscere nessuno e si esce con la disperazione di chi ormai ha la certezza che la morte è confermata. È un continuo andirivieni di ambulanze ma, al contrario di quanto succede normalmente nei servizi di emergenza in ambulanza, questa volta non c’è la speranza che chi stai portando possa essere curato e salvato, in questo caso hai la certezza che chi stai portando è morto.

Vedo le facce di quei volontari, sono distrutte, stanche, affrante ma piene di dignità e rispetto per quei corpi che stanno portando. Molti sono del posto, a volte portano parenti, amici, ma non mollano, sono due giorni che non dormono, arrivano a sirena spiegata, di fronte il portone dell’autorimessa le spengono, entrano in retromarcia e si fermano. Aprono il portellone posteriore e consegnano il loro carico, a volte più di una salma alla volta. Come chi trasportano anche loro sono sporchi, pieni di polvere, consegnano il loro carico dando quelle poche informazioni che sono riusciti ad avere, luogo di provenienza, sesso, età presunta, eventuale nominativo dato da parenti o amici presenti al momento del recupero. Le informazioni vengono date ad un ufficiale di polizia che le appunta su un modulo e poi riscritte su di un foglio che verrà messo sul lenzuolo o sacco, sarà la carta di identità di quella persona. A fianco dell’ufficiale c’è un suo collega che fa le foto della salma, ovvero di quello che ne resta, di tutti quei particolari che potrebbero essere di aiuto nel riconoscimento, un piercing, un tatuaggio, un gioiello, una particolare conformazione fisica, un vestito. È straordinaria la professionalità di queste persone, della loro freddezza, chissà quante volte hanno fatto simili foto, mi sembra come se si stesse facendo un book a delle modelle, solo che non è così.

Un lato dell’autorimessa è stato approntato come deposito per le bare. È lì che, una volta riconosciuti ufficialmente i corpi, questi vengono messi nelle bare, queste non si chiudono subito, si aspetta a chiuderle, i coperchi sono solo appoggiati sopra, capirò dopo il perché. Dopo averli messi nelle bare e riconosciuti da qualche parente, c’è sempre qualche familiare o amico che vuol dare l’ultimo saluto. C’è chi li vuole vedere e toccare per l’ultima volta, chi porta una medaglietta, chi un rosario, chi delle foto, chi un semplice oggetto che li legava emozionalmente. Mi è rimasta impressa una vecchietta che aveva con sé un crocefisso, lo voleva mettere sulla bara del suo parente ma occorreva un trapano, delle viti, o magari semplicemente dei chiodi, la realtà del terremoto si percepiva anche da questo, non si aveva più neanche un chiodo per fissare un crocefisso. Molte persone che venivano ad identificare i loro cari non avevano con sé più nulla, avevano perso tutto, non avevano più neanche un documento per dimostrare chi fossero, nel perdere tutto avevano perso anche la loro identità ma non la loro dignità. Intanto l’immagine della morte cambia, si passa da una morte cruda ad una morte semi preparata. La bara fa sì che si rientri in quell’immaginario collettivo che si ha del defunto. Il morto deve stare in una bara, deve “riposare” deve essere in qualche modo protetto.

È il terzo giorno e mentre ci avviciniamo a Coppito, siamo lungo la strada che porta alla caserma, ci colpisce qualcosa, è l’odore, l’odore che si sente nell’aria, è un odore a cui non siamo abituati ma che da ieri conosciamo benissimo, è l’odore della morte. Non si pensava che la morte potesse avere un odore così pregnante, ci rimane addosso, nei vestiti anche nei giorni a seguire. Arriviamo all’autorimessa e notiamo che è stata lavata, è un odore differente, di detersivi e disinfettanti, nel frattempo è arrivato un enorme autotreno e, mentre mi trovo ad accompagnare dei parenti ad un riconoscimento, gli autisti del camion aprono le portiere, sono tutte bare, decine e decine di bare, la conferma della morte e del suo trasformarsi. All’ingresso dell’autorimessa sono stati messi degli elenchi con il nome delle salme ed il loro numero di bara, è incredibile mi ricorda gli esami di quando andavo a scuola, promosso bocciato, ora vivo o morto. L’odore è di nuovo insopportabile, ora si aggiunge anche quello del piombo che viene usato per sigillare le bare, le ambulanze sono diminuite, siamo giunti al terzo giorno, dobbiamo andare via, dobbiamo essere sostituiti, è obbligatorio non possiamo rimanere di più. Aspettiamo la squadra che ci deve sostituire nel piazzale antistante all’autorimessa, continuiamo a lavorare, a stare vicino ai parenti, ad accogliere chi ha riconosciuto i propri cari. Vicino a me c’è la madre di Sara, una studentessa che è morta nella “casa della morte”, così ribattezzata dopo l’evento, l’hanno trovata insieme al suo ragazzo anche lui morto nel crollo. La madre e tutta la famiglia di Sara ha atteso l’arrivo dei genitori di lui, vengono dal sud Italia. Ora le due famiglie sono insieme, mi chiede di accompagnarli al riconoscimento, i corpi di Sara e del suo fidanzato sono stati messi vicino l’uno all’altra, uniti nella morte così come lo erano nella vita. È un’esplosione di emozioni, faccio fatica a resistere, sto per crollare, mi si avvicina la madre di Sara, mi prende sotto braccio, sul viso di questa donna non c’è più nessuna lacrima, nonostante la sua giovane età ha difficoltà a restare in piedi, troppo dolore, mi guarda dritta negli occhi, mi sorride, mi ringrazia e va via. Sono io che devo ringraziare Lei, mi ha dato una lezione di vita che rimarrà per sempre nella mia memoria.

274, questo è il numero posto sull’ultima bara che vedo prima di andare via, vi accompagno una coppia di persone anziane a salutare per l’ultima volta il loro nipote, è la “mia” duecentosettantaquattresima vittima…

 

in Quaderni di Psicologia Archetipa - "Terremoto" Portofranco Editore

per gentile concessione dell’Autore e dell’Associazione Culturale Syncrònia - L’Aquila

in omaggio alle vittime, per non dimenticare

non solo case . . . .

3 Marzo 2010

 Nelle pagine internet si leggono interessanti, accorati, partecipati appelli alla mobilitazione dei cittadini.

Soprattutto al fine di una ricostruzione della città scomparsa. Leggendo attentamente si capisce che per tutti ricostruzione è una parola che non indica soltanto il materiale rifacimento di case e palazzi (che a tutti sta a cuore), ma piuttosto intende la possibilità di ricostruire le basi sociali della comunità dispersa, frantumata e deportata.

E a tutti sta a cuore in modo particolare non solo il fare in se’, ma come è giusto fare.

Cioè nella richiesta dei cittadini non c’è solo la necessità che si faccia presto, ma emerge con forza la necessità che le cose vengano fatte su un progetto globale, rispettando le regole, risparmiando i denari, evitando le tangenti, nel rispetto non solo della legge, ma della opportunità politica, applicando non solo il criterio dell’etica dei principi, ma anche il criterio dell’etica della responsabilità, quella che tiene conto delle conseguenze di quello che l’Amministratore fa.

Una per tutte: c’è un coordinamento di Consorzi (costituiti e costituendi) che si è riunito al fine di richiedere le linee guida per la ricostruzione, ma con  le idee ben chiare su come debbano essere strutturate queste linee guida, ci hanno studiato e hanno coinvolto consulenti e professionisti di vaglia, che ha convocato l’Architetto Fontana, che ha chiaramente dichiarato anche al Comune che saranno controllate la giustezza, la fattibilità, la opportunità delle linee guida per la ricostruzione, che saranno attenti e pronti ad agire a tutela degli interessi comuni.

Le macerie: sì, vogliamo che vengano rapidamente rimosse, ma vogliamo sapere dove, come e quando. Vogliamo sapere a che prezzi, chi ci guadagnerà e quanto. I rifiuti sono una materia delicata, non ci possiamo accontentare di un decreto qualsiasi  che in nome  dell’emergenza vanifichi anni di costruzione di una coscienza civile, di educazione civica e di leggi a tutela della salute e della natura. E soprattutto non siamo disposti a far fare affari d’oro a "qualcuno" del ramo: siamo pronti a discutere l’argomento con i nostri commissari, ma loro devono sentirci prima di decidere, devono confrontarsi, sottoporci le ipotesi, con chiarezza e trasparenza. C’è sempre la possibilità, come qualcuno ha già detto, che gli aquilani si sdraino sopra le loro macerie per non farle portare via.

Insomma, la politica a L’Aquila sta cambiando, i cittadini sono più attenti, più partecipi e più consapevoli. Ci sono le basi per un grande laboratorio che sperimenti nuove forme di co-gestione della città, con un controllo serrato dei cittadini sugli amministratori, con uno scambio di idee e soluzioni, con un coinvolgimento del cives nella gestione della res publica.

La nostra proposta al dibattito a questo punto è una proposta pratica e pragmatica.

Ci sono delle emergenze di vita sociale che bisogna a tutti i costi prendere in considerazione. Vorremmo sottoporre ad un rapido giro di opinioni la nostra Piattaforma di urgenze, con il criterio di segnalare il problema, individuare il referente politico cui compete risolverlo, e create immediata mobilitazione sul tema coinvolgendo gli Amministratori, al fine di ottenere risultati e non chiacchiere, e i soldi necessari a risolvere.

1) la mobilità: tutti conosciamo la situazione resa urgente dalla diaspora dal centro (intendendo per centro anche tutti i popolosi quartieri aquilani a tutt’oggi abbandonati) e dai nuovi insediamenti : ragazzi che devono essere accompagnati e ripresi da scuola, dalle palestre, dal centro commerciale,  file interminabili in macchina, anziani segregati in casa, adulti obbligati a prendere la macchina, mamme - tassiste full time h 24. E’ inconcepibile, inaccetabile. Noi abitavamo qui anche perchè la macchina era spesso inutile (del tutto per chi abitava nel centro storico): vogliamo che siano istituite le corse per i nuovi insediamenti c.a.s.e. e map, corse fruibili, ogni 15-20 minuti massimo dalle 7 alle 22 . Vogliamo che i percorsi non obblighino a passare per il terminal per andare da paganica a coppito, da roio a sassa. Sono 11 mesi che sopportiamo i costi di un servizio di autobus che va ogni ora a roio a ingegneria quando l’università lì non c’è più dal 6 aprile 2009,  mentrre a Paganica 2 (25 piattaforme!!) non c’è neanche una fermata nell’insediamento. E vogliamo che i lproblema venga preso di petto, senza più girare la palla da AMA a Comune, a Consiglio comunale, a ARPA: sono stati stanziati dei soldi per la mobilità, li dobbiamo utilizzare al meglio, subito, con l’AMA e i consiglieri comunali se ne facciano una ragione (o sennò se ne possono sempre andare). Il Sindaco DEVE risolvere il problema in 10 giorni, credeteci lo può fare. E se i soldi non ci sono, ce li deve dare la Regione.

2) i giovani dai 14 anni: non ci sono più i portici, ve ne siete accorti? Nelle scuole non si può tornare il pomeriggio, anche perchè non sono più vicine alle nostre case. I giovani hanno bisogno di luoghi di incontro, anche per studiare insieme (l’amico, il vicino di casa, di quartiere sono lontani chilometri ormai). Vogliamo che la Provincia immediatamente stili un progetto per mettere a disposizione le aree del Complesso di Collemaggio e del Parco del Castello e reperisca i fondi necessari a realizzare costruzioni sicure in bio edilizia atte all’uso di ragazzi, e a studiare forme di utilizzo (anche parzialmente autogestito) per far sì che i nostri ragazzi, il futuro dell’Aquila, abbiano un luogo d’incontro e di vita comune vicino alla  città da ricostruire. E se i soldi non ci sono, ce li deve dare la Regione.

3) le new town : nei nuovi insediamenti a tutt’oggi oltre alle abitazioni non c’è niente. farmacia, tabacchi, edicola, market . E non ci sono spazi, anche qui luoghi d’incontro per i tanti anziani reclusi nei pollai. Anche in questi casi il tempo non c’è, è urgente che la loro qualità della vita sia riportata il più possibile vicina al livello di prima del sisam. Hanno sopportato disagi e deportazioni. Tanti sono morti (e speriamo che qualcuno abbia l’idea geniale di aggiungerli nelle commemorazioni alle 300 vittime dei mattoni. A questo proposito mi sento di fare una richiesta: quanti sono, Sindaco, i nostri genitori e nonni morti di crepacuore lontani dai luoghi di origine, in parte anche in conseguenza della deportazione?), tutti sono sradicati dai quartieri, strade e piazze che hanno conosciuto ed abitato per tutta una vita. Chiediamo anche per loro una immediata azione e la costruzione di luoghi di incontro, per parlarsi, ballare, fare ginnastica, pregare e di servizi nelle new town. Il settore è di competenza della Provincia: la Presidente deve il più presto possibile fare e fare bene. E se i soldi non ci sono, ce li deve dare la Regione.

Aggiungo come 4 punto di emergenza le attività produttive: il tessuto economico aquilano è fatto di imprese con 5 / 10 dipendenti. Qualcuna 2 o 3, commessi e commesse, artigiani, impiegati nelle Piccole Imprese.

Dopo l’ordinanza truffa per le attività produttive, rischiamo il bis con il bando regionale in scadenza al 15 di questo mese. I soldi vanno a chi ce l’ha, gli imprenditori, i commercianti, gli artigiani fanno con le loro forze, forze esigue se si considera che prima del terremoto le risorse erano già al lumicino, grazie alla crisi e alle banche locali.

Le banche oggi non supportano le imprese esattamente come prima del sisma. La politica oggi non si cura delle imprese, esattamente come prima del sisma.

Le risorse del bando regionale rischiano di finire tutte in mano a una decina di aziende.

Chiediamo immediatamente ragione di ciò al Presidente Chiodi. Inchiodiamolo alle sue responsabilità e lottiamo affinchè a L’Aquila l’economia abbia delle chanche e perchè nessuna azienda aquilana sia costretta a chiudere a causa dell’ignavia dela politica e dell’incapacità dei nostri amministratori.

Rimando per gli altri problemi economici alle note scritte da Luigi Fabiani su Facebook, che vi invitiamo a leggere.

 

contro chi 2

1 Marzo 2010

“Contro chi?” si riferiva alla manifestazione del 14 febbraio.

Poi c’è stata quella del 21 febbraio “delle chiavi” e ho riflettuto su posizioni diverse:

l’integralista dice “chi non ha impedito questo scempio * o non lo ha almeno denunciato è complice” il realista dice “chi ha negoziato (soprattutto se ha negoziato per sé o per i suoi) mi fa gioco perché, se sono fortunato o ho abbastanza potere contrattuale, negozia anche per me”. Il cittadino dice “Ci sono tali e tante pressioni verso il malaffare e l’interesse privato che qualsiasi amministratore pubblico, se non controllato, sorretto, aiutato si sente un fesso a difendere il bene comune”

Quindi esserci era la risposta giusta, tutto sommato.

 

Oggi ero alla manifestazione “delle carriole”, bellissima, ma verso dove andiamo? Riusciamo in questo modo a far sentire la nostra presenza, anche grazie ai media, ma soprattutto ai nostri rappresentanti locali che, infatti, ci sono e “ci mettono la faccia” … ma sono loro a decidere?

Sembrerebbe che nelle linee guida per la ricostruzione dei centri storici, che in molti stiamo aspettando e che credo interessino tutti perché finalmente avviano un futuro possibile per la nostra città, si preveda un minimo di un anno prima di poter approvare un qualsiasi progetto di ripristino.

Le linee guida sono proposte dall’arch. Fontana e emanate dal presidente Chiodi.

Che non ci considera interlocutori, finora.

Perché un altro anno?

Mi vengono in mente solo spiegazioni pessimistiche: non ci sono i soldi? È meglio utilizzare quei pochi che ci sono per altri appalti lucrosi (macerie)? Non disturbare chi, prefigurando piani di ricostruzione favorevoli, sta acquisendo immobili in città con il meccanismo degli accordi preliminari? Trovare il sistema, in qualità di commissari, per appaltare anche la ricostruzione delle nostre case?

E allora benissimo, presidiamo le macerie, ma facciamoci sentire anche in Regione, dal Commissario delegato che può continuare a fare ordinanze: venga a dirci i tempi previsti con chiarezza, indichi un percorso trasparente e, soprattutto, ci dica quanti soldi ci sono e come li distribuisce.

Forse anche il Commissario delegato andrebbe presidiato.

 

 

 

 

 

 

* Per scempio intendo la scelta scellerata delle new towns berlusco-bertolasiane che, insieme allo sciupio dell’emergenza infinita e del G8, hanno assorbito tutte le risorse; e il contemporaneo abbandono di chi non è rientrato nel megaprogetto nonché della ricostruzione vera e propria.

 

contro chi?

23 Febbraio 2010

Contro chi?

Ero alla manifestazione di domenica, quando siamo andati a Piazza Palazzo. Sono contenta di esserci andata. L’emozione era tangibile e condivisa. La maggior parte delle persone, composte. Poi mi hanno chiesto: perché manifestare? Contro chi manifestare? In effetti non me lo ero chiesta prima, una riflessione è doverosa.

Ho trovato diverse risposte: testimoniare, rompere un muro di silenzio, affermare un’appartenenza (io appartengo alla mia città come lei è parte di me), rendere evidente un interesse …

La migliore però è esserci. Esserci perché nessun altro può fare niente. Solo io, solo noi possiamo fare quello che riteniamo necessario per la nostra città, per la nostra vita. E basta accettare / subire impedimenti vari.

La gestione della straordinaria situazione in cui ci troviamo è stata fino ad oggi ordinaria, in tutti i sensi. I responsabili nazionali sono ormai disvelati nei loro interessi ben poco originali, ordinari appunto. Le ragioni di scelte opinabili sono state scoperte. Il budget della nostra specifica catastrofe è stato in gran parte allocato. I responsabili locali, come d’ordinario, hanno badato alla propria immagine e a quello che si può definire, per analogia, il guadagno secondario: visibilità, rendite di posizione, sottomissione al potere, piccole discrezionalità, sono stati paralizzati da vecchi e nuovi giochi di potere.

Ora poi ci sono le elezioni e le regole sono quelle di sempre. Non mi aspetto che cambi qualcosa in rapporto alla situazione straordinaria, anzi. L’Aquila non ha mai avuto un gran peso elettorale, neanche nella Provincia. Per non parlare della Regione dalla quale mi aspetto che continui a drenare risorse dall’aquilano verso altri territori come sempre, più di sempre.

I tecnici istituzionali hanno brillato per la loro assenza. Guardiamo autobus, servizi, equità tra cittadini, tutela del patrimonio … quali dirigenti hanno perseguito gli obiettivi di assicurare il meglio in tali campi?

Quindi i soli che vivendo una situazione straordinaria possono dare una risposta adeguata siamo ciascuno di noi. Gran parte degli errori possibili sono già stati commessi, gran parte dei ritardi sono ormai consolidati. I danni che i puntellamenti avrebbero dovuto evitare mettendo in sicurezza tempestivamente gli immobili si sono realizzati. Su quest’ultimo punto, per esempio, se avessimo vigilato forse avremmo potuto evitare i ritardi e gli sprechi che nessun’altro ha evitato.

Come dicono in molti “basta lasciar fare, lasciar correre”, voglio vedere, voglio sentire, voglio sapere e voglio esserci. Non che prima così non fosse, ma, come molti credo, pensavo che il compito fosse troppo grande e che alla estromissione dei cittadini e alla sospensione delle regole operata dalla Protezione Civile e commissari vari potesse corrispondere una maggiore specifica responsabilità verso la ricostruzione. Ormai è chiaro che sbagliavo. Abbiamo avuto un gran lavoro per adattarci alla straordinaria situazione e continuare a far fronte ai compiti quotidiani, abbiamo aspettato … ma oggi non abbiamo nulla o quasi. Non più la città, non più la casa, non servizi, non chiarezza, non trasparenza, non progettualità, non pianificazione …

Io dico che dovremmo tutti i giorni andare a vedere cosa succede: cosa puntellano, cosa decidono, cosa progettano e discuterlo, se necessario bloccarlo con la nostra semplice presenza. Ma chi ha tempo? Per questo la rete aiuta, è cruciale.

Quindi contro chi? Contro chi non rende mai conto del proprio operato, contro i dirigenti che dirigono male, contro i giornalisti che non informano, contro chi la butta sempre in politica (sia chiaro è sempre politica, ma quella che interpreta le persone, le culture, i progetti, non quella che si riassume nelle elezioni e buona notte), contro chi non ha mai in mente il bene comune.

Ma soprattutto a favore di che manifestare? Per assumerci la responsabilità del futuro, nostro, dei nostri figli, della nostra città.

Forse non vinceremo mai, vale la pena provare, anche per risultati parziali. Quindi anche domenica ci sarò. E pazienza se per indignarsi serve l’occhio esterno delle troupe televisive, forse anche quello aiuta.


comunicato stampa

23 Febbraio 2010

una nota di servizio. riceviamo e pubblichiamo.

A tutti gli organi di stampa con preghiera di pubblicazione

RIUNIONE DEI RAPPRESENTANTI DEGLI AGGREGATI E DEI CONSORZI DI PROPRIETARI DEL CENTRO STORICO DELLA CITTA’ DI L’AQUILA

Mercoledì 24 febbraio 2010 alle ore 14,00 è convocata presso l’Accademia di Belle Arti di L’Aquila una riunione dei rappresentanti degli Aggregati e dei Consorzi di Proprietari del Centro Storico al fine di avviare un primo censimento ed un confronto sui temi della ricostruzione.Sono invitati i rappresentanti degli Aggregati e dei Consorzi già costituiti, di quelli “di fatto” e di quelli in costituzione.

dimissioni

13 Febbraio 2010

Abbiamo, come tutti, sentito l’esigenza di intervenire, subito dopo il sisma, per sostenere, con la nostra presenza, la comunità aquilana.

Abbiamo sentito, come tutti, l’urgenza dell’attenzione sull’operato di quanti venivano ad "aiutarci", con il rigore di cittadini attenti alle regole e agli sprechi, con l’entusiasmo di cittadini propositivi per il bene comune di percorsi alternativi più sostenibili e rispettosi del bene comune.

Abbiamo sentito il dovere, come tutti, di denunciare pericolose deviazioni dalle regole, in nome della "emergenza" che tutto giustifica.

Abbiamo puntato il dito contro sprechi e ingiustizie, come tutti.

E adesso, ci raccontano la storia che noi stessi abbiamo fatto fatica a rendere pubblica, grazie al silenzio imposto ai media di maggior impatto (=televisione) dagli stessi gestori dell’"emergenza".

Adesso arrivano le prime "notizie" su presunte irregolarità.

Non ci uniamo ai forcaioli: non siamo contenti: avremmo preferito sapere che le regole erano state rispettate.

Ma sappiamo che, seppure niente di illegale fosse stato commesso, comunque l’agire di chi aveva il potere in quei giorni non è stato etico e moralmente ineccepibile.

Con l’aggravante dell’agire su una comunità in stato di bisogno.

E ed è per questo che, al di là dell’azione dei giudici, al di fuori delle strumentalizzazioni di partito, noi riteniamo giusto iniziare sommessamente, e diffondere come un virus, fino a che diventi un grido, il tam tam di una sola parola:

DIMISSIONI

DIMISSIONI di chi ha fatto;

DIMISSIONI di chi ha retto il sacco;

DIMISSIONI di chi sapeva (e sono tanti) e ha taciuto, e col suo silenzio ha consentito, legittimato, autorizzato; di chi ha semplicemente "girato la testa da un’altra parte";

DIMISSIONI di chi ha omesso controlli e verifiche, di chi ha avallato senza valutare la congruità e la opportunità dell’operato;

DIMISSIONI del Governo, e dei Governi locali.

Un nostro post del 6 ottobre 2009 (sei mesi dal sisma)   http://www.laquilacittafutura.it/senza-categoria/sciacalli/  parlava già di sciacalli; altri giornali e blog e siti di comitati hanno denunciato, scritto, segnalato. Ne citiamo alcuni.

http://stage.spaziopubblico.it/wiki/Rete-AQ

http://stage.spaziopubblico.it/wiki/L%27operazione_%C3%A8_riuscita_ma_l%27Aquila_muore

http://www.3e32.com/  (la dura realtà)

Non c’è bisogno di arrivare al reato per intervenire, denunciare e fermare un comportamento deprecabile, inopportuno, dispendioso per la comunità, che contravviene le regole etiche della buona amministrazione, che impegna lo Stato per cifre enormi non giustificate dal reale costo delle opere, che crea ingiustizie sociali, che nega i diritti dei cittadini, che viola le normali e banali regole delle buone prassi e della gestione della emergenza "reale" con soluzioni "reali" e necessarie, al giusto prezzo, privilegiando la tutela del cittadino e dei suoi diritti.

Non sono i giudici che devono garantire la corretta amministrazione pubblica. Dovrebbe essere la politica, dovrebbero essere le strutture rappresentative, i sindaci, i consigli comunali, le provincie, le regioni e i governi regionali……. seeeee.

Nessuno dei su citati rappresentanti della politica locale può dire in coscienza di non sapere che a l’aquila si è fatto scempio del denaro pubblico, si è sprecato e inutilmente speso.

Nessuno può dire, in coscienza, che il lavoro svolto dal Governo e dalla Protezione civile sia stato giusto, e nessuno può negare che tutti (dico tutti per dire tutti e 60.000 i cittadini dell’aquila, oltre tutto) tutti sapevamo che il piano C.A.S.E. era pronto e definito fin dal 19 aprile (13 giorni dopo: che prontezza di riflessi).

Due "imprenditori" (piano con le parole, gli imprenditori i risultati se li sudano, quelli che lavorano protetti da politica e banche non sono imprenditori) ridevano e si sono fatti beccare a dirlo: ma quanti altri già contavano i soldi (pare di vederli come Paperon de’ Paperoni con il simbolo del dollaro nelle pupille) il 19 aprile?

Non sono i giudici che devono garantire la buona amministrazione: ma i cittadini hanno il potere di farlo. E ne hanno il dovere.

DIMISSIONI

No alla Protezione Civile SPA : un comitato di affari che lucra sulle disgrazie.

riflessione spontanea di un aquilano sulle novità in tema di giustizia.

25 Gennaio 2010

Io mi rendo conto che non si può pensare di contingentare un servizio se quel servizio non è in grado di funzionare. La giustizia, in Italia, è spesso paradossale.

Angelino Alfano, a Reggio Calabria, ha promesso maggiori investimenti pubblici e un organico da fare paura. Ma ci sono volute le bombe, paradossali anche quelle (hanno ottenuto lo scopo non desiderato), per far muove il ministro a scelte e misure così enormi.

Dal generale al particolare, come diceva un filosofo greco antichissimo:
tagliare i tempi della giustizia ora a L’Aquila può significare mandare assolti senza processo i responsabili di tanta atrocità speculativa che, innescata da un fatto naturale, ha compiuto strage di vite umane. E’ vero. E’ del tutto vero. E non c’è distinguo che tenga.
Ma ciascuno di voi sa che le decisioni si prendono altrove, dove (absit iniuria verbis) nessuno va a vedere quale potrà essere l’effetto della norma sul singolo caso. A parte, come si va denunziando, quei singoli casi che proprio quella norma deve risolvere.

Tante vittime di tanti reati - e a noi viene spontaneo rivolgere ancora oggi pensiero e lacrime ai morti a L’Aquila - resteranno con un pugno di mosche in mano, a contare la delusione, l’amarezza, la sconfitta, l’abbandono da parte della giurisdizione; in conclusione, a soffrire un secondo lutto: non vedo però concreta alternativa, se a comandare è una politica che ragiona a compartimenti stagni, segnati da porte tagliafuoco, che
spartiscono il pubblico e il privato asservendo i bisogni del primo alle esigenze particolari, agli egoismi, del secondo.

La mia morale, se fossi il Presidente: data l’età che ho e l’agiatezza che mi ritrovo, condannatemi ai domiciliari, che sconterò felicemente in uno dei miei possedimenti, ritirandomi dalla vita pubblica.

Ma così non può essere ed anzi vedrete che dopo l’approvazione della norma che andiamo vituperando, egli tornerà a L’Aquila e tuonerà contro quei giudici che hanno perduto tempo, non hanno fatto "presto e bene" il loro lavoro, così non rispettando le leggi e mandando assolti gli indagati anzitempo. E poi tuonerà contro Rossini che ha partecipato al concorso per andare a Milano, dove magari potrà rompergli le uova nel paniere.

Dormiamo sereni, però. I nostri giudici sono le nostre coscenze (oddio, a quest’ora: al plurale, coscienza, conserva o perde la "i"? secondo me la perde) ed il buon Dio, che nel suo grande disegno contempla anche Berlusconi. Il che mi fa pensare che costui dovrà pur servire a qualcosa, anche se molto lontana dalla dignità degli aquilani.
 

Questo Natale a L’Aquila

22 Dicembre 2009

 

Si sa.
Il Natale, frettolosamente, equivale all’albero e al presepe.
Due simboli pagani che ci accompagnano da quando siamo nati.
Qui, a L’Aquila, stavolta, conteremo pochi alberi: il legno serve ancora a puntellare case, volte affrescate, mura medievali, facciate di chiese e palazzi.
Il presepe, poi, lo abbiamo appena fuori di casa: case precarie, di legno, per i più fortunati, sono state poste nei giardini, all’angolo delle strade, nei campi che nessuno più coltiva, anche per la neve e per il freddo che, qui come altrove, o forse più che altrove, stanno rendendo difficile ed insensato ogni dì.
Natale come segno di rinascita.
Mai come oggi, da Aquilano, lo spero e lo voglio: rinascita non tanto e non solo di una Città martoriata eppur bellissima, ma anche e soprattutto di un modo di vivere e stare insieme all’ombra placida del Gran Sasso. Società, economia, lavoro, case vere e forti, come il nostro animo.
E’ vero, l’aquilano per carattere è un pò chiuso. Sarà colpa dell’essere da millenni circondato da montagne, sarà colpa del dover fare della parsimonia il proprio stile di vita, che è fondamentalmente rurale e pastorale (ve ne sono importanti riflessi nella gastronomia, anche), ma da qualche mese ha imparato il valore della solidarietà, dell’aiuto che si da senza chiedere.
Questo, stavolta, è il Natale a L’Aquila: sobrietà senza lacrime - le abbiamo piante tutte - e con la coscienza di chi, segnato dalla Storia che ama tristemente ripetersi, ancora una volta vuole la dignità che gli appartiene.
Stato, Istituzioni, Gesù Cristo, Babbo Natale: chiunque ascolti, sappia solo che ci sono aquilani che rappresentano la spina dorsale di una volontà concreta di continuare a costruire un domani. Non solo la propria casa, ma soprattutto la propria gente, la propria continuità.
Se questo è il Natale Aquilano anche per Voi, io vi dico Buon Natale.
 
Fabrizio Lazzaro  
 

 

dopo sei mesi, stanchi di tutto

28 Ottobre 2009

Segnaliamo, dal sito Agoravox (da tenere sempre presente):

http://www.agoravox.it/Abruzzo-uccisi-per-la-seconda.html